Radici comuni degli stati coinvolti dall’incidente di Chernobyl

IL MEDIOEVO RUSSO

La Banja

Se il Monastero delle Grotte di Kiev ebbe da subito un ospedale per i propri monaci e se accolse feriti e uomini del Knjaz nelle sue case di cura, per lo smierd l’unico ospedale più vicino restò la famosa banja. D’altronde non esiste izbà che non abbia una banja propria per la famiglia dove lavarsi e dove rilassarsi, ma anche dove guarire dai più complicati malanni fisici e psichici. La banja russa naturalmente ha un nome derivato dal basso latino banea (lat. class. balnea) ossia i bagni in acqua calda e fredda che i romani prediligevano, anch’essi per la cura delle malattie più disparate costruendosi le loro monumentali Thermae disseminate in tutta l’Europa e lungo le rive del Mediterraneo. Malgrado ciò la banja rimane una tipica “istituzione” russa e si distingue da qualsiasi altra. Nelle Cronache è nominata per la prima volta quando si racconta dell’accoglienza dei Drevljani a Kiev da parte di Olga. Costei obbligò gli ambasciatori a lavarsi e poi, chiusi e nudi nella banja di legno, furono bruciati vivi. In una redazione leggendaria delle Cronache del XIV sec. si parla inoltre della meraviglia di sant’Andrea, inviato a cristianizzare il nord russo, che racconta come i popoli di questa regione si trattengano nella banja ad altissima temperatura e come poi si frustino con rami di betulla (veniki) fino a far diventare la pelle rossa paonazza. Più interessante ed attinente è invece la menzione del 966 d.C. quando nello Statuto di san Vladimiro (Ustav) è indicata come “presidio igienico per i debilitati” (zavedenija nemogusc’c’ih) o l’accenno che ne fa il predicatore francescano di Ratisbona Bertoldo nel 1200 che tuona contro la licenziosità di questi “bagni di famiglia dell’Oriente”…

Come abbiamo detto, la banja è un tipico costituente della vita dello smierd e del mir e perciò merita una breve descrizione e delle effettive possibilità curative dei trattamenti eseguiti in essa. Ed eccola qui di seguito.
Esistono due tipi di banja: quella detta “nera” (po-cjornomu) e quella “bianca” (po-belomu). Quella nera è la più antica ed è chiamata così perché l’ambiente dove brucia il fuoco per produrre aria calda aveva solo un foro in alto per farne uscire il fumo e perciò le pareti a lungo andare si coprivano di fuliggine. Si procede così. Si accende il fuoco e si chiude l’unico foro di scappamento. Quando dopo qualche ora l’interno è ben caldo (ca. 140 °C), si apre il foro superiore e la bocca inferiore d’entrata e si lascia ventilare onde liberare dall’anidride carbonica ed altri gas pericolosi per breve tempo. Dopodiché si spruzza acqua sulle pareti ancora bollenti e si introducono i bagnanti nudi che vi rimarranno a lungo a loro piacimento (la temperatura non scende così velocemente e quindi il soggiorno può diventare abbastanza lungo: un’ora e più). E’ bene subito dire che tutta quest’operazione è molto laboriosa oltre che molto lunga. L’effetto terapeutico della banja “nera” è dovuto anche al fatto di essere di legno e di trattenere alcune aldeidi nel soffitto e nelle pareti che volatilizzano o si sciolgono con l’acqua che scende condensandosi e, inalate dal paziente col vapore, agiscono così sulle vie respiratorie. Per curiosità del lettore, informiamo che nelle izbe siberiane la pec’ka era così grande (fa molto più freddo che nella Pianura Russa e qui serve una stufa più grande) che talvolta era usata essa stessa come banja non potendone costruire di apposite mentre si era in frontiera nel XVI sec.
La banja che vediamo oggi è diventata già più complicata con vestibolo etc., ma già più semplice nella gestione e nel XII sec. era già apparsa quella montata su pali (anche su un palo solo) fuori dell’izbà. Qui dentro c’era un forno (gornìza o meglio kamelenoc’ka) dove si arroventavano i sassi di fiume. Se l’aria era troppo secca, con un lungo mestolo si spruzzava acqua sui sassi roventi e il gioco era fatto! Aveva inoltre sedili lungo le pareti e persino a due altezze per godere di regimi di temperature diverse e col fornetto al quale abbiamo accennato poteva essere usata per ore e ore senza dover vedere la temperatura abbassarsi. Era stato previsto un tubo di sfogo per i gas di combustione e all’esterno si trovava una vasca (ossia un grande tino di legno) per le abluzioni all’uscita con acqua fredda (ricavata, in caso di cura, dalla neve marzolina sciolta!).

Molti studi sugli effetti di questi bagni caldi “russi” ormai concorrono nel dire che alla temperatura dell’aria di 70 °C con una umidità costante di 10-30 % è possibile attraverso il sudore intervenire su molte malattie con effetti soddisfacenti. La prima a ricavarne benefici effetti è la pelle e, col sudore, anche il metabolismo interno e il sistema di pulizia del sangue. Poi vengono le vie aeree inumidite e inturgidite e, con un massaggio apposito, tutto il sistema muscolare può essere ravvivato. Altri effetti profilattici sono ottenibili, se la banja viene usata con regolarità. Qui ci fermiamo, rimandando alla letteratura, ripetendo che la banja rimaneva un luogo sacro e pericoloso allo stesso tempo, visto che il corpo si esponeva senza difese a qualsiasi spirito malefico!
Come recuperare i liquidi persi col sudore? La bevanda principe era il kvas.

Prepariamo il malto per fare il Kvas

(da Mir Enciklopedii, Mahaon, 2004)

Il Malto (Solod). Si prenda un contenitore di legno ben pulito e col fondo secco coperto da una teletta di lino. Si dispongano poi in modo omogeneo per quanto possibile circa 200 g. di semi di frumento o di altro cereale sul tessuto e si ricoprano con un’altra teletta.

Si versi ora molto lentamente in modo da non sconvolgere gli strati, dell’acqua tiepida per inumidire e bagnare i semi. Se ne verserà un po’ e si aspetterà che il lino la faccia passare e ritorni ad essere quasi secco. Poi se ne verserà ancora, ma sempre attenti a non eccedere. Fatto ciò, si lascia il contenitore aperto e si attende un giorno e una notte.

Il grano o il cereale germinerà e il seme sembrerà allungarsi. Si tirano fuori i semi e si asciugano con una teletta e, ben asciutti, si pestano o si macinano fino a diventare farina. Questo è il malto.

Di solito si usava l’orzo o la segala nel Medioevo e per questo bisognava prestare attenzione che fossero di un solo raccolto e non più vecchi di tre anni. I semi dovevano essere interi e non appiccicaticci.
Per aromatizzare il kvas si usavano varie erbe: Menta, Salvia, Iperico, Luppolo o altre bacche del bosco.

Aldo C. Marturano © 2006

:. INDICE “RADICI COMUNI DEGLI STATI COINVOLTI DALL’INCIDENTE DI CHERNOBYL: MEDIOEVO RUSSO”