L’INTERVENTO PSICOLOGICO NELLE EMERGENZE INTERNAZIONALI

di Paolo Castelletti – Psicologi per i Popoli-Regione Lombardia (28.06.2004)


1. CONCETTI INTRODUTTIVI

1.1 Emergenza e sviluppo

Prima di avventurarci alla ricerca del significato e delle caratteristiche dell’intervento psicologico nelle emergenze internazionali, è necessario tracciare le coordinate entro cui qualsiasi intervento di aiuto umanitario si colloca, definire i confini che ne delimitano i vincoli e le possibilità.
Una prima distinzione da fare, in tal senso, è quella tra emergenza, definita anche aiuto/assistenza umanitaria, e sviluppo, o cooperazione allo sviluppo. Si tratta di due ambiti di intervento diversi nei loro stessi obiettivi, il primo con una finalità riparativa/riabilitativa, diretta a riportare una situazione allo stadio precedente la catastrofe, il secondo con una finalità evolutiva, diretta a indurre cambiamenti in un determinato contesto. Sono quindi diversi nel loro concepimento, nei modi e nei tempi di realizzazione, nelle caratteristiche organizzative che richiedono. Non a caso le grandi organizzazioni intergovernative, dall’ONU alla UE, hanno strutture specifiche per l’uno e per l’altro ambito, così come le maggiori ONG hanno uffici e responsabili differenziati.
I due ambiti, tuttavia, in numerosi casi si agganciano e un intervento di aiuto umanitario adeguato, soprattutto ove si collochi in una fase di post – emergenza o di emergenza cronicizzata, può facilmente evolversi in un progetto di sviluppo una volta terminata la fase acuta dell’emergenza.

1.2  Le cornici dell’intervento umanitario: vincoli e possibilità

Una seconda fondamentale differenza, questa volta tra gli interventi di emergenza nel contesto nazionale e nel contesto internazionale, consiste nel fatto che i secondi, contrariamente ai primi, avvengono in una dimensione di vicarianza. L’aiuto umanitario nel contesto internazionale cioè si rende necessario nei paesi privi delle risorse economiche ed organizzative adeguate ad affrontare  le situazioni di emergenza, in paesi nei quali spesso la catastrofe naturale o la crisi socio – politica si innestano in una situazione preesistente di emergenza cronica, ma dove preesistono risorse umane e organizzative locali, formali e informali, pubbliche e private, dalle quali non si può prescindere.
Ciò aggiunge complessità, in quanto implica il confronto interculturale, moltiplica gli attori in gioco, richiede risorse ingenti e garanzie forti, determina conseguenze importanti sulla modalità e la logica stessa degli interventi, configurando quattro cornici, al tempo stesso concettuali e operative, entro cui gli operatori umanitari devono orientare il proprio lavoro.

1.2.1 La prima è rappresentata dalla cornice della committenza: gli interventi nelle emergenze internazionali comportano costi elevati, richiedono tempi rapidi di mobilitazione e soprattutto necessitano di una copertura politico – diplomatica, anche militare, che garantisca agibilità e sicurezza, per quanto è possibile, a chi li attua. Ciò può essere fornito unicamente dalle grandi organizzazioni intergovernative, le Nazioni Unite, nelle sue varie articolazioni, in primo luogo, la UE, e in taluni casi da organizzazioni governative o istituzioni con specifici legami con i paesi beneficiari. Tali agenzie costituiscono il macrosistema dell’aiuto umanitario e, grazie alla rete di antenne distribuite ovunque, sono in grado di mobilitarsi immediatamente all’insorgere di un’emergenza. Esse definiscono gli ambiti prioritari di azione, stanziano fondi e delegano gli interventi ad organizzazioni specializzate da esse accreditate, normalmente le Organizzazioni Non Governative, finanziandone, controllandone e valutandone i programmi. Queste sono tenute a presentare al committente progetti operativi, a rendicontare le spese effettuate e a presentare  rapporti periodici sulle attività svolte.

Il sistema organizzativo delle Nazioni Unite si presenta come un insieme estremamente complesso e intricato, ove le agenzie sono prevalentemente suddivise per tematiche e dove non mancano sovrapposizioni e ridondanze. Riportiamo, come esempio, la rete delle Commissioni, dei Comitati e dei Gruppi lavoro che si occupano di diritti umani.
In ogni caso è fondamentale per gli operatori umanitari e soprattutto per le organizzazioni non governative sapersi muovere all’interno di tale contesto, sia in relazione al finanziamento dei progetti che alla loro realizzazione sul terreno, ove è imprescindibile un rapporto stretto con gli uffici decentrati delle varie agenzie.

IL SISTEMA DELL’ONU: GLI ACRONIMI E I LORO SIGNIFICATI
UNICEF =  Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia
UNHCR =  Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
OCHA =  Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari
PNUD =   Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo
UNHCHR = Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani
WFP = Programma mondiale per l’aiuto alimentare
WHO =  Organizzazione Mondiale della Sanità

A partire dal 1992 l’Unione Europea si è dotata di una struttura ad hoc per affrontare in modo sistematico ed incisivo le crisi umanitarie che andavano estendendosi anche, con le guerre jugoslave, ai propri confini. Nacque così ECHO, Ufficio della Commissione Europea per l’Aiuto Umanitario, struttura autonoma distinta dalla Direzione Generale per lo Sviluppo, dotata di fondi propri forniti dagli Stati membri, destinata in pochi anni a divenire il principale donatore di aiuti umanitari nel mondo.
L’aiuto umanitario fornito da ECHO ha per oggetto l’assistenza, nei paesi extracomunitari, delle popolazioni vittime di catastrofi naturali, di catastrofi prodotte dall’uomo o di crisi strutturali e consiste nella fornitura di beni e servizi essenziali (compreso il sostegno psicologico), finanziando anche la preparazione ai rischi di catastrofe naturale e gli interventi di prevenzione. La realizzazione dei relativi programmi è affidata a circa 160 partners rappresentati da ONG, Agenzie delle Nazioni Unite e Croce Rossa. Le relazioni tra ECHO e i suoi partners sono regolati da un Contratto Quadro di Partneriato che definisce ruoli e responsabilità delle parti, al quale  sono ammesse ONG selezionate sulla base di precisi criteri di affidabilità. Di esso fanno parte, tra le altre, 33 ONG italiane.
ECHO è inoltre impegnato a rafforzare i legami tra interventi di emergenza, riabilitazione e sviluppo, in modo da rendere più efficace l’azione umanitaria.
Nel 2003 gli interventi di ECHO hanno riguardato circa 60 paesi e territori, fornendo assistenza a più di 40 milioni di persone per una spesa di 600 milioni di euro.
Collateralmente, gli uffici ECHO di Bruxelles realizzano studi di fattibilità, assicurano il monitoraggio dei progetti umanitari attraverso le delegazioni dislocate nei diversi paesi, garantiscono la formazione degli specialisti, predispongono manuali tecnici e finanziano iniziative di rete a sfondo tecnico scientifico, sensibilizzano infine l’opinione pubblica ai problemi umanitari.
Nel panorama della committenza non si possono infine dimenticare  due ambiti di non trascurabile importanza: si tratta da una parte di agenzie governative che finanziano direttamente programmi di intervento in determinati paesi con i quali esistono accordi bilaterali senza passare dalle agenzie intergovernative, affidandone la realizzazione alle ONG o a strutture locali (tra le più attive si possono citare USAID, agenzia del governo degli Stati Uniti, e la Cooperazione Svizzera; anche il MAE, attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, realizza e finanzia interventi di emergenza); si tratta dall’altra dell’Associazionismo di matrice confessionale, prevalentemente cattolico o protestante, che appoggiandosi alle proprie reti interne è in grado di mobilitare fondi anche ingenti e realizzare interventi di aiuto in svariati contesti attraverso strutture ad hoc (es. Caritas).

1.2.2  Un secondo vincolo che regola l’intervento è costituito dalla cornice del progetto: muoversi  nei contesti internazionali, caratterizzati per definizione dalla instabilità, significa, come si è detto, muoversi nella complessità e ciò esclude sia qualsiasi tipo di improvvisazione sia qualsiasi tipo di rigidità e richiede alti livelli  qualitativi. Lo strumento  di elezione, a tal fine, è rappresentato dal progetto, un quadro operativo i cui obiettivi, metodologie, mezzi, costi e tempi sono predefiniti in base a puntuali studi di fattibilità che tengono conto di tutte le variabili in gioco, e che, in forza della sua circolarità, è sottoposto a verifiche periodiche e processi di valutazione tali da permettere adattamenti e correzioni, rendendolo così uno strumento estremamente flessibile. Esso si articola in un insieme di sei fasi che compongono il ciclo del progetto, definito come il processo che, a partire da un’idea di progetto porta, attraverso concatenazioni logiche, alla sua realizzazione e valutazione. Definisce dunque la dimensione operativa dell’intervento e costituisce i termini del contratto con il committente e i beneficiari.

1.2.3  Un terzo fattore che condiziona la qualità dell’intervento sul piano operativo è costituito dalla cornice delle interrelazioni: l’intervento in emergenza infatti non avviene nel deserto, ma in contesti abitati da una pluralità di attori con i quali è necessario confrontarsi e coordinarsi, evitando sovrapposizioni e contrapposizioni, ricordando sempre che il requisito indispensabile per operare è mantenere costantemente una posizione e un’immagine di neutralità. Si tratta di attori appartenenti da una parte al contesto locale, spesso in contrapposizione tra loro, che configurano un panorama complesso entro cui è necessario districarsi con cautela e attenzione, e di attori appartenenti dall’altra al sistema internazionale degli aiuti entro il quale è necessario integrarsi e coordinarsi.

1.2.4 Una quarta cornice, infine, che va definendosi sempre più come un’esigenza imprescindibile nel lavoro umanitario, consiste nella elaborazione di linee – guida riconosciute a livello internazionale in grado di garantire non solo la qualità degli interventi ma anche una loro uniformità concettuale e metodologica. A questa necessità hanno portato diversi fattori, dall’intensificazione nell’ultimo decennio di emergenze sempre più complesse, con un conseguente incremento degli interventi di assistenza umanitaria rispetto a quelli di cooperazione allo sviluppo, al moltiplicarsi delle ONG, non solo nei paesi occidentali ma anche in quelli emergenti, al moltiplicarsi quindi di modelli e metodologie di intervento diversi, spesso contraddittori, non sempre appropriati.
Tutto ciò richiede più efficienza e più efficacia, una maggiore professionalità sia da parte del management umanitario che degli operatori impegnati sul terreno, obiettivi conseguibili soprattutto attraverso una formazione adeguata e mirata.
Al di là delle linee – guida settoriali messe a punto dalle diverse agenzie intergovernative specializzate (Unicef, WHO, etc.), il primo tentativo sistematico in questo senso venne avviato a livello europeo nel 1993 da un consorzio di cinque Università (1), sostenuto da ECHO e dalla Direzione Generale XXII (Istruzione e Cultura) della Commissione Europea, che fondarono il Network Of Humanitarian Assistance (NOHA). La sua finalità dichiarata era quella di estendere la politica formativa europea al campo dell’insegnamento e della ricerca nell’Assistenza Umanitaria, sintetizzando le migliori esperienze nazionali per rilasciare un Master in Assistenza Umanitaria Internazionale. Così, nel 1994, venne presentato un programma post – lauream multidisciplinare, multilinguistico e interuniversitario denominato NOHA Master’s Programme, rivolto agli operatori umanitari e a chi aspirasse a diventarlo. A suo supporto venne pubblicata una serie di manuali, i “Libri Blu”, usati durante il corso come testi – base, che rappresentano delle vere e proprie linee – guida per gli interventi di Assistenza Umanitaria (2). Successivamente il Network ha fondato l’Associazione NOHA, responsabile della programmazione, del monitoraggio e dell’accreditamento dei programmi di master a livello europeo. Ha inoltre stabilito strette connessioni con ONG e Organizzazioni intergovernative per un coinvolgimento effettivo di tutti gli attori dell’Assistenza umanitaria.
Se il programma del NOHA è stata la prima iniziativa al mondo di sistematizzazione dell’Assistenza Umanitaria, il tentativo più ambizioso finora compiuto in questo senso, in quanto diretto a coprire tutti i settori dell’intervento umanitario e a coinvolgere una molteplicità di esperti su scala planetaria, è quello operato nell’ambito dello Sphere Project, un programma messo a punto  dallo SCHR (Steering Committee for Humanitarian Response (3) ) in collaborazione con InterAction (4), VOICE (5) e ICVA (6).
(1) Attualmente aderiscono al NOHA sette Università: l’Università Cattolica di Lovanio, l’Università di Aix -Marsiglia III, l’Università di Bochum, il Collegio Universitario di Dublino, l’Università di Deusto, l’Università di Uppsala e l’Università di Groeningen.
(2) Ai primi cinque moduli (Il Diritto Internazionale nell’Assistenza Umanitaria, il Management nell’Assistenza Umanitaria, La Geopolitica nell’Assistenza Umanitaria, L’Antropologia nell’Assistenza Umanitaria, Medicina e Sanità Pubblica nell’Assistenza Umanitaria), se ne sono aggiunti, nella seconda edizione, altri due: la Geografia nell’Assistenza Umanitaria e la Psicologia nell’Assistenza Umanitaria.
(3) Lo SCHR (Steering Committee for Humanitarian Response) è un consorzio di nove tra le principali          organizzazioni umanitarie: OXFAM, CARE, Save the Children, Medecins Sans Frontieres, il Comitato Internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa, il Consorzio Mondiale delle Chiese, la CARITAS, la Federazione Mondiale Luterana
(4) InterAction (American Council for Voluntary International Action) è un consorzio che raggruppa circa 160 organizzazioni, per la maggior parte nordamericane ma con associati disseminati in vari paesi
(5) VOICE (Voluntary Organizations in Cooperation in Emergency) è un consorzio che accorpa circa 90 ONG europee tra cui 8 italiane (Alisei, CESVI, CISP, COOPI, CRIC, GVC, MLAL, Movimondo).
(6) ICVA (International Council of Voluntary Agencies), con sede a Ginevra, conta circa 70 organizzazioni fra    cui molte dei PVS.

Il progetto ebbe inizio nel 1997 con l’obiettivo di identificare un insieme di standard minimi da raggiungere negli interventi di assistenza umanitaria relativamente a ciascuna delle cinque aree cruciali entro cui questi si realizzano: fornitura di acqua e servizi igienici, nutrizione, aiuto alimentare, habitat e sanità. Ciò al fine di migliorare la qualità dell’assistenza fornita alle popolazioni colpite da disastri. Parallelamente il progetto lavorò alla elaborazione della “Carta Umanitaria”, un codice deontologico per le Organizzazioni, e gli operatori umanitari, diretta a rafforzare l’affidabilità del sistema umanitario nella programmazione e realizzazione degli interventi.
La elaborazione del programma ha coinvolto esperti di ogni settore appartenenti a oltre 400 organizzazioni di 80 paesi, in modo da raggiungere un consenso della più ampia portata, e ha visto nel 1998 la pubblicazione della prima edizione del, “Handbook of Minimum Standards in Disaster Response”, comprendente gli Standard Minimi, gli Indicatori – chiave e la “Carta Umanitaria”, accompagnati da un pacchetto formativo finalizzato alla comprensione e all’utilizzo del manuale da parte degli operatori umanitari.
Il Manuale è concepito come uno strumento in progress, viene infatti costantemente rivisto e aggiornato in base alla dinamica in continua evoluzione della materia. Nell’edizione 2004, in particolare, è stato aggiunto un sesto settore, la sicurezza alimentare, ed è stato inserito per la prima volta, all’interno del capitolo relativo al settore sanitario, un riferimento specifico agli standard minimi e agli indicatori – chiave dell’intervento psicosociale.
Fra i contributi più significativi forniti da Sphere e certamente più utili al lavoro degli operatori umanitari e delle ONG, vi è un elenco di otto Standard comuni a tutti settori, una vera e propria guida per la programmazione e la gestione dei programmi.

1.3 Le Organizzazioni Non Governative

Il sistema dell’aiuto umanitario è costituito da tre tipi di agenzie o organizzazioni: Intergovernative, Governative e Non Governative, le prime due, come si è visto, generalmente nel ruolo di committenti, con funzioni cioè di programmazione, finanziamento e valutazione degli interventi, la terza nel ruolo di veicolo degli aiuti, con le funzioni di identificazione, istruzione, realizzazione, monitoraggio e reporting dei progetti attraverso cui gli interventi umanitari si concretizzano. Le ONG possono quindi definirsi come lo strumento attraverso il quale gli aiuti giungono ai beneficiari, con i quali devono confrontarsi e collaborare, così come devono rispondere ai committenti della qualità, dell’efficienza e dell’efficacia dell’intervento.
Espressione della società civile, a sfondo confessionale o laico, la ONG è un’Associazione di Volontariato che si pone finalità solidaristiche, utilizzando fondi propri  raccolti attraverso iniziative di fund raising, o fondi esterni forniti, a determinate condizioni, dalle Agenzie Intergovernative o Governative. Esse rappresentano, mobilitano e organizzano le istanze di solidarietà presenti nelle società in cui operano.
Si tratta di un fenomeno imponente in costante crescita, sia quantitativa che qualitativa che geografica, consolidato nei paesi del nord del mondo ed emergente in quelli del sud.
Si tratta anche di un fenomeno estremamente variegato, al punto che risulta difficile oggi ricomprendere sotto la medesima denominazione realtà radicalmente diverse, da organizzazioni articolate su scala multinazionale, con personale e budget degni di una grande azienda, a minuscoli raggruppamenti locali che operano con fondi propri a favore di specifiche comunità bisognose di aiuto.
La tabella seguente mostra  in dettaglio l’entità del fenomeno, paragonando alcuni dati di tre fra le maggiori ONG internazionali e di una fra le maggiori ONG italiane.

Volendo tracciare una sintetica ricostruzione storica dell’evoluzione delle ONG, va detto innanzitutto che si parla di organizzazioni con una tradizione antica, legata, in una prima fase, a battaglie civili contro la schiavitù, lo sfruttamento del lavoro in fabbrica, i diritti delle donne e a interventi caritatevoli nei confronti dei poveri, dei profughi e delle vittime di guerra. Nel periodo tra le due guerre si ebbe, soprattutto nei paesi anglosassoni, una decisa presa di posizione del movimento contro i totalitarismi che andavano imponendosi in parte dell’Europa, a fianco dei governi democratici, mentre la seconda guerra mondiale vide un ritorno al lavoro umanitario di assistenza alle vittime e ai profughi. In una quarta fase, a partire dal dopoguerra e fino agli anni sessanta, le ONG, che avevano partecipato alla ricostruzione in Europa, ottennero il riconoscimento delle Nazioni Unite e delle Agenzie ad esse collegate iniziando un processo di formalizzazione.

Nel decennio successivo i governi delle maggiori potenze furono i protagonisti dell’aiuto umanitario, gestendo lo sviluppo in base ai propri interessi politici e ideologici e tollerando la presenza sul campo delle ONG che iniziavano a estendere la propria presenza nei paesi in via di sviluppo. Tale crescita si intensificò negli anni ottanta, favorita dall’avviarsi del meccanismo di delega da parte dei donors e dallo sviluppo della collaborazione tra le ONG e il sistema ufficiale dell’aiuto umanitario sempre più amministrato dalle Agenzie Intergovernative.

Gli anni novanta hanno visto, di fronte al fallimento delle precedenti politiche di aiuti, il definitivo affermarsi delle ONG e della loro presenza, non  solo sul piano dell’efficacia e del numero degli interventi, ma anche nella capacità di proporre un modello alternativo di sviluppo centrato sui bisogni delle popolazioni. Ciò ha determinato un accrescimento del loro peso politico portandole a importanti riconoscimenti internazionali. E’ del 1993 la nascita del NGO Working Group, costituito da organizzazioni come Amnesty International, il Consiglio Mondiale delle Chiese, Oxfam, MSF, Care ed altre di pari influenza, chiamato ad affiancarsi al Consiglio di Sicurezza come partner a titolo consultivo.
Le sfide di questi anni vedono le ONG interrogarsi sul loro futuro, sui loro valori fondamentali e sul  ruolo da svolgere nello sviluppo, se consolidarsi come veicolo del sistema ufficiale degli aiuti o svolgere una funzione autonoma di difesa dei diritti umani e delle istanze delle popolazioni più svantaggiate, in una fase che può essere chiamata di auto – riflessione.

Il panorama delle ONG italiane presenta un quadro variegato e multiforme, dove la componente cattolica gioca un ruolo fondamentale se non predominante e dove non esistono giganti come Oxfam o MSF ma, se si eccettua la Caritas, realtà associative di dimensioni medio – piccole che hanno una limitata influenza sulle politiche globali dell’aiuto umanitario.
Storicamente la maggioranza delle ONG italiane si è riconosciuta in tre Federazioni, due di matrice cattolica, la FOCSIV e il CIPSI, una di matrice laica, il COCIS. Più recentemente, per semplificare i rapporti con le agenzie intergovernative, è stata costituita l’Associazione delle ONG italiane, che accorpa oggi 160 organizzazioni, per la maggior parte orientate al lavoro di cooperazione allo sviluppo. Di queste infatti, solo 33 sono accreditate presso la Commissione Europea per gli interventi in emergenza.
I finanziamenti provengono da attività di fund raising e da contributi pubblici, da parte del Ministero degli Affari Esteri (MAE) e, in minima parte, degli enti locali (cooperazione decentrata) e consistono in contributi del 70% per i progetti promossi dalle stesse ONG e del 100% per quelli ad esse affidati dal Ministero. Per accedere ai contributi del MAE è necessario che la ONG riceva il Riconoscimento di Idoneità, basato su criteri minimi di eleggibilità, di cui attualmente sono in possesso circa 170 organizzazioni.

2. VERSO UNA PSICOLOGIA DELL’ASSISTENZA UMANITARIA

2.1 Fattori limitanti il ruolo della psicologia nell’assistenza umanitaria

Tracciate le coordinate all’interno delle quali si situa qualsiasi intervento di assistenza umanitaria, è possibile passare a esaminare nello specifico il ruolo della funzione psicologica in tale ambito.
In tal senso, se la nostra premessa di fondo è che la funzione psicologica sia imprescindibile all’interno del sistema di interventi che si attiva nelle situazioni di emergenza e che, di conseguenza, lo psicologo vi giochi un ruolo rilevante al pari delle altre figure professionali coinvolte, ciò non è scontato né storicamente consolidato: la funzione psicologica, pur in presenza di un crescente riconoscimento e di una rapida capacità di attrezzarsi e costruire un proprio sapere anche in questo campo, è tuttora circondata da diffidenza e pregiudizi e ha avuto per questo fino a pochi anni fa, al contrario di  altre discipline, un impatto limitato nell’ambito dell’assistenza umanitaria.
Ager identifica tre fattori principali all’origine di tale fenomeno:

a) Scarsa rilevanza percepita ai fini dello sviluppo
Parallelamente alla crescita qualitativa dell’intervento umanitario, registratasi negli ultimi vent’anni, è andata evolvendosi l’analisi concettuale su cui esso si basa, in direzione di un approccio multidisciplinare capace di affrontare le complesse interazioni tra esigenze ambientali, economiche, sociali e culturali che caratterizzano i contesti di intervento. I disastri e le emergenze complesse che si presentano in numero crescente nel mondo non sono considerati come semplici crisi a sé stanti, ma come sintomi di più ampie problematiche che richiedono di essere analizzate ed affrontate in una prospettiva evolutiva.
I parametri adottati per compiere tali analisi fanno tuttavia in gran parte riferimento a discipline quali l’economia, la sociologia, l’antropologia sociale, le scienze politiche, utilizzando scarsamente le formulazioni psicologiche. Ciò in quanto gli operatori umanitari e i teorici dello sviluppo trovano difficile integrare la conoscenza psicologica nel quadro dei riferimenti concettuali che compongono il nucleo delle loro riflessioni, in base a pregiudizi consolidati e difficili da estirpare. La psicologia è percepita fondamentalmente come una disciplina centrata sul comportamento individuale, che ne colloca le motivazioni in processi psichici interni, mentre le agenzie umanitarie lavorano normalmente su grandi numeri e cercano di identificare i fattori ambientali suscettibili di essere influenzati per operare cambiamenti strutturali.
Se tali percezioni possono apparire caricaturali, in quanto sappiamo come le articolazioni concettuali e i campi di applicazione della psicologia contemporanea siano ampi e diversificati, soprattutto in direzione degli ambiti relazionale e comunitario, nondimeno hanno avuto una notevole influenza sul ruolo della funzione psicologica nell’emergenza.

b) Specificità culturale
Autori come Usumu – Bempah e Howitt sostengono, assumendo una posizione volutamente provocatoria, come la psicologia sia una disciplina culturalmente determinata, si fondi cioè su concetti e valori europei e nordamericani al punto da imporre una sorta di imperialismo culturale.
Tale critica, che nega alla psicologia la possibilità di essere esportata in altri contesti, rappresenta una sfida non solo alla validità e fruibilità dell’analisi psicologica  nelle culture dei PVS, ma anche nella dimensione multiculturale che vanno assumendo le stesse società occidentali.
In effetti, prendendo in considerazione la variabilità culturale di concetti psicologici fondamentali come quelli di Sé, di normalità e di benessere, non è possibile sostenere la validità universale dell’analisi psicologica, in quanto è evidente che essa è condizionata dalla cultura e influenzata dai costumi, dai significati e dalle credenze locali.
Anche in questo caso, tuttavia, ci troviamo di fronte a una visione riduzionistica della psicologia occidentale che in oltre un secolo di ricerche e teorizzazioni ha prodotto una molteplicità di punti di vista: basti pensare all’evoluzione del concetto di Sé che ha portato a formulazioni aperte come quella di Gianfranco Cecchin e Tiziano Apolloni:
“(è necessario) pensare al Sé come all’ontogenesi di un dominio semantico e culturale che si realizza nel corso di un processo di socializzazione in cui l’uomo è partecipe di un universo linguistico”.
Numerose ricerche, inoltre, hanno recentemente dimostrato come la formulazione di processi psicologici inizialmente elaborati in contesti occidentali possono risultare notevolmente coerenti con i costrutti locali, così come in altri casi sono palesemente discrepanti.

c) Rappresentatività globale limitata
Un terzo limite imputato al ruolo della disciplina psicologica nell’assistenza umanitaria consiste nella mancanza di una sua riconosciuta universalità, nella chiusura cioè al contributo teorico di studiosi provenienti dai paesi in via di sviluppo.
E’ impossibile infatti separare la discussione teorica sull’applicabilità dall’analisi psicologica in particolari setting dalla constatazione di una distribuzione squilibrata del lavoro nel campo psicologico.
Alcune organizzazioni di categoria considerano la partecipazione attiva degli psicologi dei paesi del sud del mondo al percorso evolutivo della teorizzazione psicologica come una sfida decisiva. Il problema si riferisce da una parte al limitato numero di psicologi laureati in molti PVS, dall’altra alle scarse risorse economiche che ne limitano la partecipazione ai convegni internazionali, impedendo loro di influenzare il dibattito complessivo. In realtà, fattori più complessi che non la semplice disponibilità di risorse hanno limitato l’influenza degli psicologi dei PVS sulla disciplina psicologica. Il limitato investimento nell’insegnamento della psicologia in tali paesi, collegato in parte alla percezione della sua limitata rilevanza ai fini dello sviluppo, ha infatti significato la necessità per gli studenti di trasferirsi nei paesi occidentali.
Il problema inoltre non tocca contesti come quello latino – americano, ove la psicologia ha assunto da tempo un ruolo significativo influenzando non poco lo sviluppo globale della disciplina, mentre in paesi asiatici come l’India, che ha di gran lunga il maggior numero di psicologi tra i paesi in via di sviluppo, si sta assistendo a un fenomeno di grande interesse: con l’aumento del numero di psicologi qualificati nel paese vi è stato infatti uno spostamento dalla importazione di modelli e teorie occidentali, passando attraverso un periodo caratterizzato da una indigenizzazione della teorizzazione e delle metodologie psicologiche, a una situazione in cui la psicologia indiana ha raggiunto una notevole consapevolezza della propria capacità critica nel valutare la rilevanza culturale dei costrutti psicologici rispetto al contesto locale e agli obiettivi dello sviluppo nazionale.
Il problema dunque riguarda principalmente i contesti africani, dove peraltro si concentrano maggiormente i bisogni di assistenza e conseguentemente i programmi di aiuto e dove più marcati appaiono i limiti sopra descritti. Negli ultimi anni tuttavia, in occasione di eventi traumatici come il genocidio in Rwanda e di situazioni estreme come il dilagare del fenomeno dei bambini – soldato, le violenze sessuali nei confronti delle donne e la migrazione forzata di intere popolazioni, si è assistito al moltiplicarsi di programmi psicosociali attraverso i quali è possibile definire nuovi e stimolanti modelli di intervento.

2.2 Ambiti di sviluppo per una psicologia dell’assistenza umanitaria

Le riflessioni di Ager ci mostrano come, nonostante l’incerta rilevanza ai fini dello sviluppo, la specificità culturale e la rappresentazione globale limitata abbiano oggettivamente ostacolato il ruolo della psicologia nell’influenzare l’assistenza umanitaria, tali fattori non rappresentino barriere insormontabili.

Gli anni recenti hanno infatti visto promettenti sviluppi nel contributo della psicologia all’analisi dei bisogni umanitari, riassumibili nei seguenti punti:
a) Salute mentale nei bambini esposti a  contesti di guerra e di conflitti
La sofferenza dei bambini esposti a contesti di guerra rappresenta una tematica di primaria importanza per le agenzie umanitarie da oltre 50 anni, ma è stato solo nell’ultimo decennio che la consapevolezza del danno evolutivo provocato da tali esperienze ha influenzato in modo significativo l’azione umanitaria. E’ stato fortemente sottolineato il passaggio dal focus sulla mera sopravvivenza dei bambini a quello sulla loro sopravvivenza connessa allo sviluppo e la psicologia ha svolto un ruolo decisivo nel supportare tale cambiamento.
In questo periodo è stata di significativa importanza la nozione di trauma, benché il problema della specificità culturale di tale costrutto sia stato al centro di molti dibattiti. Nel 1987 infatti, col DSM-III, è stato fatto un primo riferimento al PTSD in età evolutiva, visto come un nuovo strumento con cui spiegare il comportamento dei bambini coinvolti nelle guerre e nelle migrazioni forzate, esposti quindi a eventi gravemente stressanti. Strumenti come il test CBI favorirono processi di valutazione di problemi comportamentali rilevati in setting culturalmente diversi.
Recenti studi relativi ai conflitti balcanici e al genocidio ruandese illustrano una tendenza consolidata che rapporta il numero di eventi traumatici cui i bambini sono stati esposti al numero risultante di bambini traumatizzati.
Questi dati sono stati usati per informare le opinioni pubbliche sui danni dei conflitti bellici, i donors circa la necessità di assistere le vittime e le agenzie umanitarie sulla necessità di interventi clinici.
De Jong, riassumendo il lavoro di ricerca svolto in numerosi paesi coinvolti in eventi bellici, ha notato come le variazioni negli stress traumatici affrontati dai bambini nelle circostanze belliche si distribuiscano tra la separazione dai genitori, l’aver assistito a uccisioni, la deprivazione dei beni di prima necessità,. Le conseguenze psicologiche dell’esposizione a stressors traumatici sono apparse evidenti a vari livelli.
Yule ha valutato che un anno dopo l’esposizione a traumi maggiori, il 50% dei bambini può mostrare disturbi psicologici, aggiungendo che buona parte di tale maggiore vulnerabilità va attribuita alla disgregazione delle risorse individuali e comunitarie provocata dalle migrazioni forzate e dal perdurare dei conflitti.
Nei conflitti etnopolitici si assiste frequentemente all’accumularsi di eventi multipli come le pulizie etniche, le disarticolazioni familiari e le migrazioni forzate che contribuiscono a indebolire le capacità di coping.
Man mano che gli psicologi hanno intensificato il loro coinvolgimento nella pianificazione di interventi umanitari in questi contesti, si è determinato un crescente consenso sul fatto che concentrarsi sul PTSD non rappresenta una soluzione efficace.
Ciò corrisponde alle critiche che hanno messo in discussione l’opportunità di applicare la diagnosi di PTSD nei contesti di emergenza a causa del rischio della  patologizzazione di intere popolazioni. Vi è invece un più ampio consenso sull’importanza di concettualizzare i bisogni di salute mentale nell’ambito delle capacità individuali di coping, del funzionamento familiare e delle risorse comunitarie.
b)   Psicologia sociale del conflitto etnopolitico
Attribuendo al conflitto etnopolitico un ruolo primario nella genesi e nella cronicizzazione di molti conflitti e crisi contemporanei, le relazioni tra gruppi costituiscono uno degli ambiti di ricerca maggiormente significativi per l’aiuto umanitario. Fino a poco tempo fa tuttavia i limiti identificati sopra avevano condizionato lo sviluppo di formulazioni psicologiche rilevanti per la risoluzione dei conflitti e la ricostruzione post – bellica. Dopo i conflitti in Ruanda, ex Jugoslavia, Timor Est, Afghanistan, etc., invece, questi temi hanno iniziato a formare oggetto di una sempre più approfondita analisi psicologica.
Mays e altri hanno documentato la possibilità per gli psicologi di sviluppare analisi e di organizzare interventi in contesti colpiti da tensioni etnopolitiche, come dimostra l’attività del Centro Solomon Asch. Concentrando l’attenzione sullo sviluppo di stereotipi etnici nei bambini, questi sono stati utilizzati per sperimentare iniziative dirette a combattere i pregiudizi interetnici. Tali programmi sono stati spesso ispirati alle versioni dell’”ipotesi del contatto”, per la quale l’esposizione sociale precoce a membri di altri gruppi etnici riduce i pregiudizi e i vissuti di ostilità.
La ricerca psicologica sul comportamento intergruppi è denso di promesse e inizia ad essere applicata nell’analisi del conflitto etnopolitico. Vi sono quindi ampie prospettive per la psicologia in questo campo di estrema complessità, ove essa venga usata per ascoltare la voce degli oppressi e dei gruppi vulnerabili.
c)   Analisi e supporto alle ong
Se fino ad ora, come è stato rilevato, le ONG hanno notevolmente trascurato l’area dell’analisi psicologica, il supporto psicologico per gli operatori umanitari esposti a situazioni di rischio sta diventando uno dei problemi principali da affrontare, sia relativamente all’analisi del rischio che ai fattori di resilienza che alle strategie di supporto ai gruppi. Esiste infatti una precisa correlazione tra l’esperienza di eventi traumatici e sintomi ansiosi di rilevanza clinica, tale da provocare risposte aggressive sul piano relazionale. Inoltre, considerando il ruolo di mediazione svolto dalle risorse individuali di coping, il grado di vulnerabilità è maggiore per gli operatori al primo incarico oppure con una lunga storia di incarichi complessi.
Le ONG, attraverso la selezione, la formazione o esercitazioni pratiche, possono fare molto per affrontare tali rischi. Il lavoro stressante degli operatori umanitari le ha portate infatti a considerare la propria attività da una prospettiva organizzativa. Ciò segnifica che, se da una parte tendono a mantenersi ancorate ai valori umanitari, al lavoro di rete locale e alla flessibilità operativa, non possono oggi prescindere dalla necessità di ricercare una maggior efficienza ed efficacia attraverso l’utilizzazione di esperti del settore privato. I principi della Psicologia delle organizzazioni assumono così un ruolo rilevante nell’assistere le ONG nello svolgimento dei loro programmi.

2.3 I parametri dell’intervento psicosociale

Nonostante i limiti sopra descritti e le incertezze tipiche di una disciplina in corso di definizione, l’ultimo decennio ha dunque visto crescere l’interesse per l’intervento psicologico nelle emergenze complesse, inteso come l’intervento diretto a fronteggiare gli effetti psicologici e le devastazioni sociali provocate dai conflitti e dalle migrazioni forzate e proprio per questo ormai comunemente denominato “intervento psico – sociale”. Infatti, in ragione delle situazioni multiproblematiche in cui normalmente versano le popolazioni colpite, ove un intervento psicologico isolato da interventi di tipo socio – economico e sanitario si rivelerebbe poco incisivo, sono sempre più spesso modulati progetti integrati di assistenza che prevedono una presa in carico globale degli individui e delle comunità.
Le tre aree principali in cui oggi si attivano progetti psico – sociali sono:
a) l’assistenza ai rifugiati: profughi e IDP;
b) la riabilitazione minorile: bambini di strada, bambini soldato, bambini sorciers;
c) la violazione dei diritti umani: violenze sessuali, tortura, pulizie etniche

Il dispiegarsi di progetti a contenuto psico – sociale, con la specifica utilizzazione della figura professionale dello psicologo, risale al periodo delle guerre jugoslave, dove nel complesso sono stati finanziati e realizzati 185 programmi psico – sociali.
Da allora la funzione psicologica nell’aiuto umanitario è andata via via consolidandosi anche in contesti ove potrebbe apparire culturalmente lontana come in Africa, ed è sempre maggiore il numero di psicologi reclutati dalle ONG per ruoli inerenti la loro professione.
La necessità di tali interventi è oggi raramente messa in discussione: essi rappresentano un obiettivo pertinente dell’assistenza umanitaria sia in ragione di un incremento delle psicopatologie che della perturbazione dei processi evolutivi nei bambini o della violazione dei diritti umani e della dignità personale,.
Il campo dell’assistenza psicologica nelle emergenze complesse tuttavia è attualmente caratterizzato dalla mancanza di un consenso generalizzato intorno agli obiettivi, le strategie e le metodologie di intervento.
In particolare due posizioni si fronteggiano: alcuni considerano le sofferenze in termini di psicopatologia, in particolare di PTSD. In questo caso l’intervento è diretto principalmente a identificare i soggetti a rischio per tale disturbo, fornendo loro counselling e programmi psicoeducarivi.
Altri hanno messo in discussione la validità e la rilevanza universale del modello del trauma, sottolineando la caratterizzazione culturale dell’espressione della sofferenza e dell’impatto dell’emergenza sulle popolazioni colpite, tendendo a valorizzare le risorse comunitarie e a ristabilire le preesistenti strategie di coping.
Al di là di tali differenze esiste tuttavia un accordo generalizzato sia sull’alta incidenza di esposizione a eventi stressanti nelle emergenze complesse, sia sulla interrelazione tra l’esposizione a tali eventi e la manifestazione di sintomi di PTDS come i ricordi intrusivi e i comportamenti di evitamento fobico.
Queste considerazioni hanno imposto la necessità di disporre di un quadro concettuale che stabilisca parametri condivisi in base ai quali definire gli obiettivi, le strategie e le metodologie degli interventi sul campo.

2.3.1 Il più consistente tentativo in questo senso è rappresentato dal lavoro a cui si dedica da circa quattro anni lo Psychosocial Working Group, costituito nel 2000 su iniziativa di cinque tra le maggiori ONG internazionali e cinque Centri di ricerca di altrettante prestigiose Università (1), con sede a Edinburgo.

(1)  Si tratta da una parte di CCF (Christian Children’s Fund), MSF Olanda, Mercy Corps, Save the Children e IRC (International Rescue Committee), dall’altra della Queen Margaret University di Edinburgo (Centro Internazionale di Studi sulla Salute), dove vi è la sede del Gruppo, della Columbia University (Programma sulle Migrazioni forzate e la salute), della Harward University (Programma sul trauma dei rifugiati), della Oxford University (Centro Studi sui rifugiati) e del Solomon Asch Centre per lo studio dei conflitti etnopolitici
La sua finalità è quella di definire un quadro concettuale condiviso sugli obiettivi, le strategie e le metodologie dell’intervento psicosociale nelle emergenze complesse partendo da un concetto centrale: gli eventi e le situazioni determinati dalle emergenze complesse indeboliscono le risorse degli individui e delle comunità coinvolte, la loro competenza a fronteggiare le situazioni estreme di stress.
I suoi ambiti di lavoro sono i seguenti:
– la costruzione di un Quadro concettuale che definisca l’insieme dei principi – guida in grado di rendere appropriati  gli interventi psicosociali;
– la creazione di un Calendario di ricerca che identifichi le lacune nelle attuali conoscenze e suggerisca le priorità delle attività di ricerca;
– la raccolta di un Inventario delle risorse contenente la documentazione su progetti che esemplificano le metodologie e i principi dell’intervento psicosociale appropriato;
– l’implementazione di studi – pilota sul campo per sperimentare le metodologie proposte;
– la produzione di materiali formativi e linee – guida per gli operatori umanitari impegnati in programmi psicosociali.
Il quadro concettuale elaborato dallo PSW coniuga il concetto di stress traumatico con una più ampia analisi della disgregazione individuale, familiare e comunitaria associata ai conflitti, riconoscendo come la salute mentale degli individui costituisca un importante fattore della competenza di una popolazione impegnata nel processo di riabilitazione, ma affermando che il benessere psicosociale è determinato soprattutto dall’integrazione della funzionalità individuale, dell’ecologia sociale e del sistema culturale/valoriale della comunità, che rappresentano l’insieme delle risorse da questa dispiegate nel corso delle crisi umanitarie.
Ponendo quindi al centro delle sue riflessioni il concetto di benessere psicosociale come obiettivo generale in base al quale orientare e organizzare gli interventi, il gruppo di lavoro ha identificato i tre fattori principali che lo determinano:
a) La funzionalita’ individuale, costituita dalla salute psicofisica, dall’istruzione e dalle competenze di un individuo all’interno della sua comunità. Il distacco da altri significativi per morte o dislocazione forzata e la perdità di efficienza psico – fisica per malattia, disturbi psichici e disabilità, sono tutti elementi che indeboliscono la funzionalità individuale;
b) L’ecologia sociale, costituita dalla rete delle connessioni sociali disponibili all’interno della comunità in termini di supporto;
c) Il sistema culturale/valoriale, costituito dai valori e dai significati attribuiti ai comportamenti e alle esperienze e condivisi all’interno della comunità.
L’impatto delle migrazioni forzate o dei disastri naturali può essere misurato in termini di perdite o di perturbazioni in ciascuno di tali ambiti, così come il benessere psicosociale degli individui e delle comunità dipende dalla possibilità di reperire risorse da questi tre ambiti per reagire agli stress indotti dalle situazioni di emergenza.
E poiché tali ambiti sono interdipendenti, un intervento focalizzato su uno di essi riguarda anche gli altri. Così i programmi che si focalizzano sulla riunificazione familiare serve non solo a riparare una ecologia sociale disgregata, ma a rafforzare la funzionalità individuale dei membri della famiglia e il suo sistema culturale/valoriale.
Nello stesso tempo il quadro concettuale serve a enfatizzare due importanti principi dell’intervento psicosociale:
– la partecipazione attiva delle comunità colpite nell’affrontare gli eventi e le situazioni determinati dalle emergenze complesse,
– la complementarità tra l’intervento umanitario e i processi locali di coping, non solo per una questione di rispetto della cultura locale ma anche per pragmatismo operativo. Qualsiasi intervento che ignori i meccanismi di difesa locali sarà inefficace e non sostenibile.
Questa è probabilmente la chiave per i progetti psicosociali nel prossimo decennio: il dispiegamento di competenze, risorse e conoscenze in modo non solo coerente con le modalità locali di affrontare la sofferenza, ma anche finalizzato a rafforzarle.

2.3.2  A conclusioni sostanzialmente non diverse è giunto l’originale lavoro di ricerca – intervento svolto negli ultimi anni dalla TPO (Transcultural Psychosocial Organization), diretto a fornire una risposta orientata sulla comunità e culturalmente sensibile ai problemi psicosociali dei rifugiati e delle vittime della violenza organizzata.
La TPO è una ONG olandese, con sede ad Amsterdam, specializzata nel campo dell’assistenza psicologica e psicosociale alle popolazioni svantaggiate nei paesi in via di sviluppo, collegata alla WHO e alla Libera Università di Amsterdam.
La sua attività consiste nella realizzazione di programmi di assistenza psicosociale in supporto alle comunità nelle fasi post – belliche e nella ricerca relativa ai problemi complessivi di tali comunità.
A livello operativo ha adottato un modello di intervento basato su un Protocollo in nove fasi elaborato da Joop de Jong, che combina il recupero e l’utilizzazione delle strategie locali di coping, comprese le concettualizzazioni locali dei problemi di salute mentale, con le metodologie occidentali.
Il programma si definisce come multidisciplinare, collaborativo, sostenibile e culturalmente sensibile ed è stato sperimentato con successo in diversi paesi asiatici, africani ed est – europei. Ogni progetto tende ad integrare modalità cliniche locali e occidentali, esperienze e metodologie appartenenti alla Sanità pubblica, alla Psicologia, alla Psichiatria e all’Antropologia, per individuare soluzioni appropriate ai problemi complessi della psicodiagnosi transculturale, della pianificazione e della gestione dell’intervento sul campo, enfatizzando i criteri della partecipazione comunitaria, della formazione e della supervisione, dell’utilizzo delle risorse locali.
Comune a tutti i progetti è la ricerca partecipativa iniziale tesa a identificare, attraverso la metodologia del focus group, la percezione locale del disagio psichico e delle sue conseguenze individuali e sociali e le modalità di trattamento consolidatesi nel tempo e riconosciute come efficaci dalla popolazione.
Vengono quindi prodotti manuali ad hoc contenenti sia i protocolli diagnostico – terapeutici occidentali che i metodi locali precedentemente individuati, utilizzati in moduli formativi diretti sia alla formazione di base degli operatori locali che alla formazione di formatori.
In sede di riflessione sul proprio modello di intervento, costantemente sottoposto a verifiche e aggiustamenti, il TPO ha elaborato tre raccomandazioni in merito alla salute mentale transculturale:
a) le culture e i contesti locali vanno studiati sia a livello individuale che comunitario;
b) va evitato l’uso esclusivo degli strumenti occidentali per la ricerca quantitativa (per misurare ad esempio il PTSD) senza basarsi anche sui dati qualitativi culturalmente sensibili, che può perpetuare l’ “errore di categorizzazione”, la sottovalutazione cioè degli strumenti diagnostici locali e l’imposizione acritica delle categorie diagnostiche occidentali anche quando non hanno rilevanza culturale;
c) la valutazione dei risultati a lungo termine dei progetti non va rigidamente rapportata agli obiettivi fissati nella programmazione iniziale in ragione dei continui cambiamenti a cui sono soggette le condizioni delle vittime delle catastrofi naturali o provocate dall’uomo.

Conclusione

L’itinerario compiuto attraverso il mondo della cooperazione e dell’aiuto umanitario ci ha portato all’ identificazione di un nucleo concettuale che potrà rappresentare l’embrione di un nuovo ramo della Psicologia applicata, la Psicologia dell’Assistenza Umanitaria. Oltre agli aspetti teorici e metodologici presentati nel testo, è importante rilevare come ne siano componenti imprescindibili due caratteristiche salienti, la curiosità e l’ irriverenza, la curiosità che nasce dalla consapevolezza dell’esistenza di tante “psicologie” quante sono le culture che abitano nel mondo e l’irriverenza verso la certezza nelle proprie teorie e la verità delle proprie rappresentazioni.

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