Autore Topic: "Navi a perdere" e scorie radioattive: un cimitero tossico nel mare Mediterraneo  (Letto 10458 volte)

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Morti sospette, scorie radioattive, navi fantasma fra Carrara e Palermo, naufragi pianificati
di ALBERTO DI PISA
   
Fonte: QUI
Prima parte



Il capitano di fregata Natale De Grazia era un ufficiale della Marina militare in servizio presso la capitaneria di porto di Reggio Calabria. Muore il 12 dicembre 1995 per cause, come vedremo, quanto meno sospette e che ancora oggi continuano ad essere considerate tali. Al momento della sua morte faceva parte del pool investigativo costituito presso la Procura di Reggio Calabria che, coordinato dal sostituto procuratore Francesco Neri, effettuava, a seguito di un esposto di Legambiente, indagini concernenti presunti interramenti di rifiuti tossici in Aspromonte. Del pool facevano parte oltre il capitano De Grazia, il maresciallo capo Scimone Domenico, della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria , il carabiniere Rosario Francaviglia e il maresciallo Nicolò Moschitta.. Nel corso delle indagini emersero degli scenari inquietanti legati al fenomeno delle “navi a perdere” cioè di quelle navi che venivano affondate con carichi di rifiuti radioattivi o comunque tossici che, in tal modo, venivano smaltiti illegalmente nelle profondità marine.

La relazione sulla morte del capitano Natale de Grazia, approvata all’unanimità nella seduta del 5 febbraio 2013, dalla Commissione parlamentare che indagò su tale vicenda, adombrò dei dubbi sul fatto che la morte fosse intervenuta per cause naturali, arrivando alla conclusione che la morte era stata la conseguenza di una causa tossica difficilmente riconducibile ad una causa naturale. Ma delle cause della morte del capitano De Grazia ci occuperemo in maniera più approfondita nel prosieguo del racconto. Occorre preliminarmente individuare su cosa vertevano le indagini del capitano de Grazia e degli gli altri componenti del Pool e quali interessi economici tali indagini minacciavano di pregiudicare.

Bisogna premettere che fin dagli anni 80 si verificò in Italia l’emergenza dello smaltimento dei rifiuti industriali, spesso tossici, prodotti dalle aziende italiane soprattutto in Somalia, Guinea, Monzambico e Libano ma anche la necessità dello smaltimento dei rifiuti prodotti in Italia e che il nostro Paese cercava di smaltire in questi paesi. Ebbene, l’ipotesi investigativa del pool di Reggio Calabria era che le navi che provvedevano al recupero dei rifiuti tossici, sia in Italia che presso i governi stranieri che avevano ingiunto all’Italia il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, venissero dolosamente affondate insieme ai carichi tossici, ottenendo in tal modo non soltanto il risultato dello smaltimento illegale ma anche quello di truffare le assicurazioni così’ sommando ai premi assicurativi i notevoli compensi per il traffico di scorie. Da qui la denominazione di tali navi con l’appellativo di “navi a perdere”.

Quando il 13 dicembre 1995 il capitano De Grazia morì all’improvviso, si stava recando insieme agli altri componenti del pool, da Reggio Calabria a Brescia, facendo tappa a La Spezia,(dove avrebbe dovuto parlare con degli informatori) per indagare proprio sulle navi scomparse nel Mediterraneo. (aveva compilato un elenco di 29 navi sospette) In particolare le indagini del De Grazia erano concentrate sull’affondamento della nave Rigel, avvenuto otto anni prima, davanti a Capo Spartivento, nello ionico calabrese e che si sospettava avesse nascosto nella stiva un carico di scorie radioattive. Ed in effetti l’ipotesi investigativa aveva trovato precisi e concreti riscontri. La delicatezza dell’indagine venne alla luce qualche mese prima della morte del De Grazia, allorquando nel marzo del 1995, le dichiarazioni di un ex dipendente dell’ENEA, Ente Nazionale per l’energia e l’ambiente, l’ingegnere Carlo Giglio, chiamarono in causa lo stesso ente. Affermò infatti il Giglio di avere scoperto che la registrazione dei rifiuti nucleari veniva falsata al fine di rendere incontrollabile il movimento in entrata e in uscita del materiale radioattivo. Alla Procura di Matera venne infatti avviata una inchiesta su Rotondella, il centro dell’Enea, sospettato di essere coinvolto in un traffico di scorie radioattive.



Natale De Grazia era una persona estremamente determinata che non si fermava facilmente nella ricerca della verità. Disse di lui la moglie Anna Vespia in una intervista rilasciata al TG3 : “Natale era un uomo veramente semplice, un ragazzo umile e molto disponibile che amava il prossimo ed amava la vita. Era una persona molto appassionata, viveva intensamente la vita e tutte le cose che faceva. La sua passione per il mare inizia fin da piccolino , sognava di diventare un capitano di lungo corso, disegnava le navi, le barche e si scrisse al nautico contro la volontà della madre…. Sentiva il bisogno di fare queste cose perché diceva il mare per i nostri figli deve essere salvaguardato ed ha portato avanti sempre queste idee, era un grande idealista, e del resto far cambiare Natale era molto difficile, aveva delle idee molto chiare e precise e quindi portava avanti il suo lavoro con determinazione ; era una persona che non riusciva a far finta di niente nella maniera più assoluta, era qualcosa che doveva contribuire, cercare di fare, di dare una mano, cercare di venire a capo di questa vicenda. Lui avrebbe fatto di tutto, non si sarebbe fermato facilmente perché era una persona molto convinta di quello che faceva non si lasciava fuorviare o condizionare facilmente ”

Quando il capitano de Grazia muore, nella notte del 13 dicembre 1995, lungo l’autostrada Caserta- Roma, si sta recando insieme al maresciallo Nicolò Moschitta e al carabiniere Rosario Francaviglia a La Spezia per dare esecuzione ad una delega del sostituto Francesco Neri, della Procura di Reggio Calabria, per indagare sul naufragio della motonave “Jolly Rosso”, una nave porta container dell’armatore Ignazio Messina, inabissatasi nella zona di Amantea in Calabria, il 14 dicembre 1990 in un tratto di mare profondo più di cinquecento metri. La nave però si era i raddrizzata incagliandosi nella spiaggia di Formiciche a 15 Km da Amantea. La Yolly Rosso doveva riportare in Italia dal Libano, che non lo voleva nel proprio territorio, uno stok di rifiuti speciali, materiale tossico e molto pericoloso, costituito da ben 9532 bidoni. Il materiale andava portato in Italia e consegnato alla MONTECO che era il ramo ecologico della Montedison. A tal fine il governo italiano aveva affittato, dalla ditta Messina, la Jolly Rosso che avrebbe quindi dovuto consegnare il carico alla MONTECO. La Yolly Rosso, con il suo carico, aveva attraccato a La Spezia. Il capitano De Grazia stava appunto andando a La Spezia, dove la nave aveva attraccato prima del naufragio, ritenendo che questa fosse una delle cosiddette “navi a perdere”.

Dichiarava in una intervista, dopo la morte del capitano De Grazia, il sostituto Neri: “L’ipotesi investigativa era quella che queste carrette venissero affondate nei mari per truffare le assicurazioni e creare gli scarichi abusivi di materiali tossici radioattivi.” In altri termini, queste navi venivano caricate di scorie radioattive, intraprendevano un viaggio per mare, durante il viaggio simulavano un naufragio, scaricavano in mare il materiale radioattivo ed incassavano il premio della assicurazione oltre il compenso per l’operazione di smaltimento illegale dei rifiuti. E’ facile simulare un naufragio. Uno dei sistemi più semplici è quello di aprire le valvole che ogni mercantile possiede nella parte bassa dello scafo provocando l’allagamento della stiva. Poichè questo richiede un certo tempo, l’equipaggio ha tutto il tempo di porsi in salvo salendo su una seconda nave che casualmente si trova a passare nelle vicinanze, in genere inviata dallo stesso armatore. Quasi sempre il naufragio simulato riguarda vecchie carrette che hanno uno scarso valore commerciale. I marinai poi vengono sbarcati lontano dall’Italia per evitare che nel caso in cui venisse aperta una indagine, possano essere sottoposti a domande imbarazzanti.

Come si è accennato, l’indagine che poi si allargherà alla vicenda delle “navi a perdere”, prese l’avvio da un esposto inviato a Lega Ambiente nel quale si denunciava l’interramento di rifiuti tossici nocivi e probabilmente radioattivi provenienti dal nord Europa e diretti verso il sud Italia con particolare riguardo alla Calabria. Questi rifiuti, sempre secondo l’esposto, erano destinati ad essere interrati in alcuni anfratti dell’Aspromonte e intorno a questo traffico vi sarebbe stato l’interesse della criminalità organizzata. A seguito di questo esposto, il sostituto Neri diede incarico all’Istituto geografico militare di accertare se fosse possibile, come sostenuto nell’esposto stesso, interrare in Aspromonte ingenti quantità di rifiuti. L’Istituto geografico militare riferì che ciò era possibile tenuto conto che in Aspromonte vi sono moltissime grotte, alcune delle quali sconosciute allo stesso Istituto geografico. Riferì anche detto Istituto che gli speleologi che avevano cercato di effettuare delle esplorazioni per individuare la presenza di alcune grotte, erano stati cacciati da gente armata di mitra. Dichiarò Paolo Russo, ex presidente della Commissione parlamentare Ciclo-Rifiuti : “La criminalità organizzata garantisce i territori e la tranquillità di quei territori ed affaristi senza scrupoli e una imprenditoria deviata utilizza quei territori per smaltire ogni vergogna”. Venne anche effettuata una esplorazione aerea del territorio che rilevò circa 600 siti particolarmente sospetti idonei per l’interramento di rifiuti pericolosi.



Una delle navi sospettate di avere trasportato e scaricato in mare rifiuti tossici e su cui aveva avviato delle indagini il capitano De Grazia era la nave chiamata Rigel. Questa nave, che apparteneva ad una ditta di spedizioni avente sede a Malta, secondo la rotta risultante dalla documentazione nautica, sarebbe dovuta arrivare a Cipro dove in realtà non arrivò mai. Dichiarava in proposito Nuccio Barillà della Direzione nazionale Lega Ambiente : “Ufficialmente trasportava macchinari in disuso e dopo cinque giorni sarebbe dovuta arrivare al porto previsto e invece ancora dopo 12 giorni questa nave vagabondava nelle coste prima a Marina di Carrara e poi vicino Palermo”. La comunicazione che la nave era naufragata arrivò dal capitano della imbarcazione che si trovava in Tunisia dove sarebbe stato portato da una nave moldava che aveva raccolto i naufraghi. Molte sono tuttavia le circostanze che destano perplessità prima fra tutte il fatto che la Rigel, il 21 settembre, giorno in cui sarebbe avvenuto il naufragio, non risultò avere lanciato alcun SOS così come non risultò che alcuna nave quel giorno avesse soccorso dei naufraghi. Il capitano poi non fu in grado o non volle indicare il punto esatto in cui la nave era colata a picco.

Dei dubbi vi furono anche per ciò che riguardava il carico trasportato. A seguito di un esposto della Compagnia dei Loyds che ritennero non chiaro il racconto del capitano della nave, la Procura di La Spezia apri un inchiesta per truffa che si concluse con la condanna di tre spedizionieri, e del capitano per naufragio doloso e per truffa in danno della Compagnia assicuratrice. Disse Barillà : “In realtà era stato denunciato un carico diverso da quello effettivamente trasportato e tutto il viaggio era stato organizzato in funzione dell’affondamento di questa nave”. Una circostanza che destò l’interesse della Procura di Reggio Calabria fu la constatazione che i container erano pieni di cemento e polvere di marmo, materiali che, secondo gli esperti, servono ad assorbire e mascherare la radioattività. In una informativa poi redatta dal colonnello Martini, comandante del corpo forestale di Brescia, si sosteneva che nei container, oltre al cemento e alla polvere di marmo, vi sarebbe stato del Torio che viene usato come combustibile per i reattori nucleari, materiale che come scoria, a fine lavoro, è molto radioattivo.

Sempre in ordine al sospetto affondamento della Rigel disse sempre Nuccio Barillà : “L’avvenuto affondamento viene comunicato in modo singolare. Da una intercettazione della Guardia di Finanza, in un dialogo tra due mediatori di affari coinvolti in questo carico, in questa spedizione, parlando tra di loro uno dice all’altro : il bambino è nato. Quando gli chiede l’interlocutore , stamattina presto è un maschio, questo è il segnale convenuto per dire che la nave è affondata. Qualche mese prima, la Guardia di Finanza che seguiva queste operazioni attorno alla Rigel, intercetta un’altra telefonata dove uno spedizioniere che si trova in Liguria comunica a chi è a Cipro, in un modo singolare, il contenuto del carico: questa nave trasporta anche merda”

Da questa intercettazione emerge con tutta evidenza che la Rigel trasportava scorie radioattive e che era stata dolosamente affondata non soltanto per truffare la Compagnia assicuratrice ma per eliminare le scorie radioattive trasportate inabbisandole insieme alla nave in un tratto di mare molto profondo dove l’operazione di recupero sarebbe stata eccessivamente costosa.

Come si è detto, dell’affondamento della Rigel si occupava, insieme agli altri componenti del pool di Reggio Calabria, il capitano De Grazia la cui figura viene tratteggiata in una dichiarazione del Sostituto Procuratore di Reggio Calabria Neri : “Certamente De Grazia era l’uomo di punta del pool investigativo che avevamo costituito e che oltre ad essere un ufficiale di marina aveva molta esperienza della marineria mercantile , quindi riusciva a capire se in una nave vi era un carico fasullo o comunque delle carte nautiche fasulle. Riusciva quindi a ricostruire le rotte delle navi, i punti di affondamento e soprattutto a leggere i registri di bordo e le inchieste di naufragio che di volta in volta acquisiva nelle varie capitanerie di porto.

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« Ultima modifica: 09 Feb 17, 10:08:36 am da Administrator »