Autore Topic: NEI BAMBINI DI CHERNOBYL C’E’ IL FUTURO DI NOI TUTTI (nessuno escluso)  (Letto 1704 volte)

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NEI BAMBINI DI CHERNOBYL C’E’ IL FUTURO DI NOI TUTTI (nessuno escluso)



La recente visita al cimitero di Ivankov, nelle terre ucraine contaminate di Chernobyl, mi ha sconvolto il cuore e la mente: tombe di giovani disseminate in quel tipico ordine sparso che le contraddistingue e che conferisce un senso  di maggiore intimità e contatto con la natura, da cui tutto parte e a cui tutto ritorna.

Uno spartiacque invisibile traccia un doloroso percorso e si apprezza nitidamente in un punto preciso: l’anno 1986. Prima, le date scolpite sulle lapidi paiono seguire un loro “normale” ciclo: le morti delle persone anziane e vecchie predominano, come è lecito attendersi. Dopo il 1986 c’è, invece, un incremento notevole di tombe di giovani la cui vita risulta spezzata fra i 25 e i 35 anni.

A saperla leggere, più di tanti trattati scientifici e di inutili discussioni fra le opposte fazioni, questa è la triste eredità di Chernobyl.

La visita al cimitero cambia il senso finora dato ai “bambini di Chernobyl”: i loro occhi diventano, infatti, quelli nostri che devono responsabilmente rimanere aperti verso uno spazio temporale che va oltre la tempistica burocratica imposta dalla legislazione sull’accoglienza.

Ormai il dado è tratto: il danno della radioattività ha cominciato a sgretolare il patrimonio genetico di quella che è ormai la seconda generazione dei bambini di Chernobyl, colpendo fra i tanti, i geni deputati alla sintesi del ciclo dei folati, fra cui la vitamina B12. La compromissione di questi geni determina un aumento dell’omocisteina, un amminoacido considerato un fattore di rischio a sé stante perché, indipendentemente dalla presenza di altri fattori predisponenti, è in grado di causare da solo un pericolo maggiore per patologie come l’aterosclerosi, l’ictus, gli infarti del miocardio ai quali, il più delle volte, si associano anche trombosi venose, embolie polmonari, malformazioni fetali, decadimenti senili, fratture spontanee.

Se al follow up del professor Bandazhevsky che ha scoperto, in più della metà dei bambini seguiti e che vivono nelle zone contaminate dal fallout di Chernobyl, un aumento dell’omocisteina, si aggiunge l’effetto diretto dei radionuclidi nell’insorgenza dei tumori, senza – peraltro -  dimenticare  gli stili di vita (alcolismo, tabagismo, ecc.),  si spiega la tragica realtà delle tombe.

Con molta facilità e qualunquismo qualcuno potrà affermare: “Ma sono passati più di 31 anni da quel 26 aprile 1986!”.

Al contrario, le tombe ci indicano che qualcosa di più dovevamo fare in questi 31 anni e, soprattutto, che non è più tempo di ritardi.

Bisogna rivolgere, con maggiore consapevolezza e rigore, la nostra attenzione verso l’alimentazione e gli stili di vita delle popolazioni che vivono in questi territori. E direttamente in loco! Non abbiamo più alibi: solo così possiamo assicurare un futuro a coloro che adesso sono bambini.

Ma non solo il cibo pulito e le raccomandazioni alimentari devono diventare la stella polare di una prevenzione che, ora più che mai, non ammette indugi. In quelle “giovani” tombe non ci sono solo le stimmate di un genocidio che lentamente si sta affermando se non sapremo porvi rimedio, ma il monito verso il futuro di noi tutti.

Nelle regioni contaminate di Chernobyl (vuoi che siano quelle dell’Ucraina, come quelle della Bielorussia e della Russia) si sta verificando in piccolo quello che fra qualche generazione potrà riguardare noi tutti. Infatti quella migrazione del “danno nucleare” che ora sta cambiando la genetica delle popolazioni sottoposte ad una ricaduta locale ancora pesante di radionuclidi, indica le future mutazioni che lentamente potranno comparire in ogni individuo dell’umanità, sottoposta, da dopo Hiroshima, ad un fallout continuo ed infinito,  alla pericolosità delle bassi dosi di radiazioni che molto più progressivamente e subdolamente agiscono di quanto facciano a poche migliaia di chilometri di distanza.

E’ questo, infatti, il destino di un’unica umanità, accomunata – al di là dei colori della pelle e delle latitudini – da un identico patrimonio genetico.

Non facciamo che il nostro orizzonte sia limitato, perché c’è qualcosa di molto più importante oltre le ideologie che vogliono imporre muri, alzare barricate, imporre dei distinguo, pur con tutte le ragionevoli misure che è doveroso assumere per governare con intelligenza e senso di responsabilità i processi che man mano si presentano!

Chernobyl, più che mai, è ora; più che mai, è presente.

Prima del famigerato accordo del 28 maggio 1959 fra l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) che ha sancito il potere di veto e di censura di quest’ultima verso la prima in merito alla diffusione di notizie sanitarie derivanti da incidenti nucleari, l’OMS riuniva un gruppo di brillanti esperti nel settore della genetica, compreso il vincitore del Premio Nobel per la genetica, H.J. Muller. 

Questo gruppo ha collettivamente messo in guardia la comunità scientifica, nei confronti del rapido sviluppo dell’ industria nucleare e nel 1956 affermava: “ Il patrimonio genetico è il bene più prezioso dell’ essere umano. Esso determina la vita dei nostri discendenti, lo sviluppo sano ed armonioso delle generazioni future. In qualità di esperti, noi affermiamo che la salute delle future generazioni è minacciata dallo sviluppo crescente dell’ industria nucleare e dalle fonti di irraggiamento nucleari... Stimiamo ugualmente che le nuove mutazioni che si manifestano negli esseri umani avranno un effetto nefasto su di loro e sulla loro discendenza”.

E lo dicevano, con preveggenza, più di 60 anni fa, senza aspettare che vi fosse il riscontro dell’omocisteina!

Riusciremo ancora a rimanere sordi ed indifferenti?

Massimo Bonfatti presidente di Mondo in Cammino

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« Ultima modifica: 11 Ott 17, 16:24:00 pm da Administrator »