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IL MEDIOEVO RUSSO

La casa tipica del contadino della Pianura Russa: "l’IZBA"

Visitiamo dunque il contadino che, senza offesa!, non lo chiameremo più così, ma col nome (alquanto spregiativo, visto che significava puzzolente) che gli venne dato dalla neo-formata nobiltà kieviana: smierd plur. smierdy (смерд/смерды)!

Se teniamo presente che la sua vita si svolgeva proprio in un’izbà, abbiamo pensato che occorresse guardare questa casa più da vicino per capire come lo smierd e i suoi la sentissero parte del proprio esistere fisico (byt/быт). E allora andiamola a visitare.

La pianta è rettangolare e l’orientamento preferenziale è nord-sud. La divisione interna è in due ambienti: uno caldo e uno freddo divisi da un vestibolo e talvolta, a parte sottoterra, è prevista persino una capace cantina. Questa izbà nel linguaggio corrente è chiamata “delle cinque pareti” e vista dall’esterno è una specie di grosso parallelepipedo di legno, con tetto a due spioventi e, quando vi entriamo, notiamo gli ambienti in cui è divisa. L’izbà calda ha quasi sempre la stessa superficie abitabile di quella fredda mentre il vestibolo ha una superficie pari a poco meno la metà.
Se ci chiediamo come essa è stata costruita affinché possa essere considerata un ambiente tradizionale, possiamo rispondere che i lavori di costruzione, e lo ribadiamo, era un’opera collettiva dei futuri abitanti e dei vicini! Una volta scelto lo spazio dove costruirla, si disegna sul suolo la pianta, mentre un gruppo di uomini va nella foresta alla ricerca del legno adatto.
Gli alberi più diffusi e più usati sono il Pino silvestre (Pinus sylvestris, in russo El’/ель) e poi l’Abete (Abies picea, in russo sosnà/сосна) e in minor misura il Larice (Larix sp. in russo listveniza/лиственица). Questi alberi quando crescono tranquilli all’interno della foresta hanno fusti lunghi e assolutamente diritti che possono raggiungere la statura di oltre 40 m e un diametro medio di 60 e più cm! Se si tiene poi presente che servono ca. 200 travoni più tante assi sottili e un altro centinaio di travi per le pareti, si può immaginare quanti alberi dovranno essere tagliati e sfrondati!

Alcuni componenti dell’izbà erano addirittura prefabbricati ossia eseguiti a parte e solo successivamente montati in loco. I tronchi erano tagliati in lunghezze standard (che sembrano essere state di 5 m), erano scanalati lungo tutto un lato affinché, quando fossero impilati orizzontalmente per la loro lunghezza, ogni tronco adagiasse perfettamente il lato intero in quello scanalato (zholob/желоб) del tronco sottostante. Altri tronchi, i più leggeri, erano segati invece a metà (di lunghezza ca. 3 m) perché servivano per il tetto.
Ora si piantano dei paletti di riferimento per gli otto angoli della costruzione (saranno tolti alla fine) e si procede alla posa dei primi longheroni, incrociandoli alle estremità. Questa incrociatura è molto importante poiché non ci sono pilastri angolari e gli incastri (pazy/пазы) quando sono ben fatti tengono meglio di qualsiasi palo tutore posto in angolo. La superficie che si prevede di occupare in totale è di poco più di 100 metri quadrati dove abiteranno fino a 50 persone! Si lavora insieme “in cerchio”. Una volta elevate le 4 pareti esterne e una interna fino all’altezza di ca. due metri, si passa alla costruzione del tetto che è la parte più delicata.
Infatti il lavoro del taglio delle porte e delle finestre (chiamate occhi ossia òkna/окна) si farà in seguito dall’interno, quando questa specie di scatola chiusa sarà completata col suo tetto. Questo dunque (kryscia/крыша) deve poter sopportare tutte le vicissitudini delle stagioni e quindi è adeguato nella sua forma e nella sua struttura al clima locale. Ha due spioventi abbastanza ripidi (povesy/повесы) da lasciar scivolare via la neve senza farla accumulare inutilmente fino a diventare col suo peso un pericolo per la struttura che potrebbe collassare sventrando l’izbà senza rimedio e uccidendo i suoi inquilini. Il tetto inoltre deve essere impermeabile, abbastanza leggero da non sottoporre la struttura sottostante a spinte laterali troppo pesanti ed ultima proprietà richiesta, ma non meno importante, è di riuscire a comprendere sotto gli spioventi un volume d’aria abbastanza cospicuo che faccia da isolante sia d’estate che d’inverno! Ha una struttura del tutto simile ad una nave capovolta che abbia lo scafo a sezione triangolare isoscele con fianchi piatti e non convessi. I due spioventi infatti concorrono in una “chiglia” (ohlupen/охлуплень’) che costituirà il longherone del vertice e sarà abbellito dalla figura di un animale totemico (di solito un uccello o la testa di un cavallo) nella punta che guarda il sole nascente.

Dall’ohlupen’ partono perpendicolarmente dei pali intervallati formando una specie di pettine (e per questo la struttura è chiamata appunto pettine, in russo greben’/гребень). La caratteristica di questi lunghi “denti di pettine” è di avere la punta inferiore, quella agganciata alle pareti, arrotondata verso l’alto e intagliata a forma di oca col becco rivolto all’esterno. Il “risvolto” impedirà lo scivolamento delle assi (tesiny/тесины) che verranno poste sugli spioventi fra un “dente di pettine” e l’altro. Con l’angolatura degli spioventi si conformano due frontoni che chiudono dai due lati estremi il sottotetto lasciando però un’apertura triangolare nella parte superiore come sfiatatoio per il fumo. Alle assi degli spioventi si legheranno delle fascine di giunchi secchi che poi saranno sigillate in superficie con l’argilla, la quale seccandosi renderà il tetto impermeabile. Questo “scafo” rivoltato poggia sulle pareti ed è fissato con altri longheroni trasversali che costituiscono le travi perimetrali di un eventuale soffitto interno. Lungo queste travi in ogni caso corre una mensola per riporre oggetti a vista.

L’izbà è poggiata direttamente sul terreno, ma deve esservi ancorata. A questo scopo alcune assi del pavimento sono state allungate e aggettano verso l’esterno in modo da poter esser forate e attraversate da un lungo bastone che, infisso nel terreno, àncora saldamente la costruzione.
Il pavimento a volte, quando il clima locale non era così freddo, era la semplice terra battuta. Negli altri casi invece era coperto da assi poste, per ragioni magiche, parallele alla soglia della porta d’entrata (si doveva cioè evitare di disegnare croci) e risultava un po’ sollevato rispetto al terreno sottostante in modo da aver sotto un cuscino d’aria isolante. Annotiamo inoltre che non erano usati chiodi (d’altronde cari e introvabili), ma che, quando occorreva consolidare le giunture, si procedeva con legature di corregge di cuoio o vegetali. Si faceva anche un calafataggio con torba, peli di animali e pece contro gli spifferi attraverso le commessure!
Le porte sono tutte ricavate sulle pareti del vestibolo (russo seni/сени) che è completato infatti per ultimo. Alla parete già esistente se ne aggiunge un’altra parallela e nell’una e nell’altra si ritagliano le porte. Una dà sull’esterno ed è l’entrata principale, due altre che danno nell’interno di ciascuna izbà (calda e fredda) e un’ultima è sul lato “posteriore” del vestibolo che dà sul giardino (sad/сад). La porta principale di solito, per abbellimento ma anche perché risultasse più in alto del livello della strada, aveva una scala attaccata alla parete con corrimano esterno e tettoia: il cosiddetto krylzò/крылцо in modo che, quando si apriva, non offrisse mai la vista direttamente all’interno… per paura dello sglaz/сглаз ossia del malocchio! Tutte le porte sono di altezza ridotta rispetto alla statura media umana e questo per due ragioni. La prima è magica poiché costringe l’ospite che entra ad inchinarsi allo spirito ”padrone di casa” e la seconda è che ciò permette (insieme alla soglia che è molto alta) l’uscita di un ridotto volume d’aria calda e quindi impedisce che l’ambiente si raffreddi rapidamente se la porta rimane aperta a lungo. In realtà l’omaggio dell’inchino era fatto anche al bimbo che era stato sacrificato e seppellito proprio sotto la soglia e per questo motivo non ci si dava mai la mano attraverso la soglia, né la si calpestava, ma la si scavalcava! Le soglie poi erano smontabili poiché erano tolte quando il cadavere di un famigliare era portato al cimitero dopo la veglia funebre.
Finalmente il lavoro è finito ed ora c’è l’ultima operazione che consoliderà per sempre la struttura: Tutti gli incastri esterni vengono innaffiati! In tal modo il legno gonfiandosi li serrerà senza più possibilità di disincastrarli! Possiamo immaginarci ora come tutti questi uomini, ormai stanchi, guardino compiaciuti la loro opera prima di pensare alla prossima fatica: L’arredamento interno!!
Si parte dalla stufa: la famosa pec’ka/печка russa. E’ la regina della casa e la madre del pane! “Pec’ka – mat’!” si dice in russo. Senza questa stufa-forno non c’è vita in una casa russa di oggi e di ieri e possiamo immaginare perciò quale cura si riservasse nel costruirla.

Si parte da una specie di tavolo fatto di grossi tronchi, 1,5 m x 1,5 m e alto da terra ca. 90 cm. Su questo vengono adagiati vari strati di argilla impastata con ciottoli di fiume che costituiscono il fondo della stufa (pod/под). Sempre con argilla e ciottoli si costruisce, poggiato sul pod, un’incastellatura di legno, una specie di campana piriforme alta fin quasi al soffitto con una grande apertura sul davanti che guarda la porta d’entrata e una piccola in cima per il tiraggio. Un ragazzo la liscia tutta per bene con l’argilla dall’interno perché la pec’ka è abbastanza grande da contenere una persona anche in piedi! Infine il tavolo di legno che regge il tutto viene anch’esso incorporato nell’argilla. Il tutto sarà fatto asciugare e solo dopo una speciale cerimonia di consacrazione a Svarozhic’ (dio conosciuto nelle Terre Russe meglio con il semplice nome di dio-fuoco ossia Ogon’) saranno introdotte le fascine e il fuoco acceso. La struttura cuocerà e la pec’ka comincerà a “vivere”! Lo strano che ha affascinato e che è stato un rompicapo per gli studiosi di etnografia è che la pec’ka è relegata in un angolo (destro) dell’izbà e non al centro! Forse la ragione è che al centro ruberebbe troppo spazio ed impedirebbe i movimenti e sarebbe investita dall’aria fredda ad ogni apertura della porta… Ad ogni buon conto lo spazio fra la pec’ka e la parete non è uno spazio inutilizzato perché qui verranno fatte seccare o asciugare moltissime cose! E il fumo? Per il fumo lo abbiamo detto: ci sono gli sfiatatoi dei due frontoni alle estremità del tetto perché qui camini non se ne usano! Le finestre sono pochissime. Non grandi, ma tonde o ovali all’incirca 1 m di diametro o meno e poste molto in alto e qualcuna coperta con una vescica di porco ben stirata tanto da essere trasparente. Il vetro? La trasparente muscovite? Roba da ricchi di città visto che soltanto i bojari novgorodesi si potevano permettere certe cose per le finestre delle loro usad’be…
A volte veniva ricavato un vero e proprio controsoffitto unendo con le assi i longheroni trasversi che tenevano il tetto e si ricavava così un ripostiglio (cerdàk/чердак), ma in questo caso il fumo avrebbe galleggiato nell’aria dell’izbà troppo a lungo prima di sfiatare…
Lungo le pareti dell’izbà infine corre un’altra mensola continua all’altezza di una comune sedia lungo la quale ci si potrà sedere o anche fare un bel sonno! Un angolo dell’izbà è curato più degli altri: il cosiddetto angolo bello (белый кут), dove è riservato il posto per gli antenati o per l’ospite di riguardo e dove il sole batte più a lungo.
L’izbà fredda invece oltre alla mensola è del tutto libera perché fa da deposito per il cibo da conservare al fresco e solo d’estate è usata per dormire per non essere soffocati dall’afa nell’izbà calda di fronte. E gli animali? Anche per essi è previsto uno spazio…
Anche la tradizionale banja/баня è fuori, più o meno nel giardino.
E i servizi sanitari? Quelli sono fuori, nel retro dell’izbà, in una piccola cabina vicino ai campi coltivati…
Si può entrare allora? Ancora no! Infatti, come tutti sanno, ci sono alcuni momenti della vita in cui, benché siano o di piacere o necessari per sopravvivere, l’uomo (o la donna) è completamente indifeso e in balìa del suo eventuale nemico. Quando? Durante lo scarico delle sue visceri (orinare o evacuare), durante il coito o nell’ebbrezza o mentre si dorme! Se l’essere umano è in un ambiente sicuro, allora compiere quegli atti appaga, altrimenti bisogna trattenersi e aspettare l’occasione propizia. Per queste ragioni gli ambienti dove questi momenti (brevi o lunghi) si trascorrono devono esser protetti contro gli spiriti malvagi con un’accorta benedizione rituale. Dunque attendiamo che questo rito meticoloso della consacrazione apotropaica di tutti gli angoli (zakròmy) dell’izbà sia celebrato in grande solennità. Attendiamo che si compia (almeno ai tempi delle origini) il sacrificio umano cruento del bimbo sepolto sotto la soglia dell’entrata principale e, soltanto dopo, entreremo insieme alla famiglia!
Nel sud della Pianura Russa, dove naturalmente il clima è più clemente, la situazione è un po’ diversa. Le izbe hanno qui una distribuzione degli spazi interni un po’ differente e sono talvolta per metà sottoterra (poluzemljànki/полуземлянки), come quelle rinvenute in ottimo stato di conservazione nella zona di Praga…
Noteremo che, sebbene intorno alla prima metà dell’XI sec. d.C. da Jaroslav, Velikii Knjaz variago-slavo di Kiev, fossero stati fatti venire degli ingegneri bizantini per costruire chiese in “pietra fatta dall’uomo” e cioè in mattoni cotti, la produzione di mattoni per costruire sia case per i contadini che per la nuova nobiltà non si affermò mai in Terra Russa. C’erano dei motivi religiosi per continuare ad usare il legno, ma soprattutto più logici per un contadino che sfrutta la foresta, ad esempio, che vantaggio aveva bruciare tutto quel legno nelle fornaci per far mattoni invece di usarlo direttamente nella costruzione?
Orgogliosamente dall’Europa possiamo affermare che questo tipo di costruire con tronchi di legno paralleli scanalati e sovrapposti e con tetti con spioventi più o meno inclinati, fu inventato proprio qui ed invase tutto il nord del mondo, portate dai Russi e dagli Ucraini fin nel Canada e dai Polacchi e dai Tedeschi fino alle coste del Pacifico negli Stati Uniti, con grande successo.

QUALCHE SPIEGAZIONE

L’izbà è una tipica costruzione russa. La parola è antichissima nell’ambito delle lingue indoeuropee (alle quali il russo, come l’italiano, appartiene) e significava in origine quattro pali verticali con una copertura. La parola originaria doveva essere ISTBA come il lat. STABA da cui Stabula ossia stalla, il lettone STAVS ossia piano della casa, o il norvegese STAV ossia asse o palo di legno in piedi, il tedesco STUBE ossia camera riscaldata etc.. Gli ungheresi provenendo dall’Alto Volga adottarono questa casa anche loro e con essa il nome ossia SOBA.
Ancora oggi in campagna russa si vive in simili case di legno molto comode e molte calde d’inverno che circondate da uno steccato costituiscono l’abitazione per una ventina di persone massimo. Le izbe hanno vita abbastanza lunga, se ben manutenzionate ogni 5-6 anni. L’interno è come nel passato, pec’ka e resto, salvo l’aggiunta di mobili più moderni e le pareti decorate con tappeti e un fumaiolo per lo scarico del fumo e le finestre lungo le pareti.
L’orto-frutteto di oggi ha molte piante che nel Medioevo erano ancora poco diffuse, ma continua ad essere l’occupazione delle donne specialmente per la coltivazione delle spezie o delle erbe per uso farmaceutico. Non dimenticate di togliervi le scarpe quando entrate in un’izbà e di non salutare mai stendendo braccia o gambe attraverso sulla soglia, porta cattiva sorte!

Aldo C. Marturano © 2006

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