Autore Topic: LE ANALISI SUL CONFLITTO OSSETO-GEORGIANO  (Letto 33367 volte)

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LE ANALISI SUL CONFLITTO OSSETO-GEORGIANO
« il: 13 Ago 08, 08:54:07 am »
12.08.08
Fonte: http://www.osservatoriocaucaso.org/
Gli interessi in gioco
di Andrea Rossini

L'attacco georgiano, il velleitarismo occidentale, la furibonda reazione russa. Nostra intervista a Paolo Calzini, studioso di relazioni internazionali e esperto dell'area post-sovietica
Paolo Calzini è docente di Politica Internazionale presso l’Università Statale di Milano e di Russian Studies presso la Johns Hopkins University, Bologna Center. Studioso di Relazioni internazionali, ha analizzato in particolare i caratteri relativi all’evoluzione della Russia e dell’Europa Orientale, sovietica e post sovietica, nel loro rapporto con l’Occidente. Con il crollo del comunismo dell’89/90, il suo interesse si è rivolto al fenomeno dell’etno-nazionalismo nell’area post sovietica

Era prevedibile quanto sta avvenendo in questi giorni?

Sì, ma non con queste dimensioni. La reazione russa è stata furibonda, e non si è fermata di fronte a quello che ormai sembra essere il completo ritiro delle forze georgiane dall'Ossezia del Sud.

È possibile un'ulteriore estensione del conflitto?

Nonostante quanto sta avvenendo in queste ore, non credo la Russia abbia alcun interesse a invadere la Georgia.

Quali sono gli interessi di Mosca?

Riaffermare e far valere la propria presenza nella regione, e la sua posizione di garante sulle due repubbliche separatiste, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud.

Quali iniziative possono prendere Europa e Stati Uniti?

L'Occidente, a parte iniziative diplomatiche, non può fare nulla. La Russia ha una posizione preponderante, il rapporto di forze è chiaramente a favore russo, gli Stati Uniti non sono andati al di là di qualche dichiarazione.

Di chi sono le responsabilità della crisi in corso?

Le responsabilità sono reciproche. C'è una situazione di fondo irrisolta, quella dei numerosi conflitti rimasti congelati nello spazio post-sovietico. Nella fattispecie il diritto internazionale dà ragione alla Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud fanno parte della repubblica georgiana in base a quella che era la divisione amministrativa nell'ex Unione Sovietica. Le leadership separatiste hanno approfittato della situazione creatasi dopo il 1991, e hanno goduto dell'appoggio russo mantenendo una situazione di indipendenza de facto. L'avvio di questa ultima crisi è tuttavia dovuto all'attacco georgiano di giovedì notte.

La Russia potrebbe approfittare dello scenario di guerra per annettere le repubbliche secessioniste?

Non credo. La Russia ha sempre preferito una situazione di stallo che permettesse di mantenere una posizione di influenza e ricatto nei confronti della Georgia, alleato degli Stati Uniti e snodo fondamentale per il passaggio dei flussi energetici tra Mar Caspio e Turchia.

Perché dunque una reazione così dura?

I russi approfittano di questa situazione per rendere chiaro che colpi di forza e iniziative militari non possono spostare gli equilibri esistenti né risolvere nulla. Non si tratta solo della questione osseta. Ci sono naturalmente anche l'Abkhazia, oltre alla Transnistria e al Nagorno Karabakh. Questa guerra ha permesso ai russi di dare una dimostrazione di forza, ribadire che sono la grande potenza regionale senza il cui accordo non possono essere alterati i confini o in generale gli equilibri attuali. L'esito di questa crisi sembra essere un rafforzamento delle posizioni e dell'influenza militare russa nella regione a fronte dell'impotenza occidentale.

E gli Stati Uniti?

La politica occidentale appare velleitaria. Da un lato si mantiene una stretta alleanza con la Georgia, esperti militari americani preparano i reparti di sicurezza georgiani e le forze di Tbilisi partecipano alla guerra in Iraq. D'altro canto tuttavia la situazione è bloccata dai rapporti di forza esistenti sul terreno, che sono chiaramente a favore della Russia per ragioni geostrategiche. A Bucarest del resto la Nato ha reso chiaro che non intende forzare la situazione spingendo per una rapida adesione di Tbilisi all'Alleanza. Inoltre, come veniva notato anche sull'Herald Tribune questa mattina [ieri, ndr], gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia nei rapporti globali, per fare fronte a dossier complessi quali ad esempio quello iraniano, e non possono cedere alle intenzioni di un alleato minore, che peraltro è anche scomodo.

In che senso?

Saakashvili ha messo in imbarazzo l'Occidente e in particolare gli Stati Uniti. Da Washington erano arrivati al presidente georgiano chiari consigli sul non far precipitare la situazione. Ora i georgiani restano da soli e si allontana ancor di più la prospettiva di un ingresso del Paese nella Nato.

Qual è il suo giudizio sul politico Saakashvili?

L'attuale presidente è un politico dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo Shevardnaze. La Georgia è una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, si può certamente discutere su quanto siano state libere le recenti elezioni, ma il dibattito nel Paese è aperto.

Perché questo attacco in Ossezia del Sud?

Si può ritenere che Saakashvili, facendo entrare le truppe georgiane a Tskhinvali, abbia pensato di forzare la situazione con un colpo di mano. Ha però fatto male i suoi conti. I russi possono accettare l'esito di elezioni che siano in qualche modo a loro sfavorevoli, come è accaduto in Georgia ma anche ad esempio in Ucraina, ma non soluzioni di tipo militare.

Quanto conta il precedente del Kosovo nella crisi attuale?

Mosca ha sempre sostenuto che la soluzione adottata in Kosovo rappresenta un precedente, non un caso particolare.

E il fattore etnico?

La dimensione etnica è giocata e sfruttata da tutte le parti in causa. Dopo il '91 nelle repubbliche secessioniste, ma specialmente in Abkhazia, è avvenuta una pulizia etnica a danno della popolazione georgiana. In Ossezia inoltre il leader della autoproclamata repubblica, Kokojty, ha sempre agitato la carta etnica della ricongiunzione con gli osseti del Nord. Gli osseti, che sono di religione ortodossa, hanno sempre rappresentato una popolazione tradizionalmente filo russa. La Russia del resto, oltre ad appoggiare economicamente le leadership secessioniste, ha anche concesso il passaporto ai cittadini osseti e abkhazi. Molti in questi anni hanno dunque acquisito la cittadinanza russa.

Quale può essere la posizione dell'Unione Europea in questa crisi?

Bruxelles esprime la posizione di maggiore debolezza. Non c'è una posizione unitaria, la Francia e in parte la Germania sembrano più vicine alla Georgia, ma se gli americani non possono nulla questo discorso vale ancora di più per gli europei.

Quali prospettive per uscirne?

In tutta l'area post sovietica il mantenimento di uno status quo precario può degenerare prima o poi in scontri violenti e conflitti aperti. Serve una politica lungimirante, non posizioni attendiste. Questa è un'area a ridosso dell'Unione, decisiva per i rapporti tra Mosca e Bruxelles, dove non è sufficiente gestire l'esistente. E' necessario un accordo tra Occidente e Russia nella direzione della stabilizzazione, ma alla luce di quanto sta accadendo questa è forse una visione utopistica.



12.08.08
Fonte: http://altrenotizie.org/
DIETRO L’OSSEZIA LO SCONTRO TRA USA E RUSSIA 
di Carlo Benedetti
MOSCA. L’Ossezia del Sud vive la guerra. Ha chiesto l’indipendenza e sta ricevendo dure risposte fatte di pallottole, razzi, bombardamenti, distruzioni, lutti. Tutto accompagnato da una tragica pulizia etnica che rafforza, nello stesso tempo, quella tesi secondo la quale la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Un seguito, quindi, del procedimento amministrativo attuato dagli stati e dai governi. Ed è proprio per questo che il conflitto attuale - che sconvolge la geopolitica del Caucaso - deve essere “letto” in chiave prettamente politica, perchè in gioco c’è non solo e non tanto la piccola e tormentata Ossezia, quanto l’intera società civile del mondo. Perchè il teatro delle attuali operazioni militari (che le tv presentano negli aspetti più sanguinosi) non riguarda solo i governi di Tskhivali (Ossezia del Sud) e di Tbilissi (Georgia), ma chiama direttamente in causa potenze mondiali come la Russia e gli Stati Uniti.

E questo dal momento in cui la realpolitik obbliga a considerare che quanto avviene nel Caucaso è il risultato di un grande gioco che coinvolge direttamente Mosca e Washington. In questo contesto è d’obbligo esaminare la realtà del paese georgiano che è, praticamente, il centro di una vicenda - politica, diplomatica ed economica - che caratterizza uno spazio geografico di ordine strategico. La Georgia, infatti, dopo essere stata una delle repubbliche sovietiche dove il livello di vita era più alto - se confrontato con altre realtà dell’Unione - si è ritrovata, con il crollo dell’Urss, a vivere con i suoi cinque milioni di abitanti il disfacimento totale del tessuto economico. E di conseguenza è diventata sempre più preda di gruppi politico-mafiosi. Nello stesso tempo - proprio come reazione al vecchio sistema sovietico e alla diretta dipendenza di Mosca - si è andata sviluppando nel paese una vera e propria opposizione al rapporto con la Russia e con il Cremlino. Sentimenti nazionalisti hanno preso il sopravvento e Tbilissi, nello stesso tempo, ha preso in considerazione il completo distacco dalla egemonia e dall’amicizia (tradizionale) con Mosca. E qui sono entrati nel gioco gli americani.

I quali, in primo luogo, hanno considerato gli aspetti del valore strategico della Georgia. E precisamente il fatto che il paese ha una costa di oltre 300 chilometri sul mar Nero (un mare dove la marina militare russa ha le sue basi più importanti) ed è separata dalla Russia da una catena montagnosa di oltre 700 chilometri. E non meno importanti - sempre per gli strateghi americani - i confini con la Turchia e l’Armenia. Ma a focalizzare l’attenzione americana sono stati e sono i valori della geoeconomia locale. La Georgia vista, quindi, come punto di transito dei maggiori oleodotti e gasdotti. Tutto questo messo insieme ha portato sempre più gli Usa a considerare Tbilissi come un punto di forza per la penetrazione americana nel territorio dell’ex Unione Sovietica e, quindi, della Russia.

In tal senso non è azzardato affermare che la Georgia è diventata un polo di attrazione per gli americani. E in questo l’opera di penetrazione soft - nei corridoi del potere di Tbilissi - è stata affidata ad un personaggio come il miliardario Soros, uomo della Cia, noto per aver finanziato una gran massa di ONG per provocare, in vari paesi, guerre civili e movimenti sociali approfittando dello sbando delle istituzioni e dei poteri. Ed è quello che è avvenuto anche in Georgia con la decomposizione del vecchio apparato di Stato sovietico e con la corsa della nomenklatura per impadronirsi delle risorse nazionali.

E così anche nel Caucaso è arrivata l’ondata americana con quella cosiddetta “rivoluzione di velluto”, gestita di fatto direttamente dagli Stati Uniti per mezzo di “esperti” e politici. Il primo obiettivo della Casa Bianca, del Pentagono e della Cia è stato quello di raggiungere il “tempio” delle forze armate georgiane con un primo passo: quello attuato nel marzo 1994 quando Tbilissi si unì alla “Parthnership for Peace”. Una azione alla quale seguì, nell’ottobre 2004, l’aggancio alla Nato con tutte le relative conseguenze politiche e militari.
Sul fronte della gestione politica dell’intera operazione di penetrazione in Georgia gli americani hanno poi trovato l’uomo ideale. Messo da parte quello Scevardnadze - che era egregiamente servito per l’opera di distruzione dell’Urss - l’intelligence d’oltreoceano si è rivolta a Saakasvili.

Il personaggio - nato nel 1967 - è di origine georgiana, ma di formazione statunitense. E’ un fedele della Casa Bianca, del Pentagono e della Cia. Giurista quanto a studi è divenuto a poco a poco un agente dell’influenza Usa in Georgia e nel Caucaso. E’ lui che, su comando di Washington, attua la politica di americanizzazione dell’intera regione. La sua carriera è stata programmata e finanziata dallo stesso Soros. Ed anche vari consiglieri della presidenza di Tbilissi hanno studiato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambi universitari creato e gestito dalla fondazione privata di Soros. E non c’è solo questo: il governo americano, da parte sua, ha raddoppiato gli aiuti economici bilaterali alla Georgia dopo la “rivoluzione”. Finanziamenti annuali che raggiungono oggi la cifra di 185 milioni di dollari.

Inoltre la Casa Bianca è coinvolta in un programma di formazione delle forze speciali dell'esercito georgiano nel quadro della cosiddetta lotta contro il terrorismo islamico nella regione e con la collaborazione di Israele. Gli Stati Uniti hanno anche stanziato delle somme per pagare le fatture energetiche della Georgia all'indomani della “rivoluzione” del novembre 2003. È quindi evidente il ruolo di Soros che ha in Georgia i propri interessi finanziari e che ha lavorato a stretto contatto della CIA per favorire l'acquisizione del controllo su questa regione da parte degli Stati Uniti, soprattutto nel settore dell'energia.

Ed ecco che mentre si delinea sempre più questo scenario, l’Ossezia del Sud torna ad agitare la bandiera dell’indipendenza. Mosca non reagisce immediatamente perchè - tutto sommato - vede anche di buon occhio il fatto che all’interno della Georgia (non più “nazione amica”) nascano movimenti di opposizione e di destabilizzazione. La Russia, di conseguenza, accentua il valore della sua regione di confine, l’Ossezia del Nord. Ma in questo preciso momento scatta la reazione georgiana. Ed è guerra. Le truppe di Saakasvili, ignorando che ormai l’Ossezia del Sud è autonoma ed ha sue istituzioni repubblicane (pur essendo ancora una realtà “georgiana”), sceglie la strada militare.

Seguono massacri e bombardamenti contro una popolazione che è a stragrande maggioranza russa o che ha un passaporto russo in tasca. Scendono in campo le forze armate “regionali” di Tskhivali. Ma la Georgia è di molto più forte. E sono massacri. La Russia cerca di contenere la situazione richiamando i dettati più elementari della diplomazia. Ma nello stesso tempo è chiamata (anche dalla sua opinione pubblica interna) a difendere gli ossetini.

Putin parla di “genocidio” e da Mosca arriva anche la richiesta di creare un Tribunale Internazionale per portare alla sbarra i “georgiani criminali che hanno ucciso i russi, gli ossetini, i membri della missione di pace”. E sempre Putin aggiunge: “La Georgia ha commesso un crimine contro il suo stesso popolo, ha inferto un colpo mortale alla propria integrità territoriale e causato un danno tremendo allo stato. Date le circostanze è difficile immaginare come adesso l'Ossezia del Sud potrà essere convinta a diventare parte della Georgia, considerato che l'attacco georgiano, che è stato un crimine contro il popolo osseto, ha causato molte vittime tra la popolazione civile e una catastrofe umanitaria”.

Oltre alle dichiarazioni che hanno per ora un carattere diplomatico c’è il fatto che è in atto - nel Caucaso - una operazione globale di destabilizzazione. Con la Georgia che può essere considerata come un pezzo dell'ingranaggio americano messo in campo contro l'Iran: si è quindi in presenza di un meccanismo “occidentale” che punta allo smantellamento della stessa Russia. Ed è questa anche una catena di polveriere che comprende la Cecenia, il Daghestan e l'enclave armena del Nagorno-Karabach in territorio azero. Tutto avviene mentre si stanno moltiplicando le aggressioni della Turchia contro i curdi. E questo rientra anche nel contesto del disegno americano contro l'Iran per non parlare dell’Iraq. Ma è anche noto l’altro aspetto. Appunto quello geoeconomico.

Perchè dietro questi conflitti - che vengono presentati come “etnici” - c'è in effetti il grande gioco per il controllo dei gasdotti e degli oleodotti. È il gas del Turkmenistan e sono le riserve petrolifere dell'Azerbaigian. Gli americani mostrano le loro preoccupazioni per le risorse energetiche del Mar Caspio. E forse pensano anche di spostare le loro basi militari dall'Europa Occidentale a quella Orientale e all'Asia Centrale. Tutto viene presentato ufficialmente nel contesto della lotta contro il terrorismo ma l’obiettivo statunitense consiste nell’installare delle nuove basi in Georgia o in Azerbaigian. La Georgia è, quindi, il vero fulcro strategico del Caucaso, perché è il solo paese ad avere un accesso al mare aperto e che confina per un lungo tratto con il Caucaso russo.

Ma bisogna ora considerare che il vero obiettivo della guerra scatenata da Saakasvili è un altro. Perchè questo georgiano che gli Usa hanno nominato come Quisling del Caucaso sta lavorando per una guerra “made in Usa”, a tutto campo, contro la Russia. E la stampa di Mosca scrive: “I georgiani come i nazisti” e ribadisce che il mondo civile deve chiamare in giudizio i responsabili del genocidio ossetino. Nello stesso tempo i media attaccano gli Usa che “soffiano sul fuoco”. E alla tv un autorevolissimo esponente del mondo culturale russo - lo storico Andrej Sacharov (un omonimo dello scienziato) - parla a lungo del ruolo nefasto ed aggressivo degli Usa. La tensione cresce con i russi che passano all’attacco anche sul piano dell’informazione. Una nuova tappa dell’escalation nel confronto tra Mosca e Washington.
 
 
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13/08/08 Ossezia: Muore anche la verità
« Risposta #1 il: 13 Ago 08, 15:44:44 pm »
13.08.08
Fonte: http://altrenotizie.org/
OSSEZIA: MUORE ANCHE LA VERITA’ 
di Carlo Benedetti

MOSCA. I russi? Bugiardi, criminali e aggressori. Cannoni, tank e cacciabombardieri in azione nel Caucaso georgiano? Sono tutti dei russi. Chi ha messo in atto il colpo di mano in Georgia? Putin e Medvedev. Le forze russe di pace inviate in Ossezia? Sono degli orsi che si stanno svegliando dal letargo. Le vittime ossete sarebbero circa 2000? E’ un dato assolutamente falso che dimostra, tra l’altro, la mancanza di obiettività dei russi. La distruzione totale della città di Tskhinvali, capitale sudosseta ed epicentro degli scontri? Una invenzione della propaganda russa per creare confusione. Le notizie che giungono dal fronte parlano di una capitale dove le infrastrutture urbane sono state annientate mentre l’ospedale è stato raso al suolo dalle bombe georgiane? Tutte falsità. Ma ci sono le testimonianze dirette presentate dalle televisioni? Nulla di tutto questo: i reporter di guerra russi sono tutti embedded. Eppure la Croce Rossa internazionale parla già di 40.000 profughi che corrono a ripararsi nelle zone controllate dai russi? Non è vero, è una montatura mediatica.

Mosca denuncia che le truppe georgiane hanno decapitato prigionieri nei dintorni di Tskhinvali, sulle tombe di commilitoni caduti, o spazzato a colpi di granate cantine affollate di poveri rifugiati? Bugie su bugie. Ma è vero che i georgiani hanno lanciato missili Grad contro i quartieri Nord di Tskhinvali, colpendo la strada lungo la quale i profughi fuggono in Nord Ossezia? No, i georgiani non attaccherebbero mai la popolazione civile. Sul fronte prettamente militare i russi ammettono di aver avuto sino a questo momento 18 morti, 52 feriti e 14 dispersi? Sono fatti loro perchè questa è la loro guerra. E ancora: il responsabile dei servizi di sicurezza della Russia, Aleksandr Bortnikov, annuncia l’arresto di dieci agenti dei servizi georgiani infiltrati in Russia per “preparare atti terroristici” soprattutto contro obiettivi militari? Anche questo non è vero. La Georgia non si serve dello spionaggio e non compie atti di terrorismo.

Ma allora perchè a Tbilisi si trovano impegnati gli agenti del Mossad israeliano in funzione di istruttori presso le forze del ministero degli Interni? E’ una bugia e comunque non ci sarebbe niente di particolare. E’ vero che gli Usa - con l’obiettivo di ostacolare le operazioni militari di Mosca nel Caucaso - hanno riportato a casa, a Tbilissi, 2000 soldati georgiani che erano di stanza in Iraq per impegnarli in Ossezia? E’ vero ed è un fatto normale. Ma allora è vero che l’America di Bush è dalla parte della attuale dirigenza georgiana? Si e ne siamo orgogliosi. Il presidente Saakasvili è amico di Bush e dell’America. Opera per fare della Georgia una terra occidentale, atlantica e sempre più filoamericana. Quindi anche anti-russa? Se l’essere anti-russi vuol dire battersi per la propria nazione allora il termine di “anti-russi” è appropriato. Ma allora perchè Tbilisi è contro l’indipendenza dell’Ossezia del Sud? Perchè quella terra è terra georgiana e nessun discorso sull’indipendenza potrà mai essere fatto.

E’ vero che la marina da guerra russa ha colpito una nave della flotta militare georgiana a Poti, sul Mar Nero. E’ vero, ma era un battello da turismo. Sin qui botte e risposte di quello che in condizioni normali potrebbe essere un dibattito a più voci e a tutto campo. Ma oggi come oggi siamo in presenza di una emergenza umanitaria nel pieno di una vicenda destinata a sconvolgere gli equilibri del Caucaso, dell’Europa e della normalità mondiale. Le polemiche e le accuse restano sui tavoli delle diplomazie mentre nel teatro di guerra continua la routine della morte e del terrore. Gli accenti, purtroppo, sono a senso unico. I georgiani di Saakasvili soffiano sul fuoco annunciando un imminente attacco russo alla capitale. Invitano la stampa a visitare la città di Gori dove sono cadute alcune bombe russe. Tutto questo perchè dietro le quinte si cerca di lasciare l’altro e grande aspetto della guerra.

Fuori campo restano le scene dell’aggressione georgiana e della distruzione dell’Ossezia del Sud. E così sembra che questo sia il dettato di una grande operazione messa in atto dal Cremlino: la distruzione dell’Ossezia filorussa e l’uccisione di una popolazione inerme per dimostrare la cattiveria della dirigenza georgiana. Comincia il gioco perverso di una “sovietologia” di ritorno. Si cerca di presentare il tutto come un grande gioco che si volge nelle sale di un Cremlino dove Putin e Medvedev starebbero combattendo una lotta per la sopravvivenza politica. I media americani cercano, appunto, di sostenere che la contesa è tra falchi e colombe. Medvedev da un lato - occidentale e timoroso di perdere la partita con gli Usa - Putin dall’altro, grande russo ed orso pronto sempre a presentare gli artigli sul tavolo della diplomazia.

Poche parole, invece, dall’ovest. Si cerca di mettere il silenziatore sulle manovre della marionetta Saakasvili e sui suoi rapporti diretti con Bush e con Israele. E si cerca di non parlare in concreto di quella proposta russa di istituire un tribunale internazionale dove condurre i responsabili del genocidio contro l’Ossezia. E a sedere sul banco degli imputati - come avvenuto recentemente per Milosevic e per Karadzic - sarebbe sicuramente lo stesso “Presidente georgiano Saakasvili”. A meno che in Georgia non accada quello che è avvenuto a suo tempo in Romania con Ceaucescu o in Iraq con Hussein. Mosca - è chiaro - non prende in considerazione questi scenari apocalittici. Tanto più che proprio in questi momenti il presidente Medvedev ordina la sospensione delle operazioni militari russe avviate in Georgia "per costringere Tbilisi alla pace" perché "il risultato è stato raggiunto" come confermano il ministro della Difesa Anatoli Serdiukov e il capo di stato maggiore Nikolai Makarov. "La sicurezza dei nostri peacekeeper e della popolazione civile è stata ripristinata aggiunge Medvedev: l'aggressore è stato punito e ha subìto perdite considerevoli. Le sue forze armate sono disorganizzate". Medvedev pone però due condizioni per la conclusione del conflitto: "Innanzi tutto, le truppe georgiane debbono tornare alle loro posizioni iniziali e essere in parte smilitarizzate. In secondo luogo, occorre sottoscrivere un accordo vincolante, che obblighi a non ricorrere alla forza".

Il presidente russo conferma poi la decisione prima in un colloquio telefonico con l'Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea, Javier Solana, e poi in un incontro con il presidente francese e presidente di turno dell'Unione europea, Nicolas Sarkozy. Questi è a Mosca per una missione di mediazione che lo condurrà poi a Tbilisi. Sarkozy parla di "una buona notizia" riguardo all'annuncio di Medvedev e sottolinea l'importanza di raggiungere e di consolidare un cessate il fuoco e definisce "assolutamente normale che la Russia voglia difendere gli interessi dei suoi compatrioti nel suo Paese e dei russofoni fuori dalla Russia".

Alle questioni ossetine, intanto, si aggiungono quelle della regione dell’Abchasia. Qui Sergei Bagapsh, presidente di questa repubblica georgiana filorussa del Caucaso, rende noto che le sue truppe hanno conquistato la maggior parte della valle del Kodori, fino a pochi giorni fa controllata dalle truppe georgiane, in particolare le cittadine di Ashara e di Tchalta, e che "avanzano verso il confine con la Georgia". Nello stesso tempo si apprende che in Abchasia la Russia ha quadruplicato le proprie truppe, dispiegate nell'ambito della missione della Comunità di Stati Indipendenti (Csi), portandole a 12.000 uomini, appoggiati da 350 mezzi blindati.

Ora mentre le truppe georgiane continuano a infierire contro l’Ossezia del Sud e a preparare attacchi alla piccola Abchasia - da sempre in odore di separatismo - la mobilitazione propagandistica della Georgia si fa sempre più forte. Entrano in campo i capitali del miliardario Soros e gli assegni americani inviati alle varie rappresentanze diplomatiche della Georgia. L’ordine di scuderia è quello di fare chiasso. Come quello che si registra a Roma dove scende in campo l’ambasciatrice della Georgia presso la Santa Sede, principessa Bagration de Moukhrani Khetevane. “La Georgia – dice tranquilla – ha già cessato il fuoco e imposto il silenzio delle armi; non vogliamo altro spargimento di sangue». Parole sante visto il pulpito dal quale vengono. Il problema consiste però nel vedere se la preghiera della principessa georgiana sarà esaudita dal suo presidente Saakasvili e dai suoi padroni d’oltreoceano.
 
 
« Ultima modifica: 13 Ago 08, 16:15:55 pm da Administrator »

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13/08/08 Ecco quali sono le colpe della "povera" Georgia
« Risposta #2 il: 13 Ago 08, 15:59:47 pm »
13.08.08
Fonte: http://www.ilgiornale.it/
Ecco quali sono le colpe della "povera" Georgia

Gli avvenimenti della scorsa settimana in Ossezia del Sud non possono che impressionare e addolorare chiunque. Ormai, migliaia di persone sono morte, altre decine di migliaia si sono trasformate in profughi, città e villaggi sono distrutti. Nulla può giustificare la perdita di queste vite e la distruzione di queste città. È un monito per tutti.
Le radici di questa tragedia risalgono alla decisione, presa nel 1991 dai leader separatisti della Georgia, di abolire l’autonomia nell’Ossezia del Sud. Fatto che creò una situazione esplosiva per l’integrità territoriale della Georgia. Ogni volta che i diversi leader georgiani successivi cercavano d’imporre la loro volontà con la forza - sia nell’Ossezia del Sud sia in Abkhazia, dove i problemi di autonomia sono molto simili - la situazione peggiorava ulteriormente. Le nuove ferite aggravavano le vecchie.

Ciò nonostante, era ancora possibile trovare una soluzione politica. Per un po’ di tempo, in Ossezia del Sud venne mantenuta una relativa calma. La forza di pace, costituita da russi, georgiani e osseti, compiva la sua missione, e i comuni cittadini osseti e georgiani, che vivono a stretto contatto tra loro, trovavano almeno un territorio comune.

In tutti questi anni, la Russia ha sempre riconosciuto l’integrità territoriale georgiana. È chiaro che l’unico modo di risolvere il problema dell’Ossezia del Sud può essere solo un modo pacifico. E comunque, in un mondo civilizzato, non c’è altra scelta.
La leadership georgiana ha respinto con arroganza questo principio basilare. Ciò che è accaduto la notte del 7 agosto scorso va oltre ogni comprensione. L’esercito georgiano ha attaccato la capitale dell’Ossezia del Sud, Tskhinvali, con lanci multipli di razzi, progettati per devastare ampie zone del Paese. La Russia doveva rispondere. Accusarla di aggressione contro «la piccola, indifesa Georgia», non solo è ipocrita, ma dimostra mancanza di umanità.

Lanciare un attacco militare contro cittadini innocenti è stata una decisione sconsiderata, le cui tragiche conseguenze per migliaia di persone di nazionalità diversa sono ora chiare. La leadership georgiana ha potuto compiere questo atto solo perché percepiva il sostegno e l’incoraggiamento di una forza molto più potente. Le forze armate georgiane erano state addestrate da centinaia di istruttori statunitensi, e il loro sofisticato equipaggiamento militare era stato acquistato in diversi Paesi. Questo fatto, in aggiunta alla promessa dell’entrata nella Nato, ha imbaldanzito a tal punto i leader georgiani, fino a convincerli di poter uscire vittoriosi attaccando con una «guerra lampo» l’Ossezia del Sud.

In altre parole, il presidente georgiano Mikhail Saakashvili si aspettava un supporto incondizionato dall’Occidente, e l’Occidente gli aveva dato ragioni sufficienti per farglielo credere. Adesso che l’attacco militare georgiano è avvenuto, il governo georgiano e i suoi sostenitori dovrebbero rivedere la loro posizione.

Le ostilità devono cessare il più presto possibile e si devono prendere urgenti provvedimenti per aiutare le vittime - la catastrofe umanitaria, purtroppo, è stata oggetto di scarsissima attenzione nei media occidentali in questo ultimo weekend - e per ricostruire città e villaggi devastati. È altrettanto importante incominciare a pensare di risolvere il problema di fondo, che è uno dei temi più sofferti e difficili nel Caucaso, una regione il cui approccio dovrebbe essere affrontato con la massima attenzione. Quando scoppiarono per la prima volta i problemi in Abkhazia e in Ossezia del Sud, avevo proposto che la soluzione avvenisse attraverso la creazione di una federazione, che avrebbe garantito alle due Repubbliche ampia autonomia. L’idea fu scartata, specialmente dai georgiani. Gli atteggiamenti, a poco a poco, cambiarono, ma dopo quanto accaduto la settimana scorsa sarà molto più difficile raggiungere un accordo, anche su tale base.

I vecchi rancori sono un peso enorme. La guarigione è un processo lungo che richiede pazienza e dialogo, e che ha come requisito inderogabile l’esclusione dell’uso della forza. Ci sono voluti decenni per portare a termine conflitti analoghi in Europa e altrove, e ancora oggi vecchie controversie stentano a spegnersi. Oltre alla pazienza, questa situazione esige saggezza.

Le piccole nazioni del Caucaso hanno già una storia che le ha viste convivere tra loro. È stato dimostrato che una pace duratura è possibile, che tolleranza e collaborazione possono creare le condizioni per una vita e uno sviluppo normali. Non c’è nulla di più importante.

I leader politici della regione devono essere capaci di realizzare questo obiettivo. Invece di usare la potenza militare, dovrebbero dedicare i loro sforzi a costruire le basi per una pace duratura.
Nei giorni scorsi, alcuni Paesi occidentali, in particolare al Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno preso posizioni ben lungi dall’essere equilibrate. Ne è risultato che il Consiglio di sicurezza non ha potuto agire efficacemente fin dall’inizio di questo conflitto. Dichiarando il Caucaso - regione che si trova a migliaia di chilometri dal continente americano - una sfera di «interesse nazionale», gli Stati Uniti hanno commesso un errore madornale. Naturalmente la pace nel Caucaso è nell’interesse di tutti. Ma è semplicemente segno di buon senso riconoscere che la Russia ha in quella regione le sue radici, sia per posizione geografica sia per secoli di storia. La Russia non cerca l’espansione territoriale, ma ha in questa regione interessi legittimi.
L’obiettivo a lungo termine della comunità internazionale dovrebbe essere quello di creare un sistema subregionale di sicurezza e collaborazione, tale da rendere impossibile ogni provocazione e ogni possibilità di crisi come quella di oggi. Costruire un sistema del genere sarebbe una bella sfida e questo si potrebbe realizzare soltanto con la collaborazione dei Paesi di quella regione. I Paesi al di fuori possono, forse, aiutare, ma solo prendendo una posizione obiettiva e imparziale. La lezione ricavata dai recenti avvenimenti è che i giochi geopolitici sono pericolosi ovunque, non soltanto nel Caucaso.

(Traduzione di Rosanna Cataldo)
©Washington Post - AdnKronos - Il Giornale
« Ultima modifica: 13 Ago 08, 16:17:43 pm da Administrator »

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13/08/08 La scoperta dell'Ossezia
« Risposta #3 il: 13 Ago 08, 16:07:08 pm »
13.08.08
Fonte: http://www.repubblica.it/
La scoperta dell'Ossezia
di Ilvo Diamanti

Non si è capito molto, in Italia, della drammatica crisi che ha scosso la Georgia in questi giorni. I nostri occhi, d'altronde, sono puntati quasi esclusivamente sul cortile di casa. E ci riesce difficile capire anche quel che avviene intorno a noi. Perché siamo un Paese complicato, con una scena politica labirintica e fantasmatica. Ma anche perché non abbiamo un'idea chiara dei confini. Esterni e, ancor prima, interni.

L'abbiamo scritto tempo fa, in una precedente "bussola": dovremmo studiare e insegnare meglio la geografia, nelle nostre scuole. Serve: almeno quanto la "buona condotta". Invece, io continuo a incontrare colleghi (professori universitari) che mi decantano la qualità della vita e dell'ambiente in Umbria. Perché sono convinti che Urbino, dove io insegno e - per una buona parte dell'anno - vivo, sia in Umbria. E quando li smentisco, con un po' di tatto, succede che alcuni si correggano. E spostino Urbino in Toscana. Poco male. Tanto la geografia, in Italia, conta poco. E si studia poco. Con la scusa che cambia di continuo. Fra province e regioni che sorgono ogni anno. Con la scusa che tanto c'è la globalizzazione. I confini non contano. Con internet, i cellulari, le distanze spazio-temporali si annullano. Se vuoi raggiungere una meta, basta usare un navigatore satellitare. Ti guidano dovunque. Anche se ti costringono a itinerari strani e, talora, ti conducono in un luogo diverso dal previsto. Ma tanto, in un mondo senza geografia non c'è alternativa. Devi essere guidato.

Pochi, d'altronde, conoscono il linguaggio e la scrittura del territorio. Per cui è difficile comprendere cosa e perché stia capitando in Georgia. Perché la Russia vi sia intervenuta in modo tanto violento. Lo sconcerto, inoltre, si trasforma in vertigine di fronte alla scoperta dell'Ossezia e dell'Abkhazia. Perché, ad eccezione dei lettori abituali di liMes, quasi nessuno fino ad oggi sospettava dell'esistenza di queste entità. Nel caso dell'Abkhazia, peraltro, è perfino sconveniente nominarne gli abitanti, in pubblico.

Tuttavia, la geografia non è mai stata così importante, proprio perché non è mai stata incerta, aperta, mobile come oggi. Senza più muri certi e invalicabili a tracciare divisioni. Nell'era della comunicazione senza confini: i confini e i contesti - locali e nazionali - sono divenuti di nuovo essenziali. Lotte sempre più dure si combattono nel nome di un nome. E di un "dove". Per conquistare un'identità territoriale. Un nome legato a un dove. Per potersi chiamare osseti oppure (ci si perdoni) abkhazi. Anche se dietro a queste rivendicazioni ci sono, spesso, altri interessi e altri poteri. Altre potenze. La Russia, in questo caso, intenzionata a ostacolare l'intesa della Georgia con l'Occidente. E con gli Usa. E a mantenere saldo il controllo su aree strategiche dal punto di vista dell'energia (petrolio, gas). La Russia, impegnata a ricostruire l'Impero, dopo il crollo del sistema sovietico.

Ma in Italia la geografia e la geopolitica sono assenti: nella scuola, nel senso comune e dalla cultura politica. Come dimostra il dibattito di questi giorni. Fra il comico e il grottesco. La sinistra tace. Afasica. Reticente e imbarazzata come su - troppi - altri argomenti. Berlusconi è impegnato a mettere d'accordo gli amici George W. e Vladimir. Per telefono, dalla sua residenza reale di Villa Certosa. Ricorrerà alla proverbiale capacità di tessere relazioni informali. La "diplomazia della barzelletta", come l'ha definita Edmondo Berselli. Ma dovrà, prima, convincere la Lega, che, per bocca di Calderoli, ha invitato il governo a schierarsi con la Georgia e contro l'aggressione della Russia. Però, anche l'Ossezia del sud denuncia l'aggressione della Georgia; da cui, insieme all'Abkhazia, rivendica l'autonomia. D'altronde, entrambe - Ossezia e Abkhazia - sono, di fatto, Repubbliche indipendenti (con il sostegno attivo e interessato della Russia).

Tuttavia, la Lega ha sempre avuto un atteggiamento eclettico sui conflitti che mirano a ridisegnare la geografia e i confini. Come nelle sanguinose guerre balcaniche dello scorso decennio. Quando si è schierata apertamente per Milosevic. Dalla parte della Serbia e contro il Kosovo. Forse per ostilità verso gli albanesi. O, più probabilmente, verso la Nato, l'Europa e gli Usa. Garanti dell'unità nazionale dell'Italia e dunque nemici della Padania. Ma erano altri tempi e la Lega era all'opposizione di tutti. Ai margini del sistema politico italiano. Mentre oggi sta al governo e si è convertita a un atteggiamento realista. Tuttavia resta il dubbio. Quando Bossi alza il dito medio contro l'inno di Mameli. E, quindi, contro l'unità nazionale. Quando rammenta che quel dito è sempre levato. Intende ribadire, marcare con forza che anche la nostra geografia è provvisoria. Che siamo un Paese provvisorio. Che l'Italia non esiste. O meglio: a Nord c'è la Padania, mentre l'Italia comincia sotto il Po. Sempre più a Sud, però. Perché anche in Emilia Romagna e nelle Marche si levano forti i richiami alla liberazione: da Roma e dagli stranieri che ci invadono. Espressi e amplificati dal crescente successo elettorale della Lega. La Padania, cioè, si espande. E l'Italia si riduce.

In Italia non c'è una comune idea della geopolitica internazionale né dell'interesse nazionale. Tanto meno in questa maggioranza di governo. Anche per questo il nostro peso sulla scena globale è così leggero. E mentre Berlusconi è intento a telefonare agli Amici, Sarkozy negozia e conclude un accordo fra Presidenti.

Il fatto è che l'Italia è confinata ai confini del mondo; e i suoi stessi confini interni sono mobili. Ipotetici e negoziabili. Come il numero delle province, che cresce di anno in anno. E' unita dalle sue divisioni. Divisa dai suoi miti unificanti (presto cancelleremo anche Garibaldi). La sua classe politica e intellettuale è, in gran parte, incapace di scrivere una storia comune. Anzi, ne contesta i pochi elementi condivisi. Perché dovrebbe credere e riconoscersi nella geografia? Per muoversi e orientarsi basta un navigatore satellitare.
« Ultima modifica: 13 Ago 08, 16:13:27 pm da Administrator »

massimo

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14/08/08 Non tifo per Mosca ma l'Ossezia ha ragione
« Risposta #4 il: 14 Ago 08, 16:11:21 pm »
14.08.08
Fonte: http://iltempo.ilsole24ore.com/
Non tifo per Mosca ma l'Ossezia ha ragione
È certo che io non veda con simpatia Putin, convinto che chi sia stato educato nell'Accademia del Kgb e sia stato con il grado di colonnello suo residente nella Repubblica Democratica Tedesca non possa considerarsi democratico in senso occidentale; ma la Russia, o forse meglio le "Russie", crogiuolo di popoli, stirpi, lingue, culture e religioni diverse, con difficoltà potrebbe governarsi con un regime di democrazia rappresentativa, dato anche che storicamente la Federazione Russa è l'erede della Russia degli Zar e dell'Urss di Stalin, che proprio "democrazie occidentaliste" non erano.
 
Ciò premesso, considero avventurista la politica del governo georgiano che solo a titolo di "piccola potenza imperialista" vuole governare i piccoli paesi dell'Ossezia del Sud e dell'Abkazia, abitati in modo massiccio da russi e solo da piccole minoranze georgiane e che vogliono riunirsi alla Grande Madre Russia. Io ritengo che ne abbiano pieno diritto. E mi riuscirebbe difficile comprendere come Usa e l'Ue che si sono affrettati a riconoscere l'indipendenza del Kossovo, storicamente legato alla Serbia, potrebbero mai opporsi al desiderio dell'Abkazia e dell'Ossezia del Sud di riunirsi alla Russia e quest'ultima alla parte nord del proprio Paese. Né l'Italia potrebbe mai dire che durante il regime sovietico l'Ossezia è stata russificata, perché ci si potrebbe obiettare che l'Italia durante il regime fascista ha italianizzato il Tirolo del Sud e, complice il nazismo, ha cercato di espellerne la minoranza tedesca, dopo che lo stesso regime liberale - che ne aveva ottenuto su suggerimento dei vertici militari l'annessione, come risarcimento alla mancata unione di Fiume e della Dalmazia al'Italia come stabilito dalle clausole segrete del Patto di Londra del 1915 -, aveva mutato il nome di quel paese da Südtirol in Alto Adige, inventato da un geografo fascista. Considero poi pericoloso che la Nato, per iniziativa di Bush, voglia portare i suoi confini a ridosso della Russia, sempre colpita dal complesso di accerchiamento, estendendola alla Georgia, patria di Stalin, già repubblica dell'Urss. Che poi il Pd, costituito da ex-militanti del Pci, che guardava all'Urss come alla "Madre del Socialismo", e da cattolici che guardavano con ammirazione ad esso per la sua natura "chiesastica" e "totalizzante", rimproveri Berlusconi di non intervenire con durezza (!!!) col suo amico Putin a favore della Georgia più che strano, è buffo!
Per quanto attiene l'idea di inviare in quella zona contingenti italiani quale componente d'una ipotetica forza d'interposizione dell'Onu, o della Nato o dell'Ue, sarebbe meglio assegnare gli ingenti fondi che dovrebbero servire all'uopo all'Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato perché possano "mettere sulla strada" un numero più adeguato di "Gazzelle" e di "Volanti", ponendo fine alla politica "nano interventista" delle missioni in Afghanistan, Kossovo e Libano, e un dì anche...a Timor Est.

massimo

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14/08/08 GENOCIDIO IN OSSEZIA, VERGOGNA DEL MONDO
« Risposta #5 il: 14 Ago 08, 16:22:08 pm »
14.14.08 Fonte: http://altrenotizie.org/
GENOCIDIO IN OSSEZIA, VERGOGNA DEL MONDO 
di Carlo Benedetti

MOSCA. Casa Bianca Pentagono e Cia utilizzano in queste ore i loro canali per attaccare la Russia e stravolgere la realtà dei fatti. L’obiettivo è di mettere sotto accusa il Cremlino di Putin e Medvedev sostenendo che è stata Mosca ad attaccare in Ossezia e che, quindi, resta “la Russia di sempre”, erede dei metodi sovietici. La posizione americana trova subito utili laudatores anche nella stampa di casa nostra che si affrettano a scrivere che “Mosca ha una voglia matta di “rivedere la pesante eredità della sconfitta patita nella Guerra fredda”. Non c’è nessun tentativo reale di comprendere il conflitto nelle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche. Siamo di nuovo al clima maccartista, ai diktat di Foster Dulles. Si spinge volutamente indietro la ruota della storia presentando il leader georgiano come un politico sì dalle chiare inclinazioni autoritarie, che tuttavia gode di una certa popolarità e ha ottenuto buoni risultati nel ristabilire l'ordine e la stabilità nel Paese dopo il periodo di Scevardnadze. La Georgia viene quindi presentata da vari media occidentali come una democrazia che sotto diversi aspetti si può considerare incompleta, ma pur sempre accettabile.

Comunque sia la propaganda non può nascondere la verità. Nell’Ossezia del Sud ci sono oltre 2000 ossetini e russi uccisi e trucidati da un esercito comandato da Michail Saakasvili, il presidente-Quisling filoamericano e filo-Nato. Ci sono migliaia di abitazioni distrutte, ospedali rasi al suolo, scuole sventrate dai missili georgiani tutti regolarmente “made in Usa” o in Israele. Bush, quindi, può essere contento per gli investimenti fatti nel Caucaso e il miliardario Soros (che a partire dal 1979 ha distribuito 3 milioni di dollari l'anno a movimenti di dissidenti dell’Est utilizzando come copertura il suo Open Society Institute) può promuovere a pieni voti il suo allievo Saakasvili e il nuovo arrivato Giga Bokeria, il 36enne leader del movimento studentesco della Georgia denominato “Kmara!” (Basta!) che è, praticamente, una filiale della Cia americana nell’intero Caucaso.

Ora, comunque, si cerca di ricondurre la vicenda ossetina (quella di un popolo coinvolto a suo tempo nel turbine nazionalista che investì la Georgia alla fine degli anni Ottanta) nell’ambito di trattative diplomatiche. La Russia accetta, ma nello stesso tempo non molla sulle questioni di principio, etiche e morali. E dice apertamente che non si può trattare con chi ha le mani sporche di sangue. Il riferimento è ben preciso e rafforzato dalle accuse di genocidio perpetrato dalla dirigenza di Tbilisi. Il plenipotenziario per i diritti umani Vladimir Lukin propone di costituire un tribunale internazionale per la punizione dei responsabili della distruzione di Tskhinvali e dello sterminio della popolazione civile. “Sono convinto - dice Lukin - che molti concorderanno con me, ed io mi appello alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, mi rivolgo al Consiglio d’Europa, al plenipotenziario europeo per i diritti umani perchè tutti s’impegnino per affrontare il problema in un modo molto serio”.

Si apre, quindi, in modo ufficiale la pagina relativa all’accusa di genocidio rivolta alla Georgia. Qui si ritrovano riferimenti a fonti storiche, a documenti ufficiali e ad analisi diplomatiche. Tutto argomentato con vigore per impedire che le vicende attuali vengano appannate dalle tipiche "amnesie occidentali". L’analisi dei fatti attuali - notano a Mosca - porta anche a ricordare che è stato Raphael Lemkin (studioso americano d’origine polacca e docente di diritto internazionale all’università di Yale) a definire con estrema chiarezza il "concetto" di genocidio. "Per genocidio - ha scritto il giurista - intendiamo la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico (...). In senso generale genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando esso è realizzato mediante lo sterminio di tutti i membri di una nazione. Esso intende piuttosto designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi”.

Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi.

Il genocidio è diretto quindi (come ha fatto l’esercito georgiano) contro il gruppo nazionale in quanto entità e le azioni che esso provoca sono condotte contro individui, non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale. Ed è quanto è avvenuto in questi giorni nelle terre del Caucaso con una sorta di purificazione etnica. La Russia, pertanto, fa anche appello alla dottrina internazionale. E nella “ricerca” che viene portata avanti c’è un circostanziato atto di accusa contro il governo di Tbilisi, per quello che ha compiuto e per quello che nega di aver compiuto. Si torna a ribadire che “genocidio” è l’uccisione in massa di un popolo in base alla sua nazionalità, percezione etnica, o religione, secondo un piano di sterminio premeditato. Non c’è spazio, di conseguenza, per il negazionismo. Vengono documentate nelle denunce russe l’esplosione di violenza selvaggia e apparentemente gratuita, la programmazione della distruzione con strutture sempre più metodiche e pianificate.

Ma se la sequenza si ripete con monotonia (molti i riferimenti storici a quell’oramai lontano conflitto osseto-georgiano nell’Ossezia del Sud che fu il primo di una serie di scontri armati nel Caucaso), i singoli episodi presentano sempre varianti nuove che le immagini televisive documentano con crudeltà. Ed è la vergogna del mondo perché si riaprono alcune delle più sanguinose pagine di storia che credevamo chiuse per sempre.
« Ultima modifica: 14 Ago 08, 16:24:09 pm da Administrator »

massimo

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14/08/08 Cosa succede nel Caucaso
« Risposta #6 il: 14 Ago 08, 16:57:10 pm »
14.08.08
Cosa succede nel Caucaso
di Maria Magarik*

Cosa  succede nel Caucaso? Forse lo sapremo con un grande ritardo o non lo sapremo mai. La guerra è stata sfruttata dalla propaganda. Le vittime del conflitto sono state beffate due volte. Lo nota bene Roberto Reale nel suo editoriale. Ma la grande sconfitta di questa storia è l’informazione che si è persa tra le bufale georgiane e l’agitprop del Cremlino. L’opinione pubblica è stata disorientata dalle provocazioni, dai servizi superficiali che contenevano errori, approssimazioni.
Il tentativo di raccontare il conflitto  c’e’ stato. Quattro giornalisti hanno perso la vita in questi 5 giorni di fuoco. Un cameraman olandese della rete televisiva RTL-4, ucciso durante il bombardamento russo di Gori nella notte tra il 10 e l’11 agosto. Un giornalista georgiano ancora senza nome, ucciso forse dalla scheggia di una bomba, sempre a Gori. Altri due giornalisti georgiani, Grigol Chikhladze di Alania TV e Alexander Klimchuk, corrispondente dell’Itar-Tass, sono stati uccisi il 9 agosto nell’Ossezia del Sud mentre cercavano di superare un posto di blocco osseto. E’ l’alto prezzo pagato dal mondo dell’informazione in questa breve guerra caucasica. Ai quattro morti si devono aggiungere diversi feriti e alcuni giornalisti arrestati, come i tre corrispondenti turchi fermati e interrogati per diverse ore dall’esercito russo.
Vi raccontiamo alcuni dettagli filtrati dai mass-media russi e georgiani, rimasti fuori dal grande circo propagandistico. 
Chi ha bombardato per primo l’Ossezia del sud? La televisione georgiana in diretta ha commentato passo per passo la conquista di Tshinvali . Qualche giorno dopo il fatto veniva addirittura attribuito alle forze di Mosca. Tbilisi si è mossa  “alla carlona”. La bufala più grande è stato l’annuncio della quasi presa della capitale georgiana dai tank russi. In serata, tutte le ambasciate convocano i giornalisti per diffondere la notizia. Peccato che in mattinata, la colonna dei carri armati che sia avvicinava alla capitale  fosse  georgiana e non russa.
I russi bombardano 24 ore su 24 con le immagini (sempre le stesse) che raccontano il genocidio perpetrato da Tbilisi in Ossezia del Sud. Molto meno è stato fatto per l’Olocausto. Nel tg centrale del I canale televisivo di Mosca ORT il presidente georgiano Mikhail Sakashvili viene descritto come un malato psichico con tanto di perizie “indipendenti”. Viene paragonato a Hitler. L’operazione militare delle truppe di Mosca vengono definite come “l’operazione della costrizione alla pace”. Dai mass- media russi  le vittime ed i profughi georgiani non sono mai stati menzionati. L’unica fonte di immagini e testimonianze televisive provenivano dalle troupe russe ben organizzate con un’ottima conoscenza del territorio.
Ma  propaganda a parte, alcuni fatti sono passati inosservati e meriterebbero un’attenzione particolare dell’opinione pubblica internazionale.
I mass-media russi (stazioni televisive RTR, ORT, sito  www. lenta.ru) hanno pubblicato la notizia sul ritrovamento a Tshinvali  dei corpi di alcuni  uomini africani che indossavano l’uniforme dell’esercito georgiano.   I loro cadaveri si vedono nelle immagini date ai circuiti internazionali. Tra le rovine della città accanto ai soldati di Tbilisi sono stati trovati le istruzioni in inglese, badge con la bandiera a strisce e stelle. Fatti citati dall’ambsciatore russo presso l’ ONU Ciurkin che accusava gli  Stati Uniti di ingerenza  in questo conflitto. Secondo Mosca, tra i militari richiamati dal contingente georgiano dall’Iraq ci sarebbero gli istruttori americani che avrebbero partecipato alla guerra.
Poco spazio in Occidente ha avuto un’altra notizia sull’utilizzo dei reparti speciali russi utilizzati in Cecenia. Reparti della morte, responsabili di “pulizie” nella piccola repubblica autonoma del Caucaso.
Nella guerra della propaganda, della censura di Internet  “leggere tra le righe” è l’unica cosa che rimane all’opinione pubblica disorientata che forse un giorno capirà la gravità della guerra lampo  che ha distrutto per sempre i fragilissimi equilibri del Caucaso, episodio da “baia dei porci”, quando si era sfiorata la terza guerra mondiale.

*con la collaborazione di Francesco Defferrari

massimo

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15/08/08 LA GEORGIA, L'OSSEZIA E L'OMBRA DEL KOSOVO
« Risposta #7 il: 15 Ago 08, 10:40:16 am »
15.08.08 Fonte: http://www.lettera22.it/
LA GEORGIA, L'OSSEZIA E L'OMBRA DEL KOSOVO
Colloquio con Fabio Mini
di Emanuele Giordana

Fabio Mini di faccende militari se ne intende. E non solo perché è stato a capo delle forze Nato in Kosovo o perché il suo ultimo libro, uscito per Einaudi, si intitola appunto “Soldati”. Ma perché è sempre riuscito a coniugare le vicende belliche a quelle più squisitamente politiche. E di politica c'è n'è parecchia nella crisi del Caucaso. “Come andrà a finire? Con una soluzione posticcia, transitoria. Un limbo – dice l'analista - da cui potrebbero uscire molte cose. Quel che è certo è che a rimetterci sarà soprattutto la Georgia”
In queste molte cose c'è anche l'indipendenza dell'Ossezia?
Le ipotesi sono diverse: una dichiarazione di annessione alla Russia, di indipendenza nel quadro della Csi (la comunità degli stati dell'ex Urss ndr) oppure la riunificazione all'Ossezia del Nord... Sono tutte soluzioni che penalizzano la Georgia. E dirò di più. Gli osseti potranno rivendicare il diritto all'autodeterminazione dei popoli con qualche ragione. E certo assai più di quante ne avessero gli albanesi del Kosovo dal momento che uno stato degli albanesi esisteva già. Quello degli osseti no
L'ombra del Kosovo aleggia sulla crisi...
E' il paragone più immediato e adesso siamo davvero in grado di capire quanto pesi e quanto peserà quel precedente che si dimostra oggi assai più grave di quanto non sembrasse al momento della proclamazione d'indipendenza
Il paradosso però è che Mosca ha difeso l'unità della Serbia. Come potranno adesso i russi lasciar scegliere all'Ossezia la secessione?
I russi sono certamente gli ultimi che possono dire una parola su come si amministrano i popoli e le comunità e certo non possono accampare diritti, ma gli osseti vorranno decidere da soli e la Georgia pagherà l'enorme errore di valutazione commesso con una guerra che, evidentemente, i gerogiani hanno fatto anche rassicurati da qualche cattivo consiglio
Americano?
A osservare le prime reazioni del presidente Bush si direbbe che sia rimasto molto stupito di quanto è successo. Ma certo gli americani hanno armato la Georgia e hanno avallato i sogni del suo presidente. Hanno premuto per un ingresso rapido nella Nato. Mi viene in mente Saddam Hussein...
Scusi?
Saddam non invase l'Iraq senza pensarci. Tutti sanno che convocò l'ambasciatrice americana che gli diede una sostanziale luce verde. Fu un'iniziativa che la diplomatica pagò con un richiamo immediato, ma Saddam pensò che poteva andare tranquillo in Kuwait visto che per dieci anni era stato il bastione contro il nemico iraniano
E i georgiani...
Si sono illusi di poter accelerare la storia
La candidtaura alla Nato di Tbilsi salterà?
Molti stati ci rifletteranno sopra prima di dare il via libera. Ci sarà maggior prudenza. Ecco un altro risultato della mossa a sorpresa di Saakashvili

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15/08/08 I rischi dell’assolutismo etico
« Risposta #8 il: 15 Ago 08, 14:12:19 pm »
15.08.08
Fonte: http://www.corriere.it/
UN PARALLELO TRA GEORGIA E KOSOVO
I rischi dell’assolutismo etico
di Pierluigi Battista

Difendere Tbilisi, certo. E impedire che la capitale della Georgia indipendente, libera e democratica diventi, come hanno ammonito sul Corriere André Glucksmann e Bernard- Henri Lévy, un'altra terrificante Sarajevo. A patto però che l'avversione per le smanie neo-imperiali di Putin, per i suoi metodi sbrigativi e autoritari così ostili ai valori delle democrazie occidentali, non faccia dimenticare la grande contraddizione che impiglia e paralizza chi, rispetto al fuoco divampato nell'Ossezia del Sud, nove anni fa per il Kosovo suonò tutt'altra musica di fronte all'esplosione del separatismo e dell'indipendentismo irredento nell'ex Jugoslavia. Glucksmann e Lévy fanno parte di quella preziosa e combattiva pattuglia (e con loro il ministro degli Esteri francese Kouchner che ha giocato un ruolo decisivo per il piano europeo di Sarkozy nella crisi georgiana) che ha contribuito a tener desta un'attenzione non selettiva alla tutela dei diritti umani nel mondo.

Un fronte culturale internazionale che si è sottratto ai dogmi del terzomondismo antiamericano per principio e per vocazione, che non ha ipocritamente separato la difesa dei profughi «buoni» da quella per i profughi invece considerati indegni di attenzione e di rispetto, che non ha mai abbassato la guardia di fronte alla violazione dei diritti fondamentali. Mai: né nella Bosnia e poi nel Kosovo martirizzati da Milosevic, né nella Cecenia rasa al suolo dai militari russi con una brutalità ignara di ogni limite, né nell'Iraq di Saddam e dei curdi gasati dal dittatore di Baghdad, né nell’Iran fondamentalista vessato da chi auspica un nuovo Olocausto ebraico e risponde alle proteste del mondo con lo spettacolo macabro delle forche esibite sulla pubblica piazza, né nel Tibet sfigurato e martoriato dalla Cina anche quando in Occidente, sordo alle suppliche del Dalai Lama, ci si inebriava puerilmente per la carneficina maoista della «rivoluzione culturale », né nel Darfur devastato dalla furia genocida islamista. E' naturale che le simpatie di questo fronte composito ma unito da un'ostilità intransigente verso i nemici dei diritti umani vadano al Davide georgiano in guerra con la potenza bruta e arrogante del putinismo. Meno ovvio che questa simpatia debba pagare il prezzo dell'incoerenza e della dimenticanza storica. Nove anni fa, in Kosovo, l'altalena delle simpatie e delle ostilità prese una direzione del tutto opposta a quella odierna.

Oggi Glucksmann e Lévy difendono la causa del georgiano Saakashvili contro la minoranza dei secessionisti russi dell'Ossezia del Sud che vogliono riunirsi a Mosca. Nove anni fa difesero invece la causa dei secessionisti albanesi che volevano liberarsi dal giogo della Serbia. Nove anni fa — beninteso con tutta la semplificazione che la geometria delle forze e delle motivazioni comporta—il ruolo di Saakashvili era impersonato da Milosevic e quello dei bombardieri che oggi colpiscono Tbilisi e Gori portava i colori di una Nato che non esitò a seppellire di bombe Belgrado. L'analogia appare di per sé offensiva, rozza, improponibile? Eppure la battaglia del Kosovo, la madre di tutte le «guerre umanitarie », il paradigma dell'«interventismo etico», l'archetipo esemplare di ogni azione militare che dalla fine della guerra fredda non può prescindere da una forte e nobile motivazione morale, prese spunto da circostanze che, a parti rovesciate, assomigliano in modo impressionante a quelle capaci di innescare la crisi georgiana.

Le analogie possono finire qui. Il georgiano Saakashvili, educato ai valori della democrazia americana, eletto in un'atmosfera di libertà sconosciuta alla quasi totalità delle nazioni che hanno preso forma dopo la disintegrazione dell'impero sovietico, non ha nulla da spartire con il Milosevic paladino della pulizia etnica e della follia nazionalcomunista dilagata nello sfacelo dell'entità jugoslava. E alle sue spalle il leader della Georgia non ha da nascondere orrori nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che macchiarono irreversibilmente la reputazione serba a Srebrenica e a Sarajevo. Eppure è per preservare l'unità della Georgia minacciata dai ribelli russi che Saakashvili ha scelto l'uso della forza a Tskhinvali ed è come conseguenza di questa scelta che Putin ha voluto offrire al mondo l'esempio della reazione «sproporzionata» accolta con comprensibile sgomento dalla comunità internazionale. L'allarme di Glucksmann e Lévy, se può essere di sprone perché la comunità internazionale non venga meno alla missione di far rispettare il cessate il fuoco, consentire l'invio di improrogabili aiuti umanitari e impedire alla Russia di Putin di cancellare l'indipendenza georgiana e incorporare Tbilisi nel cuore dell'impero, deve però arrestarsi di fronte a un assolutismo etico che annulla la specificità geopolitica della crisi georgiana e alimenta uno spirito di crociata incapace di soppesare le distinte ragioni delle parti in causa. E incapace anche di rivisitare la storia di questi ultimi anni, a cominciare dalla guerra del Kosovo, tomba che ha seppellito nel suo fallimento la pretesa dell'etica di affermarsi a suon di bombe.

massimo

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15/08/08 Il fattore Saakashvili
« Risposta #9 il: 15 Ago 08, 21:39:34 pm »
15.08.08
Fonte: http://www.osservatoriocaucaso.org/
Il fattore Saakashvili
di Andrea Rossini

La crisi in Ossezia del Sud e la politica del presidente georgiano dalla Rivoluzione delle Rose ad oggi. La situazione nel Caucaso, la rinascita della Russia e il nuovo corso nelle relazioni internazionali.
Intervista a Jonathan Wheatley, politologo
*Jonathan Wheatley è consulente per il Centre for Democracy di Aarau (Svizzera). Le sue aree di ricerca comprendono il processo di state-building e trasformazione democratica nell’ex Unione Sovietica e le problematiche relative alle minoranze nel Caucaso del Sud. Recentemente ha pubblicato il libro Georgia from National Awakening to Rose Revolution: Delayed Transition in the Former Soviet Union - Ashgate Publishing Editore - un’analisi del regime politico in Georgia dal 1988 al 2004

Perché Saakashvili ha deciso di attaccare in Ossezia del Sud?

Si è trattato di un disastroso errore di valutazione. Non credo che il presidente georgiano sia stato spinto a questa mossa da problemi di politica interna. Al contrario, credo che sotto quel profilo al momento di iniziare l'attacco Saakashvili e il suo gruppo dirigente si sentissero estremamente sicuri. Avevano appena vinto le elezioni politiche di maggio, erano riusciti a neutralizzare l'opposizione, bloccata da divisioni interne con una parte che aveva deciso di restare fuori dalle istituzioni. Questa del resto sembra essere una delle caratteristiche di Saakashvili: quando si sente in una fase vincente è disposto ad assumere molti più rischi del normale. Era già successo nel 2004. A maggio il governo, con il sostegno di un gran numero di cittadini adjari [Adjaria, una delle regioni secessioniste ndr], aveva deposto il leader indipendentista della regione, Aslan Abashidze, che era al potere dal 1991...

Quello però finì per diventare un successo...

Sì, quello fu un successo. Ma solo poche settimane dopo, in giugno, Saakashvili si sentì talmente forte da tentare un piano simile in Ossezia del Sud, usando la forza militare per chiudere il grande mercato di beni di contrabbando di Ergneti, in funzione al confine tra l'Ossezia del Sud e il resto della Georgia. Fu un grossolano errore, perché gran parte degli osseti faceva affidamento su questo mercato per la propria sopravvivenza. Ne risultò un'estate di conflitto di bassa intensità che terminò solo a seguito delle (probabili) pressioni americane nell'agosto. Dopo quell'iniziativa gran parte degli osseti finì per perdere la speranza in una qualsiasi forma di riconciliazione con il governo georgiano, mentre prima la situazione era decisamente migliore almeno sotto il profilo del dialogo e della comunicazione tra le parti.

Possono esserci stati elementi di provocazione da parte russa nel determinare gli avvenimenti di questi giorni?

E' molto probabile, sembra che i russi abbiano cercato di utilizzare i separatisti osseti per scontri di bassa intensità, ad esempio con un fuoco di cecchini sulle forze georgiane.

I problemi interni georgiani, le dimostrazioni dell'opposizione dello scorso autunno e le recenti polemiche dopo le politiche di maggio possono aver giocato un ruolo?

No. La ragione dell'iniziativa del presidente non sta in quei problemi ma nel fatto che era riuscito a superarli.

Con l'aiuto internazionale?

Gli osservatori dell'Osce che ho sentito avevano mostrato informalmente forti riserve, in privato, sul livello di democraticità delle elezioni politiche di maggio. L'idea che si era fatta strada tuttavia era che fosse meglio non dare una valutazione troppo critica del processo elettorale perché questo avrebbe prodotto instabilità.

Condivide questo atteggiamento?

Francamente l'opposizione georgiana appare del tutto incapace di formare un governo.

Non ci sono alternative concrete?

No, e credo che questa sia stata anche l'analisi prevalente all'interno della missione degli osservatori dell'Osce e del Consiglio d'Europa. Alla fine credo si sia deciso di concedere a Saakashvili il beneficio del dubbio, perché il rischio di instabilità era troppo forte.

E' stata una strategia lungimirante?

Ora tendo a pensare che un po' di instabilità interna forse avrebbe potuto avere degli effetti positivi, forse avrebbe impedito gli sviluppi che abbiamo visto verificarsi in questi giorni.

Quali sono state le caratteristiche dominanti dell'azione di Saakashvili in questi anni?

Nei 4 anni da quando Saakashvili è al potere, dal 2004 - cioè dalla rivoluzione delle Rose – ad oggi, il suo obiettivo è sempre stato quello di restaurare l'integrità territoriale georgiana. Nella cerimonia di inaugurazione del mandato presidenziale, a gennaio 2004, si recò alla tomba di Davide “il Costruttore” [Devid IV Agmashenebeli, 1089-1125 ndr], il re che a cavallo tra undicesimo e dodicesimo secolo ha riunificato la Georgia. La caratteristica fondamentale della sua presidenza, quella sempre enunciata in campagna elettorale, è sempre stata questa.

Cosa è cambiato rispetto al periodo Shevardnadze?

La Georgia non è diventata una piena democrazia, anche se possiamo registrare dei progressi sostanziali rispetto all'amministrazione Shevardnadze soprattutto sotto il profilo del rafforzamento dello Stato. Prima lo Stato non esisteva, era un insieme di reti che si autosostenevano. La polizia era una specie di mafia. Le tasse rappresentavano il 15% del prodotto interno lordo, una percentuale molto bassa. Con Saakashvili le cose sono cambiate molto. La polizia è stata riformata, anche se secondo alcuni resta alquanto violenta, ma la corruzione è stata ridotta significativamente. La polizia stradale ad esempio prima aveva come funzione principale quella di estorcere denaro agli automobilisti, adesso la situazione non è più questa. La raccolta delle tasse è cresciuta fino al 30% del Prodotto Interno Lordo, il che ha portato a progressi significativi sotto il profilo infrastrutturale. L'approvvigionamento elettrico – che prima era disastroso – ora funziona 24 ore al giorno praticamente dappertutto in Georgia. Dal punto di vista della democratizzazione dello Stato, però, ci sono ancora grosse lacune.

Questa guerra potrebbe portare ad un cambiamento di regime in Georgia?

Ho creduto ad un certo punto che la Russia avrebbe continuato fino a provocare una sorta di deposizione forzata di Saakashvili, ora lo dubito. E' molto difficile fare valutazioni, ma la mia impressione è che la posizione di Saakashvili sia temporaneamente sicura, almeno nel breve periodo, anche per il sentimento di solidarietà nazionale che si sta creando intorno al presidente in funzione anti russa.

Cosa potrebbe cambiare con il passare del tempo?

La gente comincerà a farsi delle domande. Quali sono i risultati dell'aver dedicato il mandato presidenziale alla restaurazione dell'integrità territoriale e una parte significativa del budget statale alla difesa? Potrebbero però manifestarsi anche posizioni politiche più radicali, con persone che chiedono perchè non si sia continuato con la guerra, per quanto assurdo. Personalmente credo che Saakashvili potrebbe dover affrontare grossi problemi interni il prossimo autunno.

La Georgia è un forte alleato degli Stati Uniti. Washington però è sembrata piuttosto distante, perlomeno nella prima fase della crisi...

Non credo che gli USA si lascerebbero coinvolgere in Georgia. Il problema è che il sostegno apparente degli americani deve aver fatto trarre delle conseguenze sbagliate all'amministrazione georgiana. I leader georgiani hanno sempre ritenuto in forma abbastanza ingenua che l'Occidente sarebbe venuto in loro soccorso, ma è chiaro che questo non poteva accadere. Ci sono stati equivoci alimentati dai cosiddetti “neocons” vicini al Pentagono. Dopo la fine dell'era Rumsfeld tuttavia mi sembra che la politica estera americana sia molto più improntata alla realpolitik.

La Georgia non è importante strategicamente?

Sì, ma non abbastanza. D'accordo, c'è l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, ma in realtà la percentuale delle esportazioni petrolifere che passa da quella linea è abbastanza limitata. Alla lunga bisognerà però interrogarsi sulla politica estera sia degli americani che degli europei, perché assistiamo alla crescita di una Russia sempre più incline ad ignorare l'opinione del resto della comunità internazionale. Potremmo assistere a scenari simili a quello attuale in Ucraina, ad esempio. Non credo che al momento ci sia alcun motivo di preoccupazione, ma sicuramente le repubbliche baltiche sono piuttosto in tensione vedendo quello che accade. Credo ci sia una sfida che in particolare gli europei devono raccogliere, cosa fare con una Russia che risorge e che non è disposta a giocare secondo le regole stabilite.

Il presidente Medvedev ha dichiarato martedì che la Russia aveva conseguito i propri obiettivi, cioè la difesa dei peacekeepers e dei cittadini russi. Erano questi gli obiettivi di Mosca?

La Russia vuole mostrare al mondo che questa è la propria sfera di influenza e che non accetterà azioni [come quella intrapresa dalle forze georgiane] nel proprio cortile di casa.

Questa guerra segna una nuova fase nelle relazioni internazionali?

La Russia sta cercando di riconquistare il proprio status di superpotenza dopo le umiliazioni degli anni '90. Non vorrei esagerare questo punto, ma ci sono alcune somiglianze tra la situazione della Russia oggi e la Germania degli anni '30. L'elemento dell'orgoglio ferito, ad esempio. La Russia è stata fortemente umiliata alla fine della guerra fredda, sembrava dover seguire un'agenda imposta dagli Stati Uniti. Ora assistiamo alla rinascita di pulsioni militariste, di destra, che parlano della riconquista dell'orgoglio nazionale e della sovranità sulle aree considerate parte della propria sfera di influenza.

Quanto importante è stata la questione del Kosovo nella crisi in Ossezia?

Credo che abbia avuto una sua importanza. Io ero tra quelli particolarmente preoccupati dalla dichiarazione di indipendenza di Pristina. Potrebbe non essere per forza una cosa negativa per il Kosovo, ma sicuramente lo è per il precedente che introduce nel diritto internazionale.

In questa crisi da diverse parti si è parlato della necessità di tutelare i diritti delle minoranze. Qual è la situazione delle minoranze che vivono all'interno dei confini della Georgia?

Le minoranze, in quanto tali, non hanno nessun reale diritto. La Georgia è uno stato centralista. La retorica ufficiale dichiara che è un paese estremamente tollerante e multiculturale, che a Tbilisi ci sono la moschea, la sinagoga e la chiesa ortodossa una vicino all'altra, ma in realtà c'è un certo grado di sciovinismo etnico anche all'interno della società.

Quali sono le minoranze maggiormente presenti?

Quella armena, che arriva al 90% della popolazione nelle due regioni di Samtskhe Javakheti, Akhalkalaki e Ninotsminda, nel sud del Paese, e quella azera. Gli azeri sono la maggioranza a Marneuli, Bolnisi e Dmanisi, nel Kvemo Kartli. Nessuno di questi distretti tuttavia gode di uno status particolare per il fatto che la popolazione è per lo più costituita da minoranze.

Ci sono state differenze in questo settore tra il periodo Shevardnadze e quello Saakashvili?

Durante il periodo Shevardnadze le minoranze erano praticamente lasciate a se stesse, il che significava che ad esempio nel settore dell'istruzione potevano utilizzare i propri testi scolastici e gli armeni completavano gli studi a Erevan, mentre gli azeri a Baku o Mosca. Con Saakashvili il governo ha proposto l'introduzione dell'istruzione obbligatoria in georgiano in alcune materie particolarmente sensibili come la storia e la geografia, una misura che dovrebbe entrare in funzione a partire dal 2010 e che ha causato molte critiche. Questo fa parte del progetto di costruzione dello Stato portato avanti da Saakashvili, e del tentativo di eliminare situazioni di enclave fuori dal controllo centrale. Il progetto di Saakashvili infatti è un progetto di costruzione dello Stato non solo rispetto alle amministrazioni secessioniste ma anche all'interno, nei confronti delle minoranze o anche dei gruppi e delle associazioni criminali che cercano di sottrarsi al controllo dello Stato.

« Ultima modifica: 11 Ott 10, 16:40:20 pm da Administrator »

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15/08/08 Una catastrofe evitabile
« Risposta #10 il: 15 Ago 08, 22:01:03 pm »
15.08.08 Fonte: http://www.osservatoriocaucaso.org/
Una catastrofe evitabile

Georgia e Russia sono caduti in una guerra che non avrebbe mai dovuto avere inizio, e i civili ne pagano il prezzo. Un'analisi di IWPR dedicata alle popolazioni vittime del conflitto e spesso dimenticate dalle diplomazie, pubblicata subito dopo lo scoppio delle ostilità. Nostra traduzione

Di Thomas de Waal*, Londra, per IWPR, 11 agosto 2008 (titolo originale: “South Ossetia: An Avoidable Catastrophe ”).

Traduzione per Osservatorio Caucaso: Carlo Dall'Asta

Nell'arco di pochi giorni, nel Caucaso si è svolta una vera e propria catastrofe, innescata da un conflitto riguardante un fazzoletto di terra. Una catastrofe che avrebbe potuto essere evitata.

Al cuore di tutto ciò sta una immane tragedia umana, a cui non si sta dando il giusto peso perché troppi commentatori si soffermano sul significato geopolitico del conflitto.

Il territorio che ha sofferto più di ogni altro è l'Ossezia del Sud, che dal punto di vista etnico è patria sia di osseti che di georgiani, con questi ultimi che costituiscono circa un terzo della popolazione.

Qui le distruzioni sono state terribili, e pare che diverse centinaia di civili siano morti, soprattutto in conseguenza dell'iniziale attacco georgiano del 7 e 8 agosto. Gosha Kelekhsayev, un interprete osseto di Tskhinvali, con cui ho parlato telefonicamente il 10 agosto, ha detto: “In questo momento mi trovo nel centro della città, ma non esiste più una città”.

Gli osseti che fuggono dalla zona dei combattimenti parlano di atrocità georgiane e di uccisioni indiscriminate di civili.

Anche i villaggi a maggioranza etnica georgiana che si trovano all'interno dell'Ossezia del Sud sono stati attaccati, e potrebbero ora trovarsi ad essere evacuati coll'avanzare delle forze russe verso Sud. Il loro futuro potrebbe essere gravemente a rischio.

Ora, in una seconda ondata di violenze, a fuggire e morire sono i georgiani, da Gali in Abkhazia a Gori nel Nord del Paese.

L'Ossezia del Sud è un territorio piccolo e vulnerabile, che una settimana fa aveva non più 75mila abitanti, in un patchwork di villaggi ed in una tranquilla cittadina di provincia situati sulle colline ai piedi del Caucaso.

La cinica indifferenza, da parte sia di Mosca che di Tbilisi, per l'incolumità di queste persone, ha permesso l'avvio del conflitto.

Il 7 agosto, dopo giorni di incidenti e scontri a fuoco nella zona di conflitto dell'Ossezia del Sud, il Presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha tenuto un discorso in cui ha dichiarato di aver dato agli abitanti georgiani dei villaggi l'ordine di non sparare, e di voler offrire all'Ossezia del Sud una “illimitata autonomia” all'interno dello Stato georgiano, con la Russia a fare da garante dell'accordo.

Entrambe le fazioni hanno ribadito che il giorno successivo si sarebbe discusso in un incontro, per trovare una via per porre un argine agli scontri.

Quella stessa sera però, Saakashvili ha deciso per la soluzione militare. Le forze armate georgiane hanno lanciato un massiccio attacco di artiglieria su Tskhinvali, seguito il giorno successivo da un attacco di terra che includeva i carri armati.

Si trattava di una città priva di obiettivi puramente militari, piena di civili a cui non erano stati dati avvertimenti e che si aspettavano da un momento all'altro dei colloqui di pace.

L'attacco sembrava progettato per prendere tutti di sorpresa – forse perché gran parte dalla leadership russa era a Pechino per l'apertura dei Giochi olimpici. Questo attacco ha distrutto anche, unilateralmente, gli accordi per i negoziati e quelli di peacekeeping che per 16 anni erano stati portati avanti sotto l'egida dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

Le truppe russe di peacekeeping stanziate in Ossezia del Sud figurano tra le vittime dell'attacco georgiano.

Poi è arrivata l'inevitabile risposta. A Mosca importa altrettanto poco degli osseti del Sud, quanto dei georgiani che sta bombardando, e vede il territorio solo come una pedina nel suo tentativo di riportare indietro nella sua sfera di influenza la Georgia e gli altri suoi confinanti.

Non più tardi del 4 agosto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, un esponente relativamente moderato della leadership di Mosca, ha detto: "Noi faremo tutto il possibile per impedire l'ingresso dell'Ucraina e della Georgia nella NATO."

Né potrebbero i comuni cittadini dell'Ossezia del Sud avere fiducia nel governo di Eduard Kokoity, che ha la reputazione di essere permissivo verso la criminalità e si è prodotto in dichiarazioni ed azioni provocatorie nei confronti di Tbilisi nel corso di gran parte di quest'estate. È probabile che le autorità “de facto” di Tskhinvali avrebbero già da tempo perso il potere se esse non fossero state il “fattore di coagulazione” anti-georgiano.

Se i politici avessero mostrato maggiore moderazione e maggior saggezza, questo conflitto avrebbe potuto essere evitato.

Le sue origini si situano in una delle molte dispute tra maggioranze e minoranze che hanno accompagnato la disgregazione dell'Unione Sovietica. Gli osseti, un popolo che vive in parte in Russia, a nord dei monti del Caucaso, e in parte in Georgia, in generale si trovava molto più a suo agio sotto il dominio russo, piuttosto che come parte del nuovo stato georgiano post-sovietico. Una piccola e sporca guerra con Tbilisi nel 1990-92 portò ad una dichiarazione d'indipendenza, ma costò mille vite e lasciò una immensa eredità di rancori.

Ma, al di fuori dell'alta politica, le relazioni etniche non sono mai state cattive. Per un decennio dopo la secessione “de facto” dalla Georgia nel 1991, l'Ossezia del Sud era una zona franca e un rifugio per i contrabbandieri. La regione era al di fuori del controllo di Tbilisi, ma osseti e georgiani andavano avanti e indietro e commerciavano ampiamente gli uni con gli altri nel mercato del villaggio di Ergneti, non soggetto a tassazione .

Poi, nel 2004, giunse al potere Saakashvili, con grandi promesse di restituire al paese i territori perduti. Egli chiuse il mercato di Ergneti e cercò di isolare l'Ossezia del Sud, dando il via ad una estate di violenze. Ispirandosi al re georgiano del medioevo Davide il Costruttore, egli s'impegnò a restaurare l'integrità territoriale del Paese entro il termine della sua presidenza.

Cercò di scardinare la cornice, tutt'altro che perfetta, dei negoziati avviati dalla Russia per risolvere la situazione in Ossezia del Sud, ma non riuscì a proporre una valida alternativa.

Da parte loro, i russi alzarono la posta e tesero un'esca alla loro “bestia nera” Saakashvili, avviando un'”annessione morbida” dell'Ossezia del Sud. Mosca concesse passaporti sovietici agli osseti del sud e collocò suoi funzionari nei posti del governo “de facto”. I soldati russi, ancorché teoricamente dei peacekeepers, fungevano informalmente da esercito di occupazione.

Saakashvili è noto per essere volubile e portato a rischiare, trasformandosi da guerrafondaio in pacifista, da democratico in autoritario. In diverse occasioni le autorità internazionali lo hanno fermato sull'orlo del baratro.

In una visita a Washington nel 2004, egli ricevette un aspro rimprovero dall'allora Segretario di Stato Colin Powell, che gli intimò di agire con cautela. Due mesi fa, egli avrebbe potuto innescare una guerra con l'altra provincia separatista dell'Abkhazia, reclamando l'espulsione dei peacekeepers russi dalla regione, ma la diplomazia europea lo persuase a fare un passo indietro.

Questa volta, Saakashvili ha superato l'orlo del precipizio.

La provocazione è reale, ma il presidente georgiano è tanto avventato da credere che questa sia una guerra che egli può vincere, o che l'Occidente è contento di vederla scoppiare.

Sia il Presidente George Bush che il senatore John McCain – che sperano ora in una vittoria dei repubblicani alle presidenziali – hanno visitato la Georgia e hanno tenuto accesi discorsi lodando Saakashvili. Ma Washington è ora in un grave impaccio: sostenendo Tbilisi, cerca un modo per fermare la guerra, ma sta anche ben attenta a non farsi coinvolgere in un conflitto con Mosca.

Le reazioni nella maggior parte d'Europa saranno sempre più improntate all'esasperazione. Anche prima della crisi un certo numero di governi, e particolarmente quello francese e tedesco, parlavano di un “affaticamento” riguardo alla Georgia. Benché essi abbiano ampiamente appoggiato il governo di Saakashvili, non si sono mai convinti che egli fosse un campione di democrazia. La vista dei suoi reparti antisommossa che sparavano lacrimogeni sui manifestanti a Tbilisi e che distruggevano una emittente televisiva di opposizione lo scorso novembre ha rotto definitivamente questa illusione.

E l'Europa ha una lunga agenda di temi da discutere con la Russia, che ritiene più importanti della rissa post-sovietica con Tbilisi. Parigi e Berlino ora diranno di essere stati nel giusto quando, al recente summit di Bucarest, esortavano alla cautela sulle ambizioni Nato della Georgia. Quando il polverone si sarà posato, ci saranno parole dure sia verso Tbilisi che verso Mosca.

Entrambe le parti meritano una esplicita condanna. Le preoccupazioni umanitaria si è ora focalizzata sul territorio della Georgia vera e propria, con le notizie di dozzine di vittime civili dei raid aerei russi e di un esodo di massa dalla città di Gori, a Sud dell'Ossezia del Sud.

Ora si teme che Mosca stia usando la situazione degli osseti come scusa per le sue ambizioni di rovesciare il governo Saakashvili. Quasi certamente nella leadership russa è in corso un dibattito, su quanto in là spingersi in Georgia: se fermarsi ora e rivendicare gli alti motivi morali [dell'intervento in] Ossezia del Sud, o andare avanti e provocare un “cambio di regime” a Tbilisi, ignorando l'indignazione dell'Occidente.

Stando ad alcuni indizi, ad avere la meglio sono per ora i “falchi”, nella persona dell'ex presidente ed attuale primo ministro Vladimir Putin, che ha virtualmente una faida personale con Saakashvili. Putin da Pechino ha reagito con rabbia agli eventi, molte ore prima che il Presidente, Dmitry Medvedev, rendesse una dichiarazione pubblica. Ed è stato Putin che è volato nella capitale del Nord Ossezia, Vladikavkaz, per coordinare la gestione russa della crisi e ha fatto il minaccioso commento che il popolo georgiano avrebbe “giudicato obiettivamente la propria leadership”.

Un'altra area che desta grandi preoccupazioni è l'Abkhazia, dove sembra che la Russia abbia inviato migliaia di altri soldati, molti di più dei 3.000 peacekeeper che le è permesso mantenere laggiù secondo i termini dell'accordo per il cessate il fuoco del 1993.

Secondo alcune notizie, le truppe abkhaze e russe si stanno spingendo nella gola del Kodori, la sola area dell'Abkhazia sotto controllo georgiano. E si teme per le più di 20 mila persone di etnia georgiana che vivono nella regione di Gali, nell'Abkhazia meridionale. La loro posizione è precaria, stretti come sono tra Tbilisi e le autorità “de facto” di Sukhumi.

Diplomaticamente, il vero problema in questa crisi è che non c'è nessun mediatore “naturale”, che potrebbe essere percepito come imparziale.

I russi, che formalmente avevano un ruolo di mediatori in Ossezia del Sud, ora sono una delle fazioni nel conflitto. I Paesi occidentali della NATO, e in particolare gli Stati Uniti, sono visti come amici della Georgia.

Perché il conflitto si avvii alla conclusione, tutte le fazioni devono chiaramente ammettere che questa è in primo luogo una tragedia umanitaria per i civili – sia georgiani che osseti – e promettere un imparziale aiuto e supporto per tutti quelli che stanno soffrendo.

*Thomas de Waal è un redattore di IWPR Caucaso. Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sull'Observer del 10 agosto.

massimo

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15/08/08 La Russia, l’Ossezia e il modello Honduras
« Risposta #11 il: 15 Ago 08, 22:11:17 pm »
15.08.08
Fonte: http://www.pane-rose.it/
La Russia, l’Ossezia e il modello Honduras

La vicenda della guerra tra Russia e Georgia, viene presentata dai media “occidentali” secondo questa versione: la provincia georgiana dell’Ossezia, a maggioranza russa, a imitazione di quanto avvenuto nel Kosovo, proclama la sua indipendenza, cosa che provoca l’intervento militare del governo georgiano e una conseguente risposta russa a sostegno dei separatisti.

Lo scenario proposto potrebbe apparire plausibile e, per certi aspetti, persino “comprensivo” verso la Russia, ma se andiamo a valutare le notizie, ci si accorge immediatamente che appaiono monche di particolari essenziali; ad esempio: non ci viene chiarito come, quando e in che termini sarebbe avvenuta questa dichiarazione d’indipendenza dell’Ossezia - a cui ora si è aggiunta anche la provincia dell’Abkhazia-, e soprattutto che ruolo ha avuto nella vicenda l’esercitazione militare congiunta compiuta da truppe georgiane e statunitensi alla fine di luglio ai confini della Russia.

L’aspetto più improbabile della rappresentazione mediatica appare il ruolo del presidente Bush, “preoccupato per la destabilizzazione dell’area del Caucaso”, e che ha invitato i contendenti a cessare il fuoco, cosa che non gli sarebbe dovuta risultare difficile da ottenere, dato che il presidente georgiano è notoriamente un dipendente di Washington, che smania di entrare nella NATO e che, per acquisire meriti a riguardo, ha inviato truppe per partecipare all’occupazione dell’Iraq; truppe che ora gli sono state gentilmente rispedite indietro da Bush con un’operazione-lampo, a dimostrazione di quanto sia effettiva la volontà statunitense di far cessare i combattimenti.

Insomma, ci sono vari indizi per ritenere che il tutto costituisca l’ennesima provocazione di Bush contro Putin, che, sebbene non più presidente, è ancora il vero padrone della Russia, o, per meglio dire, il capo della casta affaristica che discende dalla ex-nomenklatura sovietica. Se Putin sia caduto nella provocazione, o se abbia lui stesso deciso di anticipare i tempi del confronto, è ancora presto per dirlo.

Certo che l’ostilità aperta con cui Putin è stato trattato dal sedicente “Occidente” negli ultimi anni, rende piuttosto irrealistico un ruolo di mediazione degli USA e poco probabile uno della UE, quindi bisognerà verificare l’effettiva tenuta del piano di pace proposto da Sarkozy e accettato dal presidente russo Medvedev; né la NATO ha molte carte da giocare nella partita, visto che la Russia non è l’inerme Serbia, ma la prima potenza missilistica del pianeta, dato che da tempo ha scavalcato gli Stati Uniti, impegnati a versare miliardi al loro complesso militare-affaristico per arrivare ad uno “scudo spaziale” che, a detta di tutti i fisici, è una pura bufala.

Quando Bush dichiara che la vicenda dell’Ossezia rischia di compromettere i suoi rapporti con la Russia, fa una minaccia priva di senso, data la campagna di accerchiamento e di ostilità crescente e generalizzata di cui è stato fatto oggetto Putin in “Occidente” (con la sola eccezione di Berlusconi, grato allo stesso Putin del fatto che sia l’unico leader mondiale che non lo tratta come un deficiente, ma anzi con un particolare riguardo).

Le provocazioni statunitensi contro Putin erano del resto già cominciate all’epoca di Clinton, con l’affondamento di un sommergibile atomico russo in esercitazione. In quella occasione Putin mantenne la calma e mise tutto a tacere, evitando accuratamente di rispondere alle domande dei familiari dei membri dell’equipaggio scomparso.

I motivi di questa ostilità statunitense potrebbero esser individuati nel fatto che Putin ha gradualmente estromesso dall’affare del gas e del petrolio russi la multinazionale anglo-americana BP (Beyond Petroleum, già British Petroleum). La definitiva estromissione della BP è avvenuta, guarda caso, poche settimane fa, dopo di che sono sopravvenute l’esercitazione militare congiunta USA-Georgia e l’attacco georgiano all’Ossezia.

Putin non è più comunista - ammesso che lo sia mai stato -, ma per il governo USA è da considerarsi comunista chiunque non favorisca gli interessi affaristici delle multinazionali anglo-americane. Del resto il concetto di comunismo è sempre risultato estremamente dilatabile, sino a comprendervi qualsiasi provvedimento a favore del lavoro; in questo senso tutta la diatriba ideologica dei riformisti contro i rivoluzionari, non tiene conto del fatto che per il padronato anche la più timida garanzia per i lavoratori viene considerata una minaccia rivoluzionaria, e trattata come tale.

A differenza di altri bersagli dell’odio statunitense - come Chavez -, Putin si è guardato bene dal fare una politica a favore del lavoro, ma comunque le sue azioni possono essere fatte rientrare nella categoria del nazionalismo economico, che per le multinazionali rappresenta una minaccia affine al comunismo.

Proprio perché temeva le reazioni statunitensi, Putin, prima di liberarsi della BP, aveva anche cercato inutilmente un compromesso, chiedendo di rinegoziare i contratti con questa multinazionale. I contratti in questione prevedevano l’introito del novanta per cento degli utili alla BP, ed il rimanente dieci per cento alla Russia, previo però il rientro delle spese da parte della stessa BP; spese che però, misteriosamente, non rientravano mai.

Come al solito gli USA hanno rigettato ogni ipotesi di compromesso, perché vedono in ogni accordo una minaccia. È uno stile che fa parte della storia statunitense: dopo la seconda guerra mondiale, il presidente Truman rigettò sistematicamente ogni ipotesi di accordo avanzata da Stalin, il quale, con il suo solito opportunismo, arrivò persino a chiedere, inutilmente, di partecipare al Piano Marshall. Truman lanciò nel contempo una campagna di guerra psicologica che fece passare l’atteggiamento sovietico come politica del “niet”, riuscendo così a scaricare per intero la responsabilità della guerra fredda sull’Unione Sovietica.

Qualche commentatore americano ha osservato che la pretesa, di Clinton prima e di Bush poi, di trattare la Russia da colonia, come se fosse l’Honduras, è stata forse un po’ eccessiva; un’osservazione che, a quanto pare, non ha suscitato riflessione nel governo USA, ma solo in Honduras.

D’altra parte, anche se la provocazione di Bush dovesse rivelarsi un fiasco, i rischi di perdita d’immagine per gli USA appaiono abbastanza contenuti, poiché risulta già in atto una campagna propagandistica che scarichi la colpa di tutto sui “pavidi Europei”, che avrebbero consentito l’intervento russo frenando l’adesione alla NATO della Georgia. Pare che i governi europei siano disposti ad accollarsi questa colpa, il che indica che almeno con loro il modello Honduras risulta applicabile.

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15/08/08 Saakashvili ha commesso un grave errore politico
« Risposta #12 il: 15 Ago 08, 23:10:14 pm »
15.08.08 Fonte: http://www.megachip.info/
Saakashvili ha commesso un grave errore politico
Intervista di Antonella Marrone con Giulietto Chiesa - da Liberazione

La Russia ha aggredito la Georgia. Così dice il presidente Mikhail Saakashvili, così le notizie che arrivano. Ma Giulietto Chiesa, che conosce benissimo la Russia, la sua storia, la storia di un impero che si chiamava Urss, nega decisamente. È stato in Ossenzia, quest'anno, ha tanti amici da quelle parti, ascolta quotidianamente i tg russi.

 
Siamo di fronte all'ennesima bufala mediatica? Qualcosa che ricorda le tristi armi di distruzione di massa “scoperte” in Iraq?

Questa è una notizia falsa a cui non bisogna credere. I Russi non hanno occupato un bel niente, si sono sono attestati sulla linea del accordo del 1992 di Dagomys e non hanno nessuna intenzione di uscire da quei contorni

Che cosa sta succedendo allora?

Siccome i georgiani continuano a bombardare con l’artiglieria i centri dell’Ossezia del Sud, evidentemente i Russi devono impedire questi bombardamenti e andranno con l’aviazione sui punti di concentramento delle truppe georgiane al di fuori della frontiera dell’Ossezia del Sud. Non possiamo nasconderci dietro un dito. Qui c’è una guerra dichiarata contro una popolazione di meno di 100 mila abitanti colpita a freddo. Fatto assolutamente inspiegabile se non con un’operazione politica provocatoria.

Provocatoria con quale obiettivo? E perché proprio adesso?

Il presidente Saakashvili ha dichiarato:«Noi interveniamo per ristabilire l’ordine costituzionale». Questa frase è una confessione, perché l’ordine costituzionale che il presidente georgiano vorrebbe ristabilire in Georgia non esiste dal 1991 quando l’Ossezia del sud si è dichiarata indipendente contemporaneamte alla dichiarazione di indipendenza della Georgia dall’Unione Sovietica. Quale ordine costituzionale vuole ricostruire? Chiunque capisce che questa cosa non sta in piedi. Sono stati massacrati migliaia di civili, ci sono 70 mila profughi su una popolazione di 100 mila. Che cosa doveva fare la Russia, ritirare le sue truppe? La Russia sta lì sulla base di un accordo politico firmato anche dalla Georgia, tanto è vero che c’erano le forze di interposizione. Ritirarsi quando gran parte di questi 100 mila individui, tutti cittadini russi (perché in questi anni hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza russa) non vogliono rimanere sotto la giurisdizione georgiana ... Ma lasciamo stare. Questa è un’operazione politica interamente costruita dagli Stati Uniti


Perché proprio adesso?

Per creare uno stato di guerra in Europa. Questa è l’unica risposta politica a questa situazione. Il contesto è semplicissimo: la Georgia vuole entrare nella Nato domani e nell’Unione Europea dopodomani. Siccome ritiene di avere questa chance a portata di mano, sta forzando gli eventi. Io ritengo che il calcolo sia stato sbagliato, forse potrà entrare nella Nato, ma certo in Europa... tirarsi dentro un paese che è in con la Russia....

La Russia non ha accettato la proposta di tregua europea

La Russia si fermerà quando i georgiani se ne andranno dal territorio che hanno occupato. Lo ha ripetuto oggi (ieri ndr) Medvedev: porteremo l’operazione alle sue logiche conclusioni. La tesi secondo cui la Georgia è occupata dalla Russia è una menzogna clamorosa. Non c’è stato un solo attacco, una sola bomba su città georgiane.

Però arrivano immagini di guerra...

Le immagini che arrivano si riferiscono a Tskhinvali e alla zona dell’Ossezia. Guarate la cartina, anche se è complicata...

Resta il fatto che questa guerra ci ha colto alla sprovvista, a parte gli osservatori attenti alla geopolitica dell’ex impero...

Beh, insomma... diciamo che siamo tutti un po’ distratti. Io sapevo che la guerra stava per cominciare, ho scritto anche un lungo articolo per La Stampa. Non c’è la minima ombra di dubbio: c’è stata una valutazione sbagliata da parte della Georgia e degli Stati Uniti. Hanno fatto l’attacco pensando che Putin e Mendevev avrebbero abbozzato come hanno fatto tante volte nel decennio scorso. Ma la Russia non è più quella di 10 anni fa, né quella del 1999. La Russia è un grande, potente paese che ha in mano tutte le risorse cruciali del futuro. Che non ha più debito con l’estero, un paese che ha riconquistato il senso della sua dignità nazionale. Poi si può discutere che non c’è democrazia... ma questo non c’entra. Secondo me Saakavili ha commesso un errore politico tremendo. Ora la Russia non si muoverà più di lì, restaranno sulla frontiera stabilita dagli accordi di Dagomys, proteggeranno l’Ossezia del Sud, Putin ha già dichiarato che spenderà 10 miliardi di euro per ricostruire Tshinvali e questo farà.

Torniamo all’Europa. Che cosa fare, come trovare una via d’uscita?

L’Europa deve decidere semplicemente se sta dalla parte degli americani o se vuole evitare una nuova guerra fredda con la Russia. Mi spiego: avere dentro paesi come l’Ucraina e la Georgia, ostanzialmente moltiplicatori con cui gli Usa introducono in Europa i loro vassalli, come con Polonia, Bulgaria Romania, Slovenia... tutti paesi che lavorano in Europa contro l’Europa a favore degli americani, vuol dire creare una situazione di guerra con la Russia. L’ Europa deve decidere se vuole cambiare politica. Da questo momento la Russia non si ritirerà più da nessuno dei fronti di tensione che gli sono creati intorno: non dall’Ucraina - e se cercheranno di portare l’Ucraina nella Nato spaccherà l’Ucraina - non dall’Ossezia e se cercheranno di portare via l’Ossezia con la forza la Russia interverrà per difenderla. La diplomazia può fare solo una cosa realistica: dire ai georgiani di tornare sulle linee precedenti.

Non ci sono anche questioni economiche importati. Per esempio il petrolio?

No. Ho letto delle sciocchezze clamorose tipo che i russi non hanno bombardato l’oleodotto. Certo, l’oleodottoè assolutamente fuori dall’area di interesse ed è la prova provata che si stanno mantenendo nei limiti del ritorno alla linea precedente. Se avessero voluto bombardare avrebbero bombardato Tiblisi. Non c’è una sola prova di un intervento militare russo al di fuori dei confini dell’Ossezia del Sud.

I media sembrano decisamente schierati per la Georgia. O no?

Io considero il comportamento dei media internazionali una vergogna mondiale. Anzi dovrebbe essere questo il segnale di guardia che dimostra come tutti possiamo essere trascinati nella guerra con una falsificazione generalizzata delle cose.
 
« Ultima modifica: 11 Ott 10, 16:40:52 pm da Administrator »

massimo

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16/08/08 La crisi nel Caucaso
« Risposta #13 il: 16 Ago 08, 23:35:51 pm »
16.08.08 Fonte: http://www.agenziaradicale.com/
La crisi nel Caucaso         
di SILVIO PERGAMENO   

La crisi nel  Caucaso naturalmente è stata letta secondo gli usuali schemi di parte, anche se con argomenti smussati e talvolta arzigogolati al fine di dimostrare le immancabili colpe dell'uomo più potente del mondo; ma questa volta non sono mancate in genere le considerazioni sulle debolezze dell'Europa. Toccata in casa propria la Russia non ha perso tempo ad approfittare dell'occasione per dare una lezione al provocatore e fare subito ricorso a una risposta armata, la cui necessità resta tutta da dimostrare.

Repubbliche Baltiche, Polonia e Ucraina si sono subito, e non a torto, allarmate e sono corse a Tbilisi, gli americani sono apparsi cauti, Sarkozy è corso a mettere pace, speriamo con successo. Ma con un'Europa inesistente era evidente la difficoltà di fare di più.


La Georgia ha messo in atto un comportamento che potrebbe essere giudicato avventato e non c'è notizia che il locale governo si fosse consultato con i paesi amici prima di muoversi. Sicuramente la sfida sul piano della prova di forza era destinata all'insuccesso e proprio gli avvenimenti di questi giorni ripropongono il tema degli strumenti delle lotte per la libertà (o se si vuole per l'indipendenza, che può anche essere cosa diversa) nei confronti di regimi autocratici dotati di mastodontici apparati repressivi: sono le situazioni nelle quali solo i metodi nonviolenti riescono a mettere in crisi avversari che hanno il problema di dover salvare la faccia.


I russi approfittano dell'occasione per rispolverare la vecchia storia dell'accerchiamento (capitalistico o meno poco importa), tanto poco credibile sol che si pensi che i principali accerchiatori dovremmo essere noi europei.... Però è proprio l'inconsistenza della lamentela quella che desta preoccupazione: torna in mente la storia del lupo di Esopo che accusava l'agnello, che si trovava a valle, di intorbidare l'acqua del ruscello....

 

massimo

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17/08/08 Saakashvili, dalla rivoluzione delle rose ai carri armati
« Risposta #14 il: 17 Ago 08, 08:42:42 am »
17.08.08
Fonte: http://www.ilmessaggero.it/
Saakashvili, dalla rivoluzione delle rose ai carri armati
di Pier Paolo Pittau

Un certo avvocato Mikhail Saakashvili, che lavorava presso lo studio legale Patterson Belknap Webb & Tyler di New York, all’inizio del 1995 fu avvicinato da un vecchio amico georgiano, Zurab Zhvania. Il presidente della Georgia Eduard Shevardnadze aveva dato a Zhvania un incarico: trovare giovani georgiani di valore da avviare alla politica. E secondo Zhvania l’amico Mikhail, detto Misha, aveva tutti i numeri per poter servire il suo Paese d’origine. Nato nel 1967 a Tbilisi, la capitale della Georgia allora parte dell’URSS, figlio di un medico e di una storica, dopo la laurea in legge a Kiev, in Ucraina, Misha si era trasferito negli Stati Uniti per un master alla Columbia e un dottorato alla George Washington Law School, a cui aveva aggiunto, nel ’95, un diploma dell’Istituto internazionale dei Diritti Umani di Strasburgo. Forse, non fosse stato raggiunto da Zhvania, sarebbe diventato un brillante avvocato a New York, con una moglie attraente conosciuta a Parigi, l’olandese Sandra che gli ha dato due figli, Eduard e Kikoloz.

Ma Zhvania riportò a Tbilisi Misha insieme con Sandra (che per seguire il marito imparò il georgiano). Fatale il ’95 per Saakashvili: all’inizio il richiamo della patria; alla fine, in dicembre, le elezioni. Che mandano in parlamento i due amici Misha e Zhvania, entrambi candidati nel partito del presidente Shevardnadze. Comincia l’ascesa. Come presidente di una commissione parlamentare che deve dar vita a un nuovo sistema elettorale, a un sistema giudiziario e a una polizia indipendenti, Saakashvili si fa conoscere, diventa l’uomo più popolare in Georgia dopo Shevardnadze, “uomo dell’anno” nel 1997, ministro della Giustizia nel 2000. Ma nel settembre del 2001 si dimette: la corruzione, dice, è estesa ed è penetrata anche nel governo. Sostiene: «Sarebbe immorale per me rimanere nel governo di Shevardnadze». E prevede che «in uno o due anni» la Georgia si sarebbe trasformata in un regno della criminalità.

Voltate le spalle all’ex mentore Shevardnadze e al suo partito, Saakashvili fonda in ottobre il suo Movimento per l’Unità Nazionale (Unm), misto di socialdemocrazia all’europea e nazionalismo; e quando, il 2 novembre 2003, la Georgia vota per rinnovare il parlamento, Misha non riconosce la sconfitta, sostiene (come gli osservatori internazionali) che sono stati commessi brogli per rubargli la vittoria, e incita i georgiani a manifestare in piazza, senza violenza, contro Shevardnadze. E’ la cosiddetta “Rivoluzione delle rose”. Imponenti manifestazioni spingono Shevardnadze a dimettersi a fine novembre. Saakashvili racconterà dopo: «Gli ho detto, con grande dolore: guarda, presidente, hai avuto la grande occasione di diventare il padre fondatore della nuova nazione georgiana, ma hai fallito». E pubblicamente, per accattivarsi i sostenitori di Shevardnadze, sostiene, applaudito, che la storia non darà un giudizio negativo dell’ex presidente.

Nel gennaio del 2004 Saakashvili è eletto presidente dal 96 per cento dei votanti. E’ un presidente che parla, oltre al georgiano, inglese, francese, ucraino e russo; che guarda a Ovest, aperto al mercato, filoamericano e filo Nato (organizzazione in cui vuol fare entrare la Georgia), deciso a riprendere il controllo di Abkhazia e Ossezia del Sud: tutti ingredienti che lo mettono in rotta di collisione con Mosca. Nel gennaio di quest’anno, nonostante una crisi precipitata da accuse di corruzione, che nell’ottobre del 2007 sfocia in una serie di manifestazioni contro il governo e nello stato d’emergenza, Saakashvili è rieletto presidente dal 52,5 dei votanti. Misha si sente forte in casa e fuori, interpretando il fatto che alla Nato si parli di un possibile ingresso della Georgia come una garanzia di sostegno e una licenza a piegare con i carri armati i separatisti. E’ sicuro che, con la Nato alle spalle, Mosca non interverrà mai. Si sbaglia.