LA BANALIZZAZIONE DELLA CONTAMINAZIONE RADIOATTIVA IN ITALIA

La nuova mappa della contaminazione in Europa rileva quanto da anni sta denunciando Mondo in cammino: ovvero persiste la presenza dei radionuclidi di Chernobyl e del Plutonio derivante degli esperimenti nucleari (per Fukushima aspettiamo…), soprattutto nel Nord Italia e, in particolare, sull’arco alpino o laddove ci siano sommità (vedi Gran Sasso).

I risultati della nuova mappa della contaminazione in Europa, che rileva “tracce anche in Italia”, non sorprendono affatto.

 La mappa è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports un mese fa.

A NORMA

Quello che, continua a  sorprendere, invece, è che i dati vengono divulgati unicamente “teorizzandoli”, rendendoli scientifici per norma e non rapportandoli al rischio concreto e reale che potrebbero causare e causano. In questo modo, le tracce di contaminazione vengono considerate risibili, assolutamente ricomprese nella norma, una norma che viene man mano adeguata alla necessità di doverci convivere assieme. Così è successo qualche anno fa, nella estensione delle ultime linee guida sui dati massimi ammissibili di presenza di contaminazione negli alimenti (riferimento al regolamento – Euratom – 2016/52 del Consiglio dell’Unione Europea del 15 gennaio 2016). Gli scienziati nuclearisti dell’Euratom, come dagli stessi sostenuto, sono partiti dalla seguente considerazione: è ormai “normale” considerare che il 10% della dieta europea (e si parla ormai di oltre 4 anni fa!) è già contaminata da elementi radioattivi (riporto testualmente la sconcertante affermazione in virgolettato, ovvero che la fissazione dei livelli massimi ammissibili viene basata “sul presupposto che il 10% degli alimenti consumati ogni anno sia contaminato”). E’ su questa base che vengono stabiliti gli indici e limiti di norma, quando è risaputo che la norma è un concetto teorico, creato per imbrigliare anche quanto creato dalla  antropogenesi: è il caso del Cesio 137, un isotopo artificiale, che non esiste in natura e che, quindi, dovrebbe avere un valore di norma uguale a zero.

Illuminante è il caso della marmellata Rigoni di cui un campione, nel 2013, aveva dato risultati di contaminazione radioattiva e che – seppur contaminato – era da considerarsi a norma, perché il contenuto della confezione rispettava i parametri previsti dall’ora legislazione europea in proposito.

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In pratica: contaminato a norma non vuol dire sempre sano in natura.

Niente viene mai  detto – per quanto tranquillizzanti siano a livello teorico i valori di contaminazione riscontrati – che limiti massimi ammissibili non tengono conto, per esempio, del concetto di cumulo, soprattutto all’interno dell’organismo umano, determinato dall’ingestione di più alimenti contaminati, anche se a norma, e dalla tossicità specifica dei vari radionuclidi presenti nella catena alimentare, anche se complessivamente nei limiti fissati dalla legge: da una parte, infatti, i limiti massimi ammissibili si riferiscono a soli 4 gruppi di radionuclidi (schematicamente: plutonio, stronzio, iodio e cesio) e dall’altra a 4 categorie alimentari (alimenti per lattanti, latte e derivati del latte, altri prodotti alimentari esclusi quelli secondari, prodotti alimentari liquidi) senza prevedere correlazioni e tabelle di comparazione fra consumo/abitudini alimentari/modalità di preparazione e d’uso e il livello di riferimento di 1 mSv all’anno per l’incremento di dose individuale, così come previsto dal Regolamento Europeo.

Si tace sulla correlazione fra limiti massimi ammissibili e dose tossica  minima, sufficiente a causare danno per trasmissione genetica; nessuna relazione con la tossicità dei prodotti di decadimento che, pur non avendo rilevanza radioattiva, sono egualmente pericolosi (vedi il Bario) e che, quindi, dovrebbero indurre ad abbassare la soglia massima dei livelli ammissibili di radiocontaminazione.

Sarebbe complicato in questa sede, discettare sulle ricerche del Prof. Bandazhevsky riguardanti la saturazione degli alleli genici causata dal Cesio 137 – vero e proprio agente provocatore – così come riportare gli ultimi studi sulla seconda generazione dei bambini di Chernobyl che evidenziano – scientificamente e senza ombra di dubbio – a 34 anni dall’incidente nucleare, il danno genetico, come quello causato sul ciclo dei folati che induce- per loro alterata sintesi – un innalzamento dell’omocisteina, un amminoacido che provoca gravi conseguenze in giovane età (trombosi, ictus, infarti, aborti, ecc.). Queste ricerche  hanno posto in evidenza che il danno non va solo rilevato nell’equazione causa/effetto diretto, ma anche nelle conseguenze indirette che da quel danno diretto derivano.

SOLO COVID?

Può sembrare una provocazione,o meglio un azzardo – perché non si può dimostrare e nemmeno confutare- ma in questa epoca di Covid sarebbe stato interessante (termine usato per chiarezza di discorso, ma con il grande rispetto e la dignità che ne devono conseguire) fare un’indagine statistica sulle persone decedute, sulla loro età media perché – oltre, purtroppo, agli assembramenti e alla propagazione del contagio nelle case di riposo -il virus avrebbe potuto contare su organismi predisposti al contagio – non solo per i motivi suddetti – ma indeboliti dall’immenso fallout generatosi in seguito alla guerra fredda, negli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso; un fallout che avrebbe potuto saturare molti degli alleli cromosomici di questi organismi mettendoli maggiormente in disponibilità del virus, nonostante – o proprio a causa stessa – delle patologie concomitanti generate nel tempo anche da quella immunodepressione.

Come hanno dimostrato i primi studi del prof. Bandazhevsky, e di cui prima si è fatto cenno, le conseguenze più gravi sono state le patologie cardiache. Oltre l’80% dei “bambini di Chernobyl” sottoposti a fallout ha disturbi cardiaci. Il professore ha sempre sostenuto che esami autoptici mirati potrebbero evidenziare l’effetto  da tropismo del cesio 137 sulle fibre cardiache. Non è un caso che, anche prendendo solo in considerazione l’incidenza statistica, in Europa – o meglio nei paesi maggiormente colpiti dal fallout di Chernobyl, sono aumentati notevolmente i disturbi cardiaci – scompensi, infarti, aritmie, angine (generalmente, invece, l’attenzione viene posta sui tumori in generale e, in particolare, su quelli tiroidei).

A chi vorrà o cercherà di sorridere (nel migliore dei casi) per l’ ipotesi espressa precedentemente (e che tale deve rimanere), faccio presente che è molto più grave dovere sorridere amaramente su una constatazione reale: che i dati sulla norma valgono, ad esempio, per la carne che viene importata nella comunità europea, senza tenere conto che gli animali (vedi, per es. i cinghiali) superano le barriere e i confini nazionali senza nessun gendarme che li fermi e acquisiscono di fatto e subito un passaporto europeo, con meno formalità di noi umani (anche se provengono da zone contaminate) e la loro carne viene consumata pur in presenza di un notevole superamento della norma.

Che tristezza, vedere, per esempio (e come ho visto e constatato personalmente in provincia di Dobrush, in Bielorussia) emissari di aziende europee comprare, a bassissimo prezzo, i funghi della zone contaminate di Chernobyl (una quantità impressionante di magnifici porcini), per mettere in commercio, contenendo al ribasso i prezzi di confezionamento, prodotti con questi funghi mescolati in maniera tale da fare rimanere il prodotto nelle norma per i livelli ammissibili di contaminazione alimentare.

Che rabbia, constatare che in Ucraina, c’è una centrale a biomasse (la Ekotes) che brucia legna contaminata e che produce cenere  radioattiva usata come fertilizzante per terreni che producono alimenti che vengono esportati anche nel resto dell’Europa.

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Ritornando alla mappa. essa prende in considerazione Svizzera, FranciaItaliaGermania, e Belgio, e si basa solamente sull’analisi di 160 campioni. Un po’ pochi per avere un’idea del fallout generale.

Per quanto riguarda l’Italia rimangono, a mio avviso, valide le rilevazioni che aveva fatto a suo tempo Andrè Paris e che sono tuttora un punto di riferimento, pur  tenendo conto degli anni che passano e dell’emivita dei radionuclidi coinvolti.

Comunque la si pensi, antinuclearisti e nuclearisti, il danno nucleare permarrà per tantissimo tempo: sia quello provocato da precedenti incidenti e fughe e sia quello che, purtroppo, in qualche parte del mondo – nel momento stesso  in cui scrivo (per non parlare di Fukushima) – sta avanzando.

Anche se in questo preciso momento si chiudesse ogni centrale nucleare, le conseguenze rimarrebbero nel tempo, infinite, non solo legate alla smantellamento, ma alla gestione della scorie, un argomento che mettiamo sempre sotto il tappeto e che fra poco, per quanto riguarda l’Italia, scoppierà con il rientro da Sellafield della scorie nucleari inviate precedentemente laggiù per il riprocessamento.

Sia a livello fisico che sociale, il nucleare non ci sta preparando un bel futuro.

Massimo Bonfatti

Presidente di mondo in cammino

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