IL LUPO SI TRAVESTE

IL LUPO SI TRAVESTE DA AGNELLO.

Ai più è sfuggita una votazione del Consiglio Europeo del 25 settembre scorso.

I governi dell’Unione Europea, tramite i loro rappresentanti permanenti nel COREPER (Comitato dei Rappresentanti Permanenti), mercoledì 25 settembre hanno approvato a maggioranza la posizione del Consiglio dell’Unione Europea sull’introduzione di un sistema di regole di classificazione (la cosiddetta “tassonomia”) delle attività e degli investimenti finanziari che rispettano un set comune di requisiti di sostenibilità ambientale, ma hanno anche deciso di posticipare di due anni e mezzo alla fine del 2022 – dalla data inizialmente prevista dalla Commissione per il primo luglio 2020 – l’applicazione di questa classificazione dei prodotti finanziari sostenibili.

La Germania, seguita da Austria e Lussemburgo, chiedeva di escludere dalle attività e dagli investimenti “sostenibili” quelli legati al nucleare e al carbone. Ma la Francia, che sul nucleare ha investito moltissimo, grazie a un’alleanza con altri Paesi dell’Europa orientale che traggono buona parte della loro energia dal carbone, ha avuto per ora la meglio. Con un voto a maggioranza qualificata è stato così stabilito che gli investimenti nel nucleare e nel carbone non saranno necessariamente esclusi da quelli considerati “verdi” e che il Consiglio della Ue potrà dire la sua non solo sulle questioni legislative, ma anche su quelle tecniche della tassonomia (fonte: valori.it)

Quale il senso di queste posizioni?

Innanzitutto viene confermato il potere trasversale della lobby nucleare all’interno del Parlamento Europeo.

In secondo luogo il nucleare afferma così la propria strategia attendista: prendere tempo per travestirsi da lupo ad agnello.

Su 151 reattori nucleari operativi in Europa (esclusa la Russia), 67 hanno più di trent’anni, 25 superano i trentacinque e 7 i quaranta. Di norma, il ciclo vitale di un reattore viene situato fra i trenta e i quarant’anni. Intorno all’Italia sono 16 i reattori attivi con più di 30 anni di attività: fanno parte di 8 centrali (4 francesi, 3 svizzere e 1 slovena). Allo stato attuale queste centrali non sono più sostenibili economicamente. Dall’altra parte la loro utilità è posta in forte difficoltà “culturale” dal movimento di Greta Thunberg. Nello stesso tempo, come un’Araba Fenice, il nucleare ha, però, saputo intravedere una via di fuga e di salvezza nel movimento “Friday for the future”: stringere l’occhio alla lotta contro le emissioni nocive e, in particolare modo, contro l’anidride carbonica, nei cui confronti è in grado di spendersi bene.

Ma occorre tempo.

Occorre tempo per salire sul treno delle “energie rinnovabili”; occorre tempo per la riconversione  ora presentata su inaspettati piatti d’argento (i “gilet gialli”, la Thunberg); occorre tempo per modernizzare i catorci nucleari.

Il voto del 25 settembre va in questa direzione, così come le decisioni di prolungare la vita di alcune centrali nucleari sino al 2035/2040.

Esiste sicuramente una volontà “dichiarata” di volere ridurre la quota di centrali nucleari (quelle vecchie!!!) sposando la “riconversione verde” contro il cambiamento climatico, ma più che una scelta etica pare una scelta obbligata dal collasso e deterioramento di impianti vecchi, disfunzionali e la cui manutenzione richiederebbe anni di lavoro e ingenti investimenti.

Ma potrebbe andare bene anche così se questo significa, senza altri pericoli ambientali, una quota maggiore di energia da fonti rinnovabili.

C’è, però, un trucco sotteso: sì, servono, anzi urgono, le fonti rinnovabili, ma la questione nucleare è complessa (anche sul piano occupazionale, nonostante la possibile riconversione nel settore green della manodopera ) e richiede tempo. E’ necessario un mix fra le due energie: un assunto politicamente e tatticamente valido. Ma è la strategia che conta:  nel lungo termine si assisterà, in ogni caso, al mantenimento di un’importante quota nucleare, assicurando un business di ritorno (ovvero maggiori vantaggi economici di quelli persi da una forzata o improcrastinabile disattivazione) tramite la costruzione di nuove centrali di ultima generazione ovvero “energicamente più sostenibili” e garantendo la quota necessaria utile al settore militare (il fine sotteso di molte centrali nucleari per “uso civile”).

I rischi del nucleare non sono legati al dimezzamento delle centrali nucleari, ma al rischio che può procurarne una sola, come la storia ci ha più volte raccontato.

Quando si affronta il problema del nucleare, che sappiamo infarcito di bugie e minimizzazioni, è importante sapere leggere fra le righe, bisogna sapere distinguere fra annunci e vere strategie. In Francia, per esempio, che con 58 reattori distribuiti in 19 centrali atomiche ha il maggiore parco nucleare europeo, nello stesso tempo in cui Macron, un anno fa, annunciava con grande rilevanza e facendo il botto: “Entro il 2035 chiuderanno 14 reattori nucleari” (linea guida, ma non una certezza… vorrei riparlarne nel 2035!), sommessamente il Ministero delle Finanze (macroniano!) dichiarava di prevedere la chiusura di nove reattori entro il 2035 e la costruzione di quattro nuovi entro il 2040.

La conclusione è la seguente: ridurre il ruolo dell’energia nucleare non significa rinunciarvi.

Da questa analisi (per quanto sommaria e incompleta) si possono capire i miei ultimi e più sostenuti appelli  contro il pericolo nucleare: stare attenti all’uso che il nucleare potrà e saprà fare del movimento contro il “Climate change” e il “Global warming”  per affermare un nuovo modo di produrre energia pulita e di proporsi come fidato partner per la lotta contro le emissioni nocive.

Crescerà sicuramente l’uso delle energie rinnovabili e diventeranno economicamente più sostenibili rispetto al nucleare: questa immagine “verde” (e anche emotivamente idilliaca e foriera di bune speranze e fiducia nel futuro), potrà essere annientata, in qualsiasi momento, da un solo incidente nucleare.

Per tale ragione chiedo: è più pericoloso, con un’ottica rivolta al futuro, il cambiamento climatico o la presenza di centrali nucleari attive?

Difficile quesito e altrettanto difficile risposta da darsi. E’ ormai scientificamente risaputo che per il cambiamento climatico sono fondamentali gli interventi nei prossimi dieci anni: c’è insomma un limite temporale che giustifica e potrà rendere visibili e concreti i risultati e, contemporaneamente, accettabile e finalizzabile l’impegno di ognuno di noi.  Per il nucleare, invece, il limite temporale assegnato al cambiamento climatico non si può fissare, ma solo sostituire con ipotesi sui rischi: un incidente maggiore potrebbe succedere domani, fra 10 anni o fra 30 (e, per la lobby nucleare, potrà sempre  trattarsi di casualità e della ineludibilità connessa ad ogni produzione lavorativa complessa).

Per tale ragione l’impegno contro i cambiamenti climatici deve avere parallelamente in agenda la chiusura di tutte centrali (senza abboccare a riconversioni a “rimodernizzazioni” degli impianti o alla nascita di centrali ecologicamente compatibili, senza patteggiamenti o accordi – anche solo “filosofici” e non palesi – di non belligeranza , giustificabili dall’inevitabilità della contingenza ambientale nel breve termine) perché il rischio – seppure non databile – derivante da un incidente nucleare non è accettabile per noi e per le future generazioni e può annullarne tutti i risultati raggiunti.

Deve essere proposta un’alleanza fra lotta al climate change e quella contro il nucleare: tanti “Friday for future  nuclear free” (vai a firmare al link!).  Il nucleare è incompatibile con l’evoluzione e lo sviluppo del pianeta!

Massimo Bonfatti

Presidente di Mondo in cammino

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