I CAPISALDI DELL’AIUTO PER “I BAMBINI DI CHERNOBYL”

17/06/14
Alcuni quesiti, ricevuti per mail, mi hanno indotto a ragionare per l’ennesima volta sui capisaldi (catena alimentare e progettualità) dell’effettivo aiuto verso i bambini di Chernobyl e le loro famiglie.
Ripropongo di seguito la mail ricevuta il 16/06/14 e la mia successiva risposta.

MAIL RICEVUTA
Buonasera,
Mi chiamo S. C. e da qualche anno ospito ragazzi provenienti dalle zone contaminate della Bielorussia.
Quest’anno l’associazione italiana ci ha proposto la visione del vostro documentario “oltre la sbarra” e sono così venuta a conoscenza della vostra associazione: vorrei complimentarmi con voi innanzitutto per il grande lavoro che svolgete e, non ultimo, per la vostra capacità comunicativa, veramente chiara ed esauriente.
Ho letto alcune delle informazioni contenute nel vostro blog, ma non sono riuscita veramente a trovare una risposta ad un quesito che ormai mi accompagna dalla mia prima accoglienza: mi sapete dire come funziona la sanità in Bielorussia?
Ho parlato con le varie accompagnatrici dei ragazzi, che normalmente abitano a Minsk e che a volte sembrano ignorare la realtà della vita e della società nelle zone rurali. Ognuna aveva delle informazioni diverse.
Nello specifico, vorrei sapere come può venire curato in Bielorussia un ragazzo che ha problemi di salute legati all’esposizione alle radiazioni, come per esempio noduli alla tiroide.
Purtroppo alcune ragazzi che abbiamo ospitato nei nostri paesi avevano noduli sospetti e, nonostante alcuni ne fossero a conoscenza perché sottoposti a screening nel loro paese, non sono mai stati sottoposti ad ulteriori indagini sanitarie.
Accade perché non tutti si possono permettere accertamenti per questioni economiche, oppure perché in alcune zone è ancora molto alta la “non conoscenza” (come dice l’insegnante nel vostro documentario, non fa male perché non si vede)?
Il nostro intervento e indagini più accurate, risultano una forzatura o un eccessivo scrupolo, oppure sono un aiuto per queste famiglie?
Questo è uno dei temi che sempre mi fa chiedere se l’accoglienza non sia più una soddisfazione personale che un effettivo supporto ed un’esperienza positiva per questi bimbi.
Vi ringrazio per la vostra attenzione e per l’informazione che potrete fornirmi.
Saluti,
S.

RISPOSTA
Buongiorno S.,
grazie per averci contattato.

Ho letto attentamente quanto ha scritto e vorrei cominciare il mio ragionamento partendo dalla sua ultima riflessione: “Questo è uno dei temi che sempre mi fa chiedere se l’accoglienza non sia più una soddisfazione personale che un effettivo supporto ed un’esperienza positiva per questi bimbi”.
Lei ha centrato il problema. Infatti, se l’esperienza di accoglienza fosse effettivamente indirizzata a dare un supporto concreto, ovvero finalizzato ai bambini e alle loro famiglie in quanto “soggetti di Chernobyl”, vi sarebbe stato – in tutti questi ultimi 20 anni – un fiorire di iniziative orientate alla gestione locale del rischio radioattivo.

La gestione del rischio radioattivo è, infatti, il vero obiettivo.

Ora, però, non dobbiamo farci cullare dai rimpianti per il tempo “perso”, bensì trovare gli stimoli per il futuro, soprattutto intervenendo con raccomandazioni ostinate in campo alimentare e pensando all’interminabile perdurare degli effetti negativi degli isotopi rilasciati nel 1986.

L’ insufficiente presa di coscienza collettiva che ha accompagnato, e tuttora accompagna, l’esperienza di accoglienza dei “bambini di Chernobyl” in Italia, si abbina, forse inconsciamente ma sicuramente sfortunatamente, alla politica bielorussa e a quella dall’AIEA (ente internazionale “scientifico” e “super partes”, ma che – nei fatti – sostiene e finanzia indirettamente Lukashenko) rivolta scientemente alla minimizzazione del rischio radioattivo.

Il concetto di minimizzazione è fondamentale per capire come funziona la sanità in Bielorussia.

Le risposte sanitarie, di solito, dipendono dalle richieste esercitate dai cittadini; a loro volta queste discendono dalla consapevolezza e dal rispetto che si vogliono attribuire al valore del diritto alla salute.

Le opportunistiche politiche di minimizzazione alterano la percezione del diritto alla salute o, peggio ancora, nascondono il pericolo e, con esso, eludono la corrispondente risposta sanitaria: se il pericolo non esiste, non esiste nemmeno la necessità o l’opportunità di prendersene cura.
Parallelamente perdono vigore le campagne di screening o di profilassi correlate alla presenza di un persistente rischio radioattivo, escluse quelle rivolte ad una generica azione di profilassi universale (vaccinazioni e controlli obbligatori nei bambini e nell’età evolutiva).

Questa prevenzione “statalizzata” diventa, astutamente, l’ammortizzatore pubblico che ingloba, senza prenderselo in dovuta cura, il rischio radioattivo: è il silenziatore contro l’insorgere di legittime preoccupazioni, trasformate subdolamente in fobie o esasperazioni sociali del rischio radioattivo (vedi l’aumento dei casi di suicidio nei territori contaminati, rubricati come fenomeni soggettivi, senza alcuna relazione con lo stress derivante dalla consapevolezza, dalla paura o semplicemente dalla difficoltà di vivere in tale contesto).

Per onestà va affermato che la colpevole campagna di minimizzazione del rischio radioattivo non deve fare commettere errori grossolani di valutazione sulle capacità potenziali di rispondere ai bisogni di salute in Bielorussia, inclusi quelli collegati alla contaminazione radioattiva.

Il potenziale umano, scientifico – unitamente agli strumenti – esiste in Bielorussia: a Gomel. Mogilev, Brest, Minsk le risposte possono essere adeguate.

Il problema, o la scelta, é che è meglio lasciare tutto silente, sotto traccia: l’economia esige che i terreni contaminati del sud ritornino a quella gloriosa produzione di cui erano e sono capaci i kolchoz statali; il welfare sociale non può permettersi un incremento o il mantenimento di indennizzi o ammortizzatori ancora collegati al rischio radioattivo; il potere politico e affaristico non può permettere prese di posizioni non allineate o il sollevarsi di opposizioni alla costruzione della centrale nucleare di Ostrovets; il culto dell’immagine verso il presidente bielorusso non può  permettere un’ironia su quell’ “ironia della sorte” che vede la costruzione di una centrale nucleare nel paese che, allora unico senza centrali, aveva subito, dopo il 26 aprile 1986, le maggiori conseguenze del fallout di Chernobyl: il 70% delle ricadute e il 23% del territorio contaminato.

Ma la soluzione esiste o, almeno, esiste la possibilità di intervenire in maniera efficace senza rimanere prigionieri di scelte politiche estranee agli interessi dei cittadini residenti in zona contaminata o senza rimanere impotenti di fronte alle politiche di minimizzazione messe in atto dalla coalizione governo/AIEA.

Il terreno più favorevole è rappresentato dalle scuole in cui si può intervenire con programmi didattici specifici e continuativi (con arco di tempo  pluriennale) riguardanti nozioni e modalità di gestione del rischio radioattivo mediante rappresentazioni teoriche e pratiche soprattutto nel campo delle raccomandazioni alimentari (tutta la catena alimentare è coinvolta: dalla preparazione dei terreni alla cura degli animali, dalla raccolta dei funghi e dei prodotti del bosco al trattamento e preparazione dei cibi, e così via).

Ne sono stati esempio i progetti “Scuola amica” realizzati da Mondo in cammino a Chemirisi (provincia di Bragin, regione di Gomel, Bielorussia) e a Novozybkov (provincia omonima, regione di Bryansk, Russia).

Questo tipo di intervento permette di entrare in relazione efficace con la comunità locale aiutando a creare quella confidenza necessaria fra le parti, e anche con le autorità locali, in grado di garantire e fornire conoscenze, modalità, possibilità di intervento sia in casi generali che specifici (come quello del bambino con noduli tiroidei), sfruttando – a seconda dell’eventualità e dell’alternanza – il periodo di soggiorno in Italia (dosaggi TSH? Ecografia?) con i mezzi offerti dalla realtà locale bielorussa.

Come le dicevo, centri specializzati in Bielorussia ci sono come il “National Scientific and Practical Centre for Radiation Medicine and Human Ecology” in Gomel di cui, a suo tempo, ho avuto l’occasione di assistere all’inaugurazione.

L’obiettivo non deve essere quello di occuparci unicamente del caso singolo e finalizzarne le risposte, bensì trasformare il “caso singolo” in “progetto”, senza correre il rischio aggiuntivo di dare il fianco a letture strumentali, controproducenti o avverse alle politiche di minimizzazione; un progetto in grado di cercare soluzioni e, soprattutto, di offrirle coinvolgendo in un circolo virtuoso tutte le parti in causa:  un progetto in grado di creare opportunità di risoluzione per altrettanti casi simili e non aspettative singole. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la minimizzazione del rischio è più forte qualora e quando  – a qualsiasi livello – non si riescono a trovare risposte oppure se esse non sono alla portata; se, invece, esiste un percorso comune (e, se possibile, una
risoluzione) la “pace sociale” di quel gruppo o di quella comunità  è assicurata, liberando opportunità rese invisibili o ostiche dall’incapacità originaria e speculativa della loro gestione.

Continuare a procedere per azioni singole senza tenere in conto percorsi progettuali comuni e/o non tentare di intervenire nell’ambito della gestione del rischio radioattivo vuol dire – che lo si voglia o meno – contribuire a dare poco consapevolezza del diritto alla salute spettante ai singoli cittadini delle zone contaminate; vuol dire – cosa ancora più grave – legittimare una risposta sanitaria e sociale volutamente inadeguata; vuol dire – in definitiva – continuare ad accogliere i “bambini di Chernobyl” consentendo loro di diventare, senza strumenti di gestione e prevenzione, futuri “genitori di Chernobyl” e, infine, “nonni di Chernobyl” in un circolo vizioso in grado di autoalimentarsi parallelamente all’infinità degli effetti degli isotopi radioattivi sparsi intorno a loro.

Cordiali saluti!
massimo bonfatti

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