ACQUA RADIOATTIVA DI FUKUSHIMA NEL PACIFICO: UNA FOLLIA!

Il 23 dicembre 2019 la sottocommissione Handling ALPS Treated Water (Advanced Liquid Processing System), istituita dal ministero dell’economia e dell’industria del Giappone (METI), aveva presentato una proposta per la gestione di oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva stoccata dopo il disastro nucleare di Fukushima dell’11 marzo 2011.   

il 31 gennaio 2020, la sottocommissione ALPS ha suggerito al governo di scaricare l’acqua contaminata da sostanze radioattive nel Pacifico, asserendo trattarsi dell’opzione più fattibile.

La sottocommissione ha affermato che “il rilascio di acqua diluita nell’oceano è un’opzione migliore rispetto allo scarico nell’atmosfera dopo l’ebollizione e l’ulteriore elaborazione per rimuovere il più possibile le sostanze radioattive”. Il team di esperti ha fatto notare che la vaporizzazione nell’atmosfera avrebbe notevolmente ampliato l’area geografica e il numero delle imprese probabilmente colpite da una pubblicità negativa. Inoltre acqua contenente trizio è già stata rilasciata nell’oceano da altre centrali nucleari sia in Giappone che all’estero, con la condizione che i livelli di concentrazione venissero controllati. Secondo la proposta esaminata dalla sottocommissione, prima di rilasciarla nell’oceano, l’acqua verrebbe trattata una seconda volta per diluire i livelli di trizio al di sotto degli attuali standard di sicurezza». 

Ora soffermiamoci solamente sulle implicazioni tecniche.

Sorvoliamo sulle altre, non meno importanti, ma di più facile e immediata comprensione, quali:

– l’ulteriore danno che verrebbe causato ai pescatori giapponesi che, dopo l’incidente di Fukushima, hanno visto ridursi dell’80% il commercio del pescato e che vedrebbero ancora di più compromessa l’ attività

– il fatto che nessuna decisione può essere presa dal governo senza l’approvazione locale. La comunità di Fukushima – compresa la Fukushima Prefectural Federation of Fisheries Cooperative Associations – ha già sostenuto che scaricare l’acqua radioattiva nel Pacifico non è un’opzione. In un recentemente sondaggio di Greenpeace Japan del settembre 2019, solo il 15,9% dei cittadini di Fukushima si è dichiarato favorevole allo  scarico di acqua radioattiva nell’oceano, mentre il 43,3% é decisamente contrario. A livello nazionale la percentuale dei contrari sale al 51% per la preoccupazione che il rilascio avrà un impatto negativo, non solo a Fukushima e in Giappone, ma a livello internazionale.

– il fatto che non esiste alcuna giustificazione per un ulteriore inquinamento radioattivo deliberato dell’ambiente sia marino che atmosferico, in quanto  è ovvio (anche per chi non è un esperto) che l’interessamento che ne deriverebbe non sarebbe solo locale, ma – con diversa entità – riguarderebbe una buona parte degli emisferi e, addirittura, l’interessamento potrebbe essere globale considerando la catena alimentare che verrebbe coinvolta per via acquatica o per fallout  dei terreni (senza considerare l’effetto cumulo rispetto alle conseguenze di altri fallout precedenti palesi o tenuti nascosti).

Quindi, in estrema sintesi, assieme al professor Paolo Scampa dell’AIPRI (Association Internationale pour la Protection contre les Rayons Ionisants), si sono tratte le seguenti conclusioni:

– La decina di grammi trizio che verrebbe rilasciata sarà chiaramente infinitamente inferiore alle 5 tonnellate immesse in gran parte nel mare dai test nucleari aerei. (Le bombe termonucleari – 251 Mt – hanno richiesto la fusione di 1,9 tonnellata di trizio e per poterlo fare hanno dovuto disporne di 7,5 tonnellate). Ma come mi dice il prof. Scampa: “Rimane pur sempre un’aggiunta di contaminazione artificiale inammissibile e che verrebbe legittimamente punita con l’ergastolo se la compisse qualsiasi cittadino”.

il trizio contribuirà, in ogni caso e per di più in maniera volontaria, ad aumentare una radioattività artificiale che non ha nessuna ragione di essere e che si ripercuoterà sulla salute di ogni specie (nessuno può quindi affermare che sia innocuo, per quanto limitato e controllato che sia il rilascio). Oltre a ciò, prendendo per buona l’opzione del rilascio del trizio, sarebbe opportuno avere dati certi sul tasso di radioattività degli elementi alfa presenti nell’ acqua del rilascio

– nessuno può dirci, inoltre, quale sarà in futuro, e per il futuro, la produzione di acqua radioattiva e il conseguente eventuale rilascio di trizio in mare. Attualmente, ogni giorno vengono usati oltre 200 metri cubi di acqua per raffreddare i reattori danneggiati, ed evitare che fondino e producano nuove fughe di materiale radioattivo. Sicuramente bisognerà attendere che gli isotopi più energetici e di vita più breve decadano (20/30 anni). E dopo? Diluire (sigh!) , le acque contaminate ed immetterle in mare? Sperare che la tecnologia sviluppi robot specializzati per funzionare in aree altamente radioattive, da usare poi  per procedere allo smantellamento, senza intervento umano diretto?  (A proposito di livello di radiazioni, quello misurato – dopo 6 anni dall’ incidente – grazie ad una sonda introdotta nel reattore, era incredibilmente alto. L’analisi dei disturbi indotti all’ elettronica dalle radiazioni vicino al foro nella grata, dette un risultato che è forse il più alto livello di radiazioni misurato finora sulla terra: 530 Sievert/ora, contro i 75 Sievert/ora che la Tepco si aspettava. Per capire l’enormità della cifra, basti considerare che con 6 Sievert/ora la morte è quasi certa: se un uomo si esponesse ai 530 Sievert/ora, presenti nel reattore, morirebbe quindi in pochi secondi).

– nessuno lo dice (perché non conviene), ma il fallout dell’incidente nucleare di Fukushima ha già reso “proibita” una grande zona (più di 1100 chilometri quadrati di villaggi, montagne e foreste che dovrebbe rimanere inabitabili) per un tempo misurabile solo in secoli. In questa zona potrebbe essere confinata l’acqua radioattiva, ma non solo, anche le scorie di tutte le centrali nucleari giapponesi, senza aggravare la contaminazione del mare. Ed è la soluzione migliore anche rispetto ad un futuro difficilmente ipotizzabile, come riportato nel punto precedente. Dello stesso parere è Greenpeace Japan che ha affermato:  “L’opzione meno dannosa per l’ambiente è lo stoccaggio a lungo termine dell’acqua radioattiva in serbatoi robusti, insieme all’ applicazione della tecnologia di elaborazione più avanzata per rimuovere tutti i radionuclidi, incluso il trizio. Finora, il governo giapponese e la TEPCO hanno erroneamente concluso che tale opzione non è fattibile”.  Tutto ciò ha un grave inconveniente: costa molto di più che il rilascio in acqua, senza poi considerare che parlare di zona “proibita” per i secoli a venire sarebbe inammissibile per l’industria nucleare e per la stessa AIEA che vogliono continuare a tenere alti i profitti, evitando azioni di class action o di risarcimento che determinerebbero la morte sicura del nucleare. Meglio, per loro, ripartire i costi in danni non monetizzabili e non controllabili di dispersione ambientale.

Forse da un punto di vista tecnico ed etico, il Pacifico (e tutto il mare, in generale), sarebbe la soluzione migliore, ovvero il posto migliore, dove smaltire i criminali contro l’umanità, quali sono coloro che hanno il coraggio di sostenere soluzioni o tecnologie  che, oltre ad inquinare, causano milioni di vittime dirette ed indirette nel regno umano, animale e vegetale.

Massimo Bonfatti

Presidente di Mondo in cammino

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