ESTATE 2019: SONO COMINCIATE LE VACANZE, MA NON PER CHERNOBYL E IL NUCLEARE

Sono preoccupanti le notizie che arrivano dal fronte del nucleare nella prima fase dell’estate 2019 (dapprima i titoli, poi le notizie dettagliate).

  1. 20/06/2019 Cina. Prevista costruzione di 30 centrali nucleari all’estero
  2. 20/06/2019 Francia. Otto saldature mettono a rischio di fallimento il piano nucleare francese
  3. 22/06/2019 Circolo Polare Artico. Anche scorie nucleari dallo scioglimento del permafrost
  4. 25/06/2019 Italia. Decommissioning nucleare: tempi biblici, costi alle stelle
  5. 26/06/2019 Giappone. Il materiale del reattore nucleare 1 di Fukushima Daiichi trovato nell’ambiente
  6. 01/07/2019 Russia. Incendio in sottomarino nucleare russo
  7. 01/07/2019 Iran. Superati i limiti di uranio arricchito
  8. 03/07/2019 Italia. Arrivata in Senato la bozza di risoluzione dell’indagine sui rifiuti radioattivi
  9. 06/07/2019 Turchia. Sequestrati 18 grammi di californio
  10. 07/07/2019 Italia. Ancora depositate in Basilicata le barre radioattive degli USA
  11. 10/07/2019 Ucraina. Chernobyl diventa una meta turistica
  12. 10/07/19 Francia. Inaugurato nuovo sommergibile nucleare
  13. 11/07/2019 Norvegia. Radiazioni 800mila volte sopra la norma dal relitto di un sommergibile nucleare russo
  14. 11/07/2019 Italia. Confermata la presenza di bombe nucleari NATO in basi italiane
  15. 11/07/2019 Italia. La UE condanna l’Italia per la mancata presentazione del programma nazionale per la gestione delle scorie radioattive
  16. 12/07/2019 Russia. Disconnesso per malfunzionamento il reattore a neutroni veloci BN-800 dell’unità 4 della centrale nucleare di Belojarsk
  17. 15/07/2018 Kazakhstan. Eroe di Chernobyl vede la serie TV sul disastro e si suicida
  18. 16/07/2019. Isole Marshall. A causa dei test nucleari USA, le isole Marshall sono più radioattive di Chernobyl e Fukushima
  19. 18/07/2019 Russia. Spenti tre reattori della centrale nucleare di Kalinin
  1. Cina. prevista costruzione di 30 centrali nucleari all’estero

La Cina potrebbe costruire 30 centrali nucleari fuori dai confini nazionali, negli Stati che hanno aderito alla cosiddetta “Nuova via della seta”: a rivelare l’indiscrezione è stato Wang Shoulin, uno dei membri di primo piano della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC),l’organizzazione che rappresenta i vari partiti cinesi sotto la guida del Partito Comunista.

Da quanto riportato sul sito web specializzato BJX, Wang avrebbe individuato 41 Paesi aderenti alla Road and Belt Initiative che già possiedono o sono in procinto di approvare piani energetici basati sullo sviluppo del nucleare. Intercettando il 20% della potenziale domanda, Wang avrebbe sostenuto la possibilità di creare fino a 5 milioni di posti di lavoro.

I progetti nucleari collegati agli accordi stipulati con la Nuova via della seta dovrebbero portare nelle casse delle imprese cinesi quasi 150 miliardi di dollari entro i prossimi 10 anni, avrebbe spiegato Wang.

La Nuova via della seta ha raccolto l’adesione diretta di 60 nazioni, principalmente in Asia, Africa ed Europa, ma prevede progetti di finanziamento e costruzione di nuove infrastrutture in 152 Paesi in tutto il mondo.

L’espansione all’estero dei progetti nucleari cinesi risponde alla necessità di esportare la sovrapproduzione tecnologica e industriale del colosso asiatico dopo un lungo periodo di stallo del settore entro i confini nazionali.

A inizio aprile, il Presidente della compagnia energetica statale China National Nuclear Corporation, Yu Jianfeng, ha annunciato un programma di costruzione di 6-8 nuovi impianti nucleari in Cina ogni anno fino al 2030. Un nuovo impulso al settore che ha visto il blocco delle concessioni per la costruzione di nuovi stabilimenti negli ultimi 3 anni.

Sugli scudi ci sarebbero i cosiddetti impianti di III generazione, come il progetto Hualong One, la cui costruzione ha subito forti rallentamenti in Cina a causa di problemi tecnici ma che potrebbe conoscere un nuovo slancio da committenti esteri.

2. Francia. otto saldature mettono a rischio di fallimento il piano nucleare francese.

Al centro dell’attenzione una mail inviata, il 20 giugno 2019, dall’ingegnere Bernard Doroszczuk, nuovo presidente dell’Asn, l’agenzia per la sicurezza del nucleare civile, a Jean-Bernard Lévy, amministratore delegato e presidente di EDF, (Électricité de France). Bernard Doroszczuk, che per statuto “non deve ricevere nessuna indicazione dal governo, da altre istituzioni e tanto meno dai privati” (testuale), ha avvertito l’Edf che i lavori per la costruzione della nuovissima centrale Epr (European pressurized reactor, reattore di terza generazione raffreddato ad acqua pressurizzata) di Flammanville, sulla costa occidentale della Manica, dovevano essere bloccati immediatamente per poter rifare otto saldature (tra la vasca di raffreddamento e il nocciolo di cemento armato che custodisce il reattore che funziona con uranio arricchito) che team e team di esperti francesi e internazionali avevano giudicato a rischio. Non immediato, ma a rischio.

È l’ultima mazzata che si abbatte sulla centrale Epr di Flammanville, gioiello della tecnologia atomica franco-tedesca (messa a punto dalla francese Framatone e dalla tedesca Siemens).

Già l’anno scorso l’Asn era dovuta intervenire – dopo la denuncia-scoop del settimanale Le Canard Enchaîné – per bloccare la fornitura di certi componenti difettosi (alcune parti delle vasche di raffreddamento) vendute all’ente elettrico di Stato da una controllata di Framatone (oggi Areva), la Creusot, che un tempo costruiva i cannoni per l’ esercito.

La questione delle saldature – “simbolo di tutte le difficoltà della filiera nucleare francese” vomr ha scritto Le Monde in un editoriale – rischia di ritardare l’entrata in servizio della centrale, iniziata nel 2007, prevista nel 2012 con un costo complessivo di 3,5 miliardi di euro.

Oggi si parla del 2024 (ammesso che all’interno dell’Edf non prevalga il partito di chi punta alla chiusura definitiva del cantiere con tutte le conseguenze che si possono immaginare) e di almeno 11-12 miliardi di euro di costi.

In una parola, un disastro per l’approvvigionamento energetico del Paese ma anche per la bilancia commerciale della Francia. L’Epr di Flammanville, infatti, doveva essere l’icona del nuovo nucleare sicuro, la risposta franco-tedesca a Fukushima (sono in corso trattative per venderne una dozzina all’India).

Non solo: le condizioni finanziarie di Edf, che sta provando a rinviare la sistemazione delle saldature a dopo l’apertura della centrale, non sono più quelle di un tempo quando l’ente elettrico veniva considerato “uno Stato nello Stato”, mentre oggi ha più di 35 miliardi di debiti consolidati, non è più monopolista dell’energia e deve ristrutturarsi per rispettare le regole europee (concorrenza e liberalizzazione del mercato).

Per non dire, poi, di quel gigantesco problema industriale che va sotto il nome di “carenage”, ovvero la chiusura o la manutenzione straordinaria di tutto il parco nucleare (19 centrali e 58 reattori a grafite cioè con tecnologie superate) che ha più di quarant’anni di vita (la centrale di Fessenheim, sul Reno, al confine con la Germania ne ha addirittura 48 e la cancelliera Merkel ha continuato a ricordarlo a tutti i presidenti francesi) e deve quindi essere messo a norma per rispettare i nuovi standard internazionali post-Fukushima e le stesse leggi francesi sulla transizione energetica post Cop-21 (La Cop 21 è l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change, Unfccc), il trattato che conta l’adesione di 196 paesi e aperto alle firme durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro, in Brasile, del 1992. La prima Cop si è tenuta nel 1995. Ecco spiegato perché quella che si è tenuta a ,Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015. è stata la numero 21 e ha adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.L’accordo ha definito un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi limitando il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2ºC).

La faccenda delle saldature difettose dell’Epr di Flammanville non è solo un colpo duro per l’Edf proprio nel momento in cui si prepara a cambiare struttura e modello di business, ma una “catastrofe industriale” (titolo del Figaro) per la filiera nucleare francese che occupa più di 200mila addetti e che per decenni ha generato – grazie alla vendita di kilowattora a mezza Europa, Italia in primis – preziosi punti di Pil.

In ogni caso, la bolletta da pagare sarà salatissima per la Francia, un tempo orgogliosa delle sue centrali.

L’opzione più radicale, cioè lo smantellamento dei siti atomici (ammesso che un’operazione del genere sia tecnicamente possibile entro il 2025 come prevede la legge sulla transizione energetica e come pretendeva l’ex ministro dell’Ambiente, Hulot, che si sarebbe dimesso dopo un incontro tempestoso con l’ingegner Lévy, il boss di Edf) costerebbe più di 200miliardi di euro.

Il mantenimento di quelli esistenti con l’ormai indispensabile “messa a norma”, il cosiddetto “carenage”, assieme alla realizzazione di un enorme deposito per le scorie radioattive nella regione della Marna, a nord di Parigi, costerebbe, forse, anche il doppio, cioè 400 miliardi di euro.

I conti li ha fatti un “think tank” indipendente e di assoluto prestigio come l’Instituto Montaigne. Lo studio dimostra che l’uscita dal nucleare avrebbe il costo proibitivo di 217 miliardi di euro (179 per la riconversione delle centrali alla produzione elettrica da energie rinnovabili, 25miliardi per indennizzare l’Edf per gli investimenti fatti finora compreso Flammanville, 13 miliardi per ammodernare la rete distributiva).

Insomma la catastrofe. Anche solo a investire 10 miliardi l’anno – si legge nel dossier dell’Instituto Montaigne – ci vorrebbero almeno vent’anni, quattro mandati presidenziali, per portare a termine l’operazione “Nuclearexit”.

Ecco perché, anche di fronte a tutti questi rischi, oggi non c’è media che non ricordi ai francesi che “bisogna continuare ad aver fiducia nel nucleare” (titolo di Les Echos); ecco perché,se si scopre che le acque della Loira sono radioattive (nella valle, attorno ai celebri castelli, ci sono ben cinque centrali nucleari), la notizia resta confinata solo alle tv locali.

3. Circolo Polare Artico. Anche scorie nucleari dallo scioglimento del permafrost

La BBC riporta le conclusioni di una ricerca di Sue Natali, membro del Woods Hole Research Center nel Massachusetts, portata avanti dalla Siberia all’Alaska per studiare gli effetti gli effetti dello scongelamento del permagelo, il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nord Europa, della Siberia e dell’America settentrionale. Sotto lo strato di ghiaccio che si sta scongelando affiorano i segreti avvelenati del passato, tra cui una quantità stimata di 15 milioni di tonnellate di carbonio, due volte di più rispetto a quello contenuto nell’atmosfera e tre volte rispetto a quello stoccato nelle foreste mondiali. A questa si aggiungono ingenti quantità di metano, antrace, mercurio tossico, scorie nucleari e altri antichi veleni.

4. Italia. Decommissioning nucleare: tempi biblici, costi alle stelle

Il ministero dello Sviluppo Economico autorizza (per la quinta volta consecutiva) una proroga per la realizzazione dell’impianto che dovrebbe trattare i rifiuti radioattivi custoditi nel sito piemontese di Saluggia: 230 metri cubi che devono essere trattati e resi solidi.

Appena poche settimane prima, i vertici della SOGIN, la società 100% pubblica che ne è responsabile, indicava giugno 2019 come data in cui concludere il processo. Ora è ufficiale: si dovrà aspettare il 2023. Ma i dubbi sono leciti.

In questi oltre 30 anni (dopo l’uscita dell’ Italia dal nucleare con il referendum del 1987) le attività di decommissioning e la società che le avrebbero dovute realizzare sono stati infatti una macchina mangia-soldi: luoghi nei quali collocare dirigenti ben pagati. Nel frattempo, i tempi in cui si sarebbe dovuto provvedere alla messa in sicurezza dei rifiuti nucleari slittavano inesorabilmente.

A luglio del 2017 quando la Commissione europea sancì l’inizio della procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per la mancata osservanza della direttiva europea 2011/70/Euratom sul trattamento delle scorie, che a fronte di costi fissi di Sogin ammontanti a 130 milioni di euro annui, nel primo semestre del 2017 ne erano stati spesi appena 23 nonostante il budget inizialmente previsto per quell’anno fosse di 88 milioni.

Già allora si capiva che si era vicini alla paralisi e che comunque nell’unico caso in cui spendere meno non è una buona notizia perché significa procrastinare all’infinitola messa in sicurezza rifiuti pericolosissimi era quello che stava succedendo.

Ecco i tempi e i costi sostenuti dalla Sogin negli ultimi.

Nel 2008 Sogin aveva presentato un piano per cui il decommissioning si sarebbe dovuto concludere nel 2019 con una spesa complessiva di 4,5 miliardi di euro. Ma già due anni dopo aveva aggiornato quel piano spostando la previsione di conclusione dei lavori al 2024 con una spesa aumentata a 5,7 miliardi. Nel 2013 la conclusone dei lavori veniva spostata al 2025 aumentando la spesa prevista a 6,32 miliardi di euro.

Nel frattempo Sogin, dal 2001 a fine 2019 sarà costata circa 4 miliardi di euro: quasi quanto nel 2008 si prevedeva sarebbe venuto a costare l’intero piano di decommissioning.

Nel 2017 la Sogin era appena a un quarto di quel piano e da, quel momento, per la fine del decommissioning si iniziava a parlare del 2035 (non si sa con quale credibilità ed era comunque impressionante che in 4 anni ne avessero accumulato altri 10 di ritardo) con una spesa che considerando i ritardi in realtà si capiva che non sarebbe potuta essere inferiore agli 8 miliardi.

Nel 2017, l’azienda invece di accelerare aveva rinviato di ben 13 anni la previsione della conclusione dei lavori a Trisaia, di ben 12 quelli di Trino Vercellese e di 11 quelli di Saluggia.

Sempre nel 2017, Sogin si avventurò in una vertenza giudiziaria paradossale contro Saipem (azienda controllata dallo stesso governo, seppur indirettamente, tramite Cdp ed Eni, cui era stata appaltata la realizzazione degli impianti per la cementazione dei rifiuti liquidi proprio a Trisaia e Saluggia) con motivazioni anche discutibili (in audizione al Senato il suo amministratore delegato ha dichiarato che «Saipem avrebbe dovuto comprare ferro e bulloni e costruirsi in casa carriponte e manipolatori» invece di acquistarli dai migliori fornitori).

A settembre 2018, vengono depositati presso la Commissione Industria del Senato della Repubblica tutti i documenti attestanti i ritardi, fra cui una sconcertante lettera del Premio Nobel Carlo Rubbia del 2001, in cui l’allora Presidente dell’ENEA metteva in guardia sull’altissimo rischio legato alla possibile esondazione a Saluggia con conseguente pericolo di contaminazione dell’acqua: nonostante ciò, mai si è proceduto a mettere in sicurezza il sito come chiedeva con urgenza quella lettera.  Niente, non è successo niente.

La risposta sino adesso è stata solo una: proroga dei tempi. E nel frattempo invece dovrebbero aumentare le preoccupazioni. Per esempio cosa c’è a Bosco Marengo? Perché l’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione chiede conto a Sogin in due successive lettere a maggio e a giugno 2019, a seguito della caratterizzazione dei rifiuti radioattivi liquidi fatta dalla stessa Sogin, della presenza di radionuclidi non previsti nell’autorizzazione per la disattivazione del sito e di conseguenza sospende le attività di allontanamento dei materiali dall’impianto?

Domande per cui sarebbero necessarie risposte serie ed esaurienti.

5. Giappone. Il materiale del reattore nucleare 1 di Fukushima Daiichi trovato nell’ambiente.

Un gruppo di scienziati anglo-giapponese ha scoperto nuove informazioni sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’incidente nucleare di Fukushima. I ricercatori evidenziano che «Perfino adesso, otto anni dopo l’incidente, aree significative che circondano l’impianto restano evacuate a causa degli alti livelli di radioattività che ancora esistono. Si ritiene che alcune persone potrebbero non essere mai in grado di tornare alle proprie case a causa dell’incidente».

Il nuovo  studio “Provenance of uranium particulate contained within Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant Unit 1 ejecta material” pubblicato il 26 giugno 2019 su Nature Communications da un team multidisciplinare di ricercatori guidato da Peter Martin e Tom Scott del South West Nuclear Hub  dell’università di Bristol e compost da scienziati  della Diamond Light Source, la National synchrotron facility britannica, e della Japan Atomic Energy Agency (Jaea), rivela che «A seguito dell’isolamento del particolato sub-mm da campioni ambientali ottenuti da località vicine all’FDNPP, il team ha utilizzato per la prima volta  la capacità dell’ high-resolution combined x-ray tomography i tomografia e l’ x-ray fluorescence mapping capabilities of the Coherence Imaging (I13) al Diamond Light Source. Da questi risultati, è stato possibile determinare la posizione dei vari costituenti elementari distribuiti, attraverso la particella di ricaduta altamente porose, comprese le posizioni esatte di inclusioni di uranio micron attorno alle particelle esterne».

Dopo aver identificato queste inclusioni di uranio, il team ha poi analizzato la natura fisica e chimica specifica dell’uranio utilizzando il Microfocus Spectroscopy (I18) beamline al di Diamond. E i ricercatori spiegano che «Puntando il fascio di raggi X fortemente focalizzato sulle regioni di interesse all’interno del campione e analizzando il segnale di emissione specifico generato, è stato possibile determinare che l’uranio era di origine nucleare e non proveniva dall’ambiente».

La conferma finale che l’uranio proveniva dai reattori esplosi di Fukushima Daiichi  e arrivata dal particolato analizzato utilizzando la spettrometria di massa all’università di Bristol, dove la specifica firma dell’uranio trovato nelle inclusioni si è rivelata la stessa dell’uranio del reattore 1 di Fukushima

6. Russia. Incendio in sottomarino nucleare russo

Un incendio scoppiato, il primo luglio 2019 a bordo di un sottomarino russo, nelle acque territoriali russe del Mar Baltico ha provocato la morte di 14 marinai, intossicati dal fumo che si è generato. Le fiamme sono state estinte dall’equipaggio e il mezzo è stato ricoverato nella base navale di Severomorsk, nella penisola di Kola, sopra il Circolo polare artico.

Il ministro della Difesa Serghiei Shoigu ha immediatamente assicurato che il reattore è stato isolato e posto in sicurezza ed è quindi funzionante. In una conversazione con Putin, Shoigu ha inoltre precisato che le fiamme sono divampate nel compartimento batteria del sommergibile.

Il sommergibile, a quanto riferito dalle autorità, era utilizzato per una missione di “ricerca scientifica per studiare il fondale dell’Oceano, nell’interesse della Flotta della Marina militare russa”. Non sono chiare le cause della tragedia, su cui è stata aperta un’inchiesta, condotta dal comandante in capo della Marina, Nikolai Evmenov.

Il ministero della Difesa non ha fornito altri dettagli: per esempio, non è stato spiegato da quante persone fosse composto l’equipaggio e, soprattutto, non è stato reso noto il tipo di sottomarino coinvolto. Alcuni esperti hanno avanzato l’ipotesi che l’incendio non sia avvenuto durante attività di “ricerca scientifica”, come comunicato da Mosca.

“Di solito”, ha riferito in forma anonima ad Afp un esperto militare, “si tratta di una copertura per altri tipi di lavori, condotti sul fondale marino”, come per esempio la posa di cavi. Secondo l’agenzia Rbc, che cita una fonte militare anonima, il mezzo coinvolto nell’incidente è un sottomarino a propulsione nucleare AC-12 ‘Losharik’, che non trasporta armi a bordo e che può raggiungere una profondità di 6 mila metri.

Il giornale russo Novaya Gazeta sostiene che l’incendio abbia ucciso tutto l’equipaggio, composto da 25 militari.

7. Iran. Superati i limiti di uranio arricchito

L’ Iran supera per la prima volta la fatidica soglia dei 300 chilogrammi di uranio arricchito consentiti dallo storico accordo sul nucleare del 2015. Pur essendo una quantità ancora insufficiente per arrivare a realizzare una bomba atomica, si tratta di un passo significativo dell’Iran verso la produzione di armi nucleari. Quello che Teheran lancia al mondo intero è un segnale forte: la Repubblica islamica non intende piegarsi alla linea dura di Donald Trump, che proprio un anno fa abbandonò quell’accordo fortemente voluto da Barack Obama e dal presidente iraniano Hassan Rohani.

8. Italia. Arrivata in Senato la bozza di risoluzione dell’indagine sui rifiuti radioattivi

Mercoledì 3 luglio è approdato in Senato un documento che ha fatto poco clamore: la bozza di risoluzione che chiude l’indagine sui rifiuti radioattivi condotta dalla commissione industria, turismo e commercio.

Nello schema, firmato dal presidente Gianni Girotto, in quota Movimento 5 Stelle, si chiede al governo in via prioritaria di capire se altri Paesi hanno l’interesse fin da subito a farsi carico dei rifiuti nucleari italiani ad alta e media intensità, ossia quelli che impiegano più tempo a decadere, senza che siano parcheggiati  a tempo determinato in quello nazionale.

Ma c’è un altro snodo dirimente. È “l’assenza di alcuni dettagli fondamentali”, come un’analisi sulla “strategia del “brownfield”, ossia la trasformazione degli attuali siti in depositi di sé stessi, rispetto alla realizzazione del deposito nazionale”. Lasciando cioè le scorie là dove sono, nelle quattro ex centrali nucleari (a Trino, Caorso, Latina e Garigliano) e negli impianti del combustibile(Saluggia, Bosco Marengo, Casaccia e Rotondella). In sostanza si delinea un piano b, alternativo alla costruzione di un deposito centrale, su cui l’Italia ha accumulato notevole ritardo.

9. Turchia. Sequestrati 18 grammi di californio

Il  6 luglio la polizia turca ha sequestrato 18 grammi di californio, un materiale radioattivo impiegato nella fabbricazione di testate nucleari, nella provincia di Bolu, nella parte occidentale della Turchia. Il presidente dell’Associazione degli ingegneri nucleari turca, Erol Cubukcu, ha così commentato: “Questa sostanza è sintetica, cioè non è contenuta in natura nella sua forma pura. Quindi, il californio deve essere prodotto da un reattore o un acceleratore di particelle atomiche in un paese con tecnologia nucleare. Questo elemento non è prodotto in Turchia e probabilmente è arrivato nel territorio del paese da una potenza nucleare”.

10. Italia. Ancora depositate in Basilicata le barre radioattive degli USA

Il giornale “La Gazzetta del Mezzogiorno” riprende alcuni passi della bozza di risoluzione sui rifiuti radioattivi depositato il 3 luglio 2019 al Senato.

Evince due i «nodi» allarmanti.. Il primo è la mancata solidificazione «del prodotto finito», i liquidi radioattivi zeppi di Uranio, Torio e materiali micidiali, estratti negli anni Settanta in Basilicata, all’Itrec, da 20 delle 84 barre di combustibile irraggiato nel reattore Usa di Elk River. Per la comunità scientifica internazionale è un azzardo tenere quelle sostanze così e infatti la Sogin doveva cementarle. Il relativo impianto doveva essere già bell’e costruito ma, per una serie di intoppi, se ne riparlerà nel 2025. 

L’altro «nodo» lucano è proprio quello delle 64 barre di combustibile residue. Essendo naufragati i tentativi di convincere gli Usa a riprendersele, la bozza spiega che siccome sono pericolosissime e “in Italia non è attualmente presente una tecnologia in grado di ritrattare il materiale fissile Uranio/Torio» di cui sono composte, bisogna riprendere l’iniziativa diplomatica con un’azione «decisa e concertata», per spuntare «un accordo con gli Stati che si rendessero disponibili allo smaltimento”. 

11. Ucraina. Chernobyl diventa una meta turistica

Zelensky firma, il 10 luglio 2019, un decreto per la creazione di nuovi sentieri nella zona di Chernobyl e per migliorare la ricezione telefonica nella zona perché, come ha spiegato, «Chernobyl è da decenni un’ombra sull’Ucraina, ed è ora che le cose cambino».

Il  Presidente dell’Ucraina intende riqualificare l’area di Chernobyl. «Creeremo un corridoio verde per i turisti: Chernobyl è un luogo unico al mondo, dove la natura è rinata dopo quell’immenso disastro creato dall’uomo. Vogliamo mostrare questo posto al mondo: agli scienziati, agli ecologisti, agli appassionati di storia, ai turisti», ha spiegato Zelensky. Del resto, sebbene i livelli di radioattività continuino ad essere più alti del normale, migliaia di turisti ogni anno raggiungono la zona: basti pensare che la città fantasma di Pripyat ha visto aumentare del 40% il numero di visitatori negli ultimi anni. È l’effetto del dark tourism.

Già nelle scorse settimane, per la verità, il Presidente ucraino aveva svelato i suoi piani inaugurando un’enorme struttura progettata per confinare i detriti radioattivi del reattore n.4. Una struttura che sarà completata in nove anni, e che è stata installata per impedire al reattore in decomposizione di contaminare ulteriormente l’ambiente e di essere poi smantellato. Percorsi pedonali, piccoli corsi d’acqua e checkpoint saranno presto installati. Per fare di Chernobyl un luogo turistico unico al mondo.

12. Francia. Inaugurato nuovo sommergibile nucleare

La Francia inaugura in pompa magna, nel porto di Cherbourg, il Suffren, il primo di una serie di sei nuovi sottomarini nucleari d’attacco (Sna) capaci di lanciare missili da crociera e dispiegare forze speciali ovunque nel mondo. Il sottomarino si trova su una sorta di montacarichi sul sito di Naval Group, in attesa che venga calato in acqua. Il varo ufficiale, con tre anni di ritardo, è previsto verso la fine del mese prima dei test in banchina e poi in mare aperto. La consegna alla Marina militare francese, nel porto di Tolone, è prevista entro l’estate 2020.

13. Norvegia. Radiazioni 800mila volte sopra la norma dal relitto di un sommergibile nucleare russo

Nei fondali del Mar di Norvegia, a circa 1.700 metri di profondità, giace da trent’anni il relitto  del sommergibile nucleare Komsomolets. Sin dagli anni Novanta le autorità hanno condotto spedizioni periodiche  per analizzare i livelli di radioattività, ma l’ispezione di quest’anno è stata la prima ad usare un veicolo telecomandato chiamato ‘Aegir6000′ per filmare il relitto e prelevare campioni che saranno ulteriormente esaminati.

I campioni prelevati dagli scienziati della missione mostrano livelli di radioattività nel sito fino a 800.000 più alti della norma. A renderlo noto è l’autorità norvegese per la sicurezza nucleare e l’energia atomica: “Si tratta ovviamente di un livello più alto di quello che misuriamo di solito in mare, ma i livelli che abbiamo trovato non sono allarmanti,” ha dichiarato la responsabile della spedizione Hilde Elise Heldal dell’Istituto Norvegese di Ricerca Marina che conclude. “I livelli di radioattività si diradano rapidamente a queste profondità e ci sono pochi pesci nell’area”.

Secondo il Moscow Times sarebbero stati esaminati tre campioni e quello a più alta radioattività sarebbe stato raccolto nei pressi di un buco per l’aerazione da cui occasionalmente si solleva “una misteriosa nube di polvere”. Sempre il Moscow Times afferma che secondo gli scienziati questo buco per la ventilazione potrebbe essere a contatto diretto con il reattore all’interno del relitto e che la contaminazione potrebbe quindi uscire fuori a intermittenza. Il Komsomolets affondò il 7 aprile 1989, dopo che un incendio era divampato a bordo, uccidendo i 42 membri dell’equipaggio.

14. Italia. Confermata la presenza di bombe nucleari NATO in basi italiane

Gli Stati Uniti possiedono uno schieramento di bombe nucleari in Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Lo riporta un rapporto pubblicato e successivamente modificato presentato all’Assemblea parlamentare della NATO.

Un progetto di rapporto pubblicato e successivamente modificato, preparato da un membro di un organismo affiliato alla NATO, ha fornito dettagli precisi sul deterrente nucleare della NATO, rivelando le posizioni e il numero delle armi nucleari statunitensi in Europa.
I dati precisi erano sempre stato un segreto aperto e non erano mai stati messi a nudo in un documento collegato alla NATO.

“Una nuova era per la deterrenza nucleare? Modernizzazione, controllo degli armamenti e forze nucleari alleate “, un documento scritto dal senatore canadese Joseph Day è stato presentato nel Comitato di difesa e sicurezza dell’Assemblea parlamentare della NATO, un organo interparlamentare consultivo del blocco militare. La bozza originale è stata discussa nella sessione dell’Assemblea a Bratislava, in Slovacchia, il 1 ° giugno, per essere ulteriormente riveduta ed eventualmente adottata nella sua sessione annuale a Londra in ottobre.

Il deputato del Partito verde belga Wouter De Vriendt, che ha partecipato alla sessione, ha fornito la copia della bozza al quotidiano De Morgen. Secondo la bozza, la NATO immagazzina circa 150 bombe nucleari B61 in sei basi: Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Aviano e Ghedi-Torre in Italia, Volken nei Paesi Bassi e Incirlik in Turchia. 

Secondo  il sito del quotidiano belga De Morgen, che ha avuto la bozza dal deputato del Partito verde belga Wouter De Vriendt, presente alla sessione di lavori a Bratislava, il testo fino alla scorsa settimana includeva il seguente passaggio:

“Gli Stati Uniti schierano circa 150 armi nucleari in Europa, in particolare le bombe a caduta libera B61, che possono essere schierate sia dagli Stati Uniti sia dagli aerei alleati. Queste bombe sono immagazzinate in sei basi statunitensi ed europee: Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Aviano e Ghedi-Torre in Italia, Volkel nei Paesi Bassi e Incirlik in Turchia “, come riferisce il media belga”

Nel rapporto non si specifica il numero delle testate nucleari presenti in ciascun paese ma è noto come l’Italia, l’unico paese nella lista con due basi nucleari, mantenga la maggiore scorta di bombe nucleari statunitensi, stimate tra 60 e 70.

 Quindi quasi la metà.

L’11 luglio, una versione modificata del report è stata pubblicata ma senza l’ultima frase di quel paragrafo chiave. Adesso le basi militari non sono menzionate, ma quei paesi europei sono “spesso citati” come operatori aerei dotati di capacità nucleare, e si specifica che tali informazioni sono state ottenute da “fonti di libero accesso”.

Come riportato dal Washington Post, successive inchieste hanno portato l’Alleanza a pronunciarsi sulla questione, osservando che questo rapporto non corrisponde a un rapporto ufficiale della NATO.
 
Diversi media europei, tuttavia, si riferiscono a questo rapporto come una delle più vicine conferme alla NATO di informazioni che non sono praticamente nessun segreto per nessuno, dal momento che i nascondigli stessi, come pure la quantità di armi, hanno già calcolato in analisi effettuate anni fa da organizzazioni come il gruppo Nuclear Threat Initiative.

Queste indagini hanno messo in evidenza l’inutilità di un tale dispiegamento di armi nucleari statunitensi,  adottato negli anni ’60, nello stile della Guerra Fredda. In dettaglio, gli analisti di Nuclear Threat Initiative sottolineano che fattori come il terrorismo potrebbero addirittura causare il fallimento delle bombe nelle mani sbagliate. Questa preoccupazione è stata particolarmente latente in Turchia dopo la fallita insurrezione militare nel 2016.

Fino ad oggi, le critiche continuano ad aggiungersi mentre Washington abbandona gli accordi di controllo delle armi stabilito nel secolo scorso dopo le guerre. “La missione militare per la quale queste armi sono state originariamente progettate – per fermare un’invasione sovietica dell’Europa occidentale a causa delle forze convenzionali inferiori degli Stati Uniti e della NATO – non esiste più”, ha detto Kingston Reif, direttore della politica di disarmo e riduzione delle minacce da parte della US Arms Control Association, secondo il quotidiano statunitense.

15. Italia. La UE condanna l’Italia per la mancata presentazione del programma nazionale per la gestione delle scorie radioattive

La Corte di giustizia Ue condanna l’Italia per non aver comunicato alla Commissione Europea il programma nazionale per la gestione delle scorie radioattive. Sulla base della direttiva 2011/70/Euratom del 2011, infatti, gli Stati membri avrebbero dovuto notificare per la prima volta il dossier alla Commissione entro il 23 agosto 2015. La scadenza, però, non era stata rispettata, spingendo la Commissione ad aprire una procedura d’infrazione. Successivamente, con un parere motivato inviato a Roma da Bruxelles, la Commissione aveva fissato un nuovo termine per la pubblicazione del programma al luglio 2017, ma anche quest’ultima dead line non è stata rispettata. Da qui la scelta di adire la Corte, fino alla sentenza di condanna emessa oggi dai giudici Ue. Si tratta della prima condanna, dunque non saranno comminate sanzioni pecuniarie. Solo se la Commissione europea scegliesse di deferire ulteriormente l’Italia alla Corte, potrebbe chiedere la condanna al pagamento di penalità periodiche o sanzioni forfettarie.

16. Disconnesso per malfunzionamento il reattore a neutroni veloci BN-800 dell’unità 4 della centrale nucleare di Belojarsk

A causa di un segnale di malfunzionamento, è stato disconnesso  il reattore a neutroni veloci BN-800 dell’unità 4 della centrale nucleare di Belojarsk, nella regione russa di Sverdlovsk. Non sono state rese note le cause dell’arresto. Il livello di radiazioni nella città di Zarechnij, nei pressi della centrale, corrisponde alla normalità, riferisce l’agenzia di stampa russa “Ria Novosti”.

17. Kazakhstan. Eroe di Chernobyl vede la serie TV sul disastro e si suicida

Molti degli «eroi» di Chernobyl, al di dà delle decorazioni e dei premi dell’epoca, hanno condotto dopo il disastro del 1986 esistenze estremamente modeste. Ma di tra di loro ci sono stati eroi di serie A e di serie B, coraggiosi lavoratori della centrale ucraina che avevano provenienze diverse all’interno del vasto impero sovietico e che, dopo il disastro, vennero trattati con ancora meno riguardo degli altri. Per questa e altre ragioni uno dei «liquidatori» del reattore 4 esploso a Chernobyl si è tolto la vita dopo aver visto in tv – come molti in tutto il mondo – il dramma televisivo Chernobyl della HBO, che ha rievocato quel maledetto 26 aprile aprile ‘86 e il sacrificio di chi è morto o ha minato la propria salute per evitare un dramma ancora maggiore.

l kazako Nagashibay Zhusupov, 61 anni, che nel 1986 a Chernobyl era tra coloro che fecero sforzi immensi per limitare il disastro, si è sciolto in lacrime quando ha visto, nel sapiente ritratto della fiction tv, l’odissea di cui è stato protagonista. Ha rivissuto il suo dramma, passo per passo. E si è fatta più cocente per lui l’umiliazione per essersi visto negare ciò che ad altri «liquidatori» di Chernobyl era stato concesso, ovvero un appartamento dignitoso per sé e i propri cinque figli. Il governo del Kazakistan, all’epoca una «repubblica socialista» marginale e vessata dell’impero sovietico, se n’è invece fregato dei suoi problemi di salute e ha costretto Nagashibay, sua moglie e i loro cinque figli a vivere nel triste e angusto dormitorio di un ostello, rifiutandogli uno degli appartamento dello Stato. La depressione di Zhusupov si è riaccesa vedendo la serie tv Chernobyl. Qualche giorno fa è salito su tetto di un edificio di cinque piani ad Aktobe, in Kazakistan; e si è gettato di sotto. Sua figlia Gaukhar, 25 anni, ha riferito alla stampa locale: «Mio padre ha guardato la serie della HBO con le lacrime agli occhi, perché gli ha riportato alla mente i ricordi dolorosi del suo sacrificio. Il governo ha rifiutato di concederci uno dei suoi alloggi popolari e questo lo ha ferito in maniera irreparabile». Ad aggravare la situazione di Zhusupov è stato il fatto che, dopo il disastro di Chernobyl, l’uomo non è stato congedato con una pensione accettabile, ma ha continuato a lavorare indefessamente in altre centrali nucleari nonostante i crescenti problemi di salute, operando per anni nel sito di test nucleari sovietici a Semipalatinsk, in Kazakistan.

Anche gli amici e i conoscenti di Zhusupov – riferisce il britannico Daily Mail — credono che l’uomo si sia ucciso «perché si è sentito ingannato». Uno di loro ha commentato: «Viveva in povertà, senza una vera casa». Bakitzhan Satov, presidente della associazione dei «liquidatori» di Chernobyl, ha spiegato che Zhusupov aveva fatto, come altri veterani di Chernobyl, domanda di assegnazione di un alloggio popolare. «Credeva che fosse suo diritto, un riconoscimento doveroso per il suo sacrificio. Eppure, dopo dieci anni di attesa di una casa, ha scoperto che il suo nome era stato “cancellato” dalla lista. Questo lo ha distrutto. Ha tentato una causa legale, per vedersi riassegnato il suo posto in lista d’attesa. L’ultima volta che l’ho visto, era profondamente rammaricato per non aver potuto ottenere un appartamento. Credo che si sia buttato giù da un palazzo in un momento di disperazione, perché per molti anni non è riuscito a ottenere una casa adeguata».

Zhusupov era stato decorato per il suo coraggio durante il disastro, che lo aveva visto tra i primi operai a essere chiamati sul sito per limitare le conseguenze dell’esplosione del reattore 4. Prima di quel lavoro, Nagashibay faceva il contadino in Kazakistan. Dall’Unione Sovietica era giunto imperioso alle «repubbliche» satelliti l’ordine di inviare subito uomini per limitare i danni prodotti dal disastro. Lui era andato, ma poi la sua salute non era stata più la stessa. Nagashibay era tormentato da frequenti mal di testa e da improvvisi collassi. Trascorreva sempre più tempo in ospedale. La sua pensione, inclusa l’indennità di invalidità, era di circa 140 euro al mese . In un’intervista rilasciata poco prima della sua morte, Zhusupov aveva dichiarato: «All’epoca dei fatti nessuno ci disse perché fummo chiamati a lavorare a Chernobyl. In quell’aprile del 1986 ero conducente di trattori ». Eppure Zhusupov fu uno dei primi «liquidatori» del reattore esploso. L’uomo ha raccontato: «Dopo Chernobyl la mia salute è peggiorata. Ma in seguito ho anche prestato servizio nel sito di test nucleari di Semipalatinsk, in Kazakistan». La figlia Gaukhar ha commentato così la morte del padre: «Abbiamo visto tutti la serie di Chernobyl. Papà osservava le scene e ricordava con dolore tutti i momenti che ha dovuto attraversare. C’erano le lacrime nei suoi occhi, mentre guardava Chernobyl».

18. Isole Marshall. A causa dei test nucleari USA, le isole Marshall sono più radioattive di Chernobyl e Fukushima

I livelli di radiazione in alcune aree delle isole Marshall nell’Oceano Pacifico sono superiori a quelli di Chernobyl e Fukushima. A lanciare l’allarme sono stati i ricercatori della Columbia University di New York, secondo cui in 4 atolli delle Isole Marshall, dove gli Stati Uniti avevano condotto tra il 1946 e il 1958 ben 67 test nucleariper sperimentare la potenza delle loro bombe atomiche, le quantità di radiazioni rimangono ancora oggi a livelli allarmanti. Da dieci a mille volte superiori delle aree radioattive vicino alla centrale di Chernobyl (1986) e Fukushima (2011). Lo studio è stato appena pubblicato su Pnas.

Analizzando 38 campioni prelevati su 11 isole differenti, i ricercatori hanno scoperto la presenza di grandi quantità di elementi radioattivi, tra cui l’americio241, il cesio137, il plutonio239 e 240, gli stessi rilevati nelle aree vicine alla centrale di Chernobyl e Fukushima. Le isole con più concentrazioni di radiazioni, secondo lo studio, sono risultate essere quelle settentrionali, ossia Naen, nell’atollo di Rongelap; Runit ed Enjebi, nell’atollo di Enewetak, e Bikini, nell’atollo di Bikini.

Ma il più alto livello di radiazioni, spiegano i ricercatori, è stato individuato sull’isola di Bikini, usata come una sorta di ground zero, dove gli Stati Uniti condussero nel 1954 il più grande test sulla bomba all’idrogeno (Castle Bravo), mille volte più potente di quella lanciata su Hiroshima, alla fine della Seconda guerra mondiale. Dagli ultimi testi, infatti, è emerso che questa isola contiene una quantità di plutonio fino a mille volte superiore rispetto a quella rilevata dopo il disastro di Chernobyl. Inoltre, durante altri test, i ricercatori hanno scoperto che alcuni frutti su diverse aree delle Isole Marshall contenevano più cesio-137 rispetto a quanto consentito dagli standard di sicurezza internazionali, e alcune isole contenevano anche più cesio-137 rispetto a quello rilevato a Chernobyla 10 anni dal disastro.

Tutte e quattro le isole sono oggi disabitate: Bikini, Enjebi e Runit sono negli atolli dove si sono svolti i test nucleari. Ma la minuscola Naen, in cui sono stati rilevate alte concentrazioni di plutonio-238, si trova nell’atollo di Rongelap, a circa 160 chilometri dalle altre 3 isole. “Questa scoperta aumenta la possibilità che l’isola fosse utilizzata come una discarica di scorie nucleari non dichiarata”, commenta Ivana Nikolic Hughes,co-autrice della ricerca, sottolineando che l’unico altro posto dove è stato scoperto questo elemento radioattivo è Runit, dove gli Stati Uniti costruirono un’enorme cupola di cemento ( e che oggi si sta crepando) per conservare al suo interno le scorie nucleari. “Le persone non dovrebbero vivere sull’atollo di Rongelap fino a quando questo mistero non verrà risolto”.

Infine, come concludono gli autori dello studio c’è un’enorme differenza tra le Isole Marshall e Chernobyl o Fukushima: per questi due ultimi disastri nucleari, infatti, ci sono notevoli sforzi per tenere lontane le persone dai reattori contaminati, mentre oggi le isole come Bikini e Naen sono facilmente accessibili dalla popolazione locale, che tradizionalmente si sposta da un’isola all’altra per raccogliere frutta e altri alimenti.

19. Russia. Spenti tre reattori della centrale nucleare di Kalinin

A causa di un cortocircuito verificatosi sulla barra di uno dei trasformatori di corrente, la centrale nucleare di Kalinin spegne 3 delle sue 4 unità (la centrale si trova nel nord della regione di Tver nel distretto urbano di Udomelsk;  ha quattro unità di potenza con reattori raffreddati ad acqua VVER 1000 – con una capacità installata di 1000 MW ciascuna). Secondo quanto comunicato dagli Enti preposti, lo sfondo della radiazione nella stazione e nel territorio adiacente risulta invariato, ad un livello corrispondente al normale funzionamento delle unità di potenza e non supera i valori dello sfondo naturale, ovvero  8-12 μR / h.

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