Autore Topic: ROVELLO PORRO: UNA CHERNOBYL ITALIANA DIMENTICATA ALLE PORTE DI MILANO?  (Letto 15910 volte)

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[SCARICA QUI IL DOSSIER DI ROVELLO PORRO IN UN UNICO DOCUMENTO PDF]

1) "I VISIONARI" DI M. BONFATTI - 18/05/13
2) LE PRECISAZIONI DI M. BONFATTI E P. SCAMPA AL COMUNICATO INIZIALE
3) IL COMUNICATO: "ROVELLO PORRO, UNA CHERNOBYL DIMENTICATA ALLE PORTE DI MILANO?"
4) ALCUNI COMMENTI




1. "I VISIONARI"
Il prof. Paolo Scampa ed io, che abbiamo risollevato – il primo aprile scorso - il problema dell’ “incidente nucleare” dimenticato di Rovello Porro (vedi http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=2101), probabilmente siamo stati bollati, nella migliore delle ipotesi, come “visionari”. Paolo ed io abbiamo avuto due modi diversi, ma complementari, nell’affrontare il problema: Paolo più da “scienziato”, io più da “cittadino”. Queste individuali caratteristiche hanno rappresentato solo un aspetto di prevalenza, in quanto nessuno dei due ha smesso questa duplice veste in tutta la ricerca condotta sul caso. Una ricerca che è stata metodica e metodologica sulle fonti, nell’analisi dei pochi dati presenti in rete e altrove, nelle proiezioni e nei calcoli: l’argomento è stato affrontato e sviscerato con il massimo rigore scientifico concesso dai dati a disposizione. Come “cittadino” ho imparato che ogni questione che riguarda il nucleare si porta dietro un carico non indifferente di menzogne, censure o, nei casi più democratici, minimizzazioni. Me lo hanno insegnato i miei innumerevoli viaggi nelle zone contaminate dal fallout di Chernobyl, me lo hanno insegnato i mie amici giapponesi, ma – soprattutto – è confermato dall’iniquo accordo WHA 12-40 del 28 maggio 1959 ancora in vigore, sottoscritto fra l’OMS e l’AIEA (http://www.mondoincammino.org/index.php?name=formhumus): secondo questo patto scellerato nessun dato sanitario riguardante le popolazioni sottoposte a fallout radioattivo può essere reso pubblico senza il permesso preventivo dell’AIEA. Da allora la censura è sempre stata la regola: così per Chernobyl (vedi la censura della conferenza internazionale OMS convocata dal dr. Hiroshi Nakajima – direttore generale dell’OMS - a Ginevra nel novembre 1995 o la falsa mappa sul fallout di Chernobyl in Bielorussia scoperta dal prof. Bandazhevsky), così per   Three Mile Island, così per Fukushima. E così vale anche per Rovello Porro. In tutti questi anni il “sistema AIEA” ha inevitabilmente contagiato i processi, assurti a “scientifici”, dei vari enti di ricerca e di controllo sulle emissioni radioattive. Stesso ragionamento per quelli italiani: sono diventati (inconsapevoli o meno,  a seconda del ruolo svolto) esecutori e portavoce di questo sistema imperante La verità dell’AIEA è diventa verità assoluta in campo nucleare ed è diventata talmente consolidata che è difficile contrastarla (e, in parte lo dimostra la denuncia di Paolo e mia): dal poligono di Semipalatinsk a Mayak i posti più contaminati del pianeta dove “Mondo in cammino” è attualmente presente con “Rotta nucleare” (http://www.mondoincammino.org/rottanucleare.php) , fino ai casi meno eclatanti: tutti improntati al nascondimento o, laddove non possibile, alla minimizzazione del rischio (come pare essere il caso di Rovello Porro).
Riguardo al caso in questione (e tutti le fonti lo riportano) passarono 15 mesi prima che fosse denunciato, benchè alcuni ne fossero a conoscenza (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/20/cesio-nel-torrente-enel-gia-sapeva.html).  E, ancora oggi, nessun magistrato ha ritenuto opportuno intervenire!
In questo costante sforzo e ricerca nel suffragare con dati  la denuncia di Paolo e mia, ieri sono incappato nel seguente documento: seduta del 3 dicembre 1997 della 12.ma Commissione Permanente (Igiene e Sanità): “Indagine conoscitiva sullo sviluppo di patologie ad eziologia ambientale e sulla tutela della salute pubblica nelle aree ad inquinamento ambientale diffuso” (http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/17083.pdf). In questo documento viene citato il caso di Rovello Porro. Il fatto che il caso sia inserito in una relazione che parla di “inquinamento ambientale diffuso” è una risposta “indiretta”, ma chiara, alle preoccupazioni sollevate da Paolo e dal sottoscritto. Nel testo viene riportato:

Questa proposta è stata elaborata dal Ministero della sanità con l’aiuto, non solo dell’Istituto superiore di sanità, ma anche di tutte le strutture nazionali e locali che in questi anni si sono occupate del problema. Riteniamo fondamentale che tale decreto trovi applicazione. Infatti, possono verificarsi nuovamente casi di contaminazione gravi come quello verificatosi qualche anno fa in Lombardia, quando ci si accorse della contaminazione solo dopo che essa era arrivata nel Po, ben a valle della fonderia considerata. Quando poi si è risaliti ad una fabbrica di Rovello Porro ci si è resi conto che la contaminazione si era ormai diffusa non solo nel prodotto finito ma in tutta la fabbrica e l’ambiente circostante. In quell’occasione lo Stato si assunse tutto il peso economico della decontaminazione; è chiaro però che questa situazione non può protrarsi nel tempo. Il costo di lavorazioni realizzate con materiali potenzialmente pericolosi non può e non deve essere sostenuto dai cittadini”.

Penso che ogni commento sia superfluo, ma la coscienza e la responsabilità di “cittadino” precedentemente ricordata, mi impongono di ribadire alcune riflessioni, a rischio di rasentare l’ovvietà:
1. anche presso la “Commissione Igiene e Sanità” viene riconfermata la scoperta del “caso” Rovello Porro a distanza temporale dalla sua insorgenza (contaminazione scoperta solo “dopo che essa era arrivata nel Po”);
2. l’evento viene classificato”grave” in quanto inserito nei “casi di contaminazione gravi”;
3. il testo recita: “la contaminazione si era diffusa non solo nel prodotto finito, ma in tutta la fabbrica e l’ambiente circostante”. Questo passaggio è importante e mi fa porre le seguenti domande:  “Nei 15 mesi prima della scoperta dove è andato a finire il prodotto finito “contaminato”? Forse nei telai delle auto prodotte all’Alfa Romeo? E poi? Se così: chi ha avuto contatti con il prodotto finito “contaminato”? (operai? compratori?). E nelle eventuali successive fasi di rottamazione che ne è stato? Che cosa si intende per contaminazione dell’ambiente circostante? Fino a che limite si può definire che l’ambiente non sia più circostante? Si parla di decontaminazione: quali i dati sulla contaminazione e chi finalmente dirà a quanti Curie di Cesio 137 corrispondeva la sorgente accidentalmente fusa?
Strano che il caso di Rovello Porro sia citato, da tutte le fonti, come emblematico; altrettanto strano però che vi sia sempre una sorta di circospezione: non saltano mai fuori i “numeri”, i “dati certi”.
Le ipotesi possono essere, a mio avviso, solo due:
-   o si è verificato, nel tempo, un clamoroso caso di omesso o insufficiente controllo radiologico ambientale (come parrebbe essere prassi abituale così come evocato dal recente caso dei “cinghiali radioattivi”), per cui diventa inevitabile  e “doveroso” affidarsi a un basso profilo
-   o si tratta di omessa pubblicizzazione di dati di fronte a un caso grave, per di più con il peccato originale di una omertà iniziale che non si è stati in grado di gestire.
Forse continuerò (assieme a Paolo) ad essere visionario, ma penso che non sia più nostro dovere civico supportare - con passione e ostinazione - la nostra denuncia con elementi e dati inoppugnabili, ma che sia, invece, un dovere di responsabilità pubblica, da parte delle autorità competenti, rendere conto con dati certi di cosa sia veramente successo.
Speriamo di esserci sbagliati, ma a 50 giorni di distanza dalla denuncia, la mancanza di numeri (a parte le inevitabili rassicurazioni o i retorici slogan da parte di alcuni amministratori) ci inquieta e, ancora di più, ci addolora il fatto che non si possa/riesca ad intervenire per bloccare, laddove possibile, quella catena di diffusione che, se non smentita dai dati, parrebbe essersi propagata da allora (e, ancora, ci fa riflettere il caso dei cinghiali radioattivi a ben  27 anni dal fallout di Chernobyl!).
Non si tratta di procurare allarme nella popolazione, ma di “proteggerla” il più possibile, sapendo che ora il problema prioritario non è (per quanto sia necessario e per quanto dovrebbe seguire il suo corso, cosa che a noi non compete) additare a pregresse o attuali  responsabilità, ma la messa in atto – il più precocemente possibile - di un sistema di controllo tramite soggetti indipendenti e di una prevenzione terziaria in grado di limitare le conseguenze e di fare crescere una maggiore consapevolezza civica sulle più semplici raccomandazioni da seguire in campo radiologico. E non è una cosa difficile e complessa: quindi, non allarme, ma responsabilità!
Se il silenzio sembra, in parte, rassicurante, la mancanza di verità è, invece, un delitto. La verità può essere difficile da digerire e scomoda, ma farla venire fuori è sempre un bene per evitare il reiterarsi di fatti pericolosi e scampare future tragedie (solo oggi, per esempio, dopo i soliti silenzi e grazie ai soliti “indagatori”, è venuto fuori il caso tedesco - del primo maggio scorso - riguardante il mercantile Atlantic Cartier (http://www.lastampa.it/2013/05/17/scienza/ambiente/germania-amburgo-catastrofe-sfiorata-fuoco-su-nave-con-uranio-TFdjxtfeeDT1UzrT02aiZP/pagina.html): sarebbe stato un’ecatombe! Se i fatti sfiorano solo la cronaca, o se sono taciuti o sottodimensionati o resi compiacentemente o con  ignoranza tranquillizzanti,  o se apparentemente non ci toccano, non vuole dire che non ci riguardano! ).
Diceva Bertolt Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”.
Massimo Bonfatti
Presidente di Mondo in cammino
www.mondoincammino.org

2. LE PRECISAZIONI DI M. BONFATTI E P. SCAMPA AL COMUNICATO INIZIALE- 06/05/13

- Al Signor Sindaco
- Ai capigruppo consiliari
Comune di Rovello Porro
e p.c
- Agli organi di stampa locali
- Alle associazioni ambientaliste locali

OGGETTO: precisazioni sulla vicenda di “Rovello Porro – Chernobyl italiana?”

In merito al comunicato stampa da noi diffuso in data primo aprile 2013 [VEDI], rincresce ritornare sull’argomento, in quanto il comunicato era stato licenziato in forma dubitativa e, soprattutto, con la richiesta di opportune verifiche e risposte “certe” (peraltro, al momento, non giunte) da parte degli enti interessati o coinvolti.

Alcune affermazioni riportate dai mass media e alcune prese di posizioni solamente “di facciata” o “auto-assolventi”, per non dire generiche ed infastidite da parte di alcuni amministratori locali, ci impongono a ritornare sull’argomento.

Riconfermiamo che da parte nostra abbiamo solo evidenziato una doverosa preoccupazione, come farebbe ogni buon “pater familias”.

Ma se non fosse stato chiaro (o se il comunicato non fosse stato letto attentamente), ci preme, allora, ribadire alcuni concetti:

1) nel comunicato i dati riportati sono espressi sotto forma di “stime”: esse derivano unicamente dall’analisi delle fonti pubbliche riportate in calce al comunicato (fra cui la stessa Arpa). Se le nostre stime sono ritenute contraddittorie o “sbagliate”, a maggior ragione dovrebbero esserlo le fonti ufficiali: per questo richiediamo l’accesso o la diffusione pubblica di dati “certi”, scevri di interpretazioni dubitative , a cominciare proprio dalla sorgente. Un articolo de “L’Espresso” (citato nelle note del comunicato e ripreso anche dal servizio d’informazione militare statunitense) riporta che sono stati fusi dai 600 ai 6.000 Curie di Cesio 137 (cioè da 7 a 70 grammi circa di materia radioattiva). Se è stato effettivamente così (e poniamo il dubitativo in attesa di numeri “certi”), ciò non corrisponderebbe, forse, dal 4 al 40% del Cesio 137 ricaduto in Italia in seguito alla catastrofe di Chernobyl?;  

2) qualcuno ha obiettato: “Se fosse vero quello che hanno scritto saremmo tutti morti da oltre 20 anni”. A parte il fatto che chi ha pronunciato con azzardo tale frase o non ha confidenza con argomenti così ostici o più probabilmente non ha letto compiutamente il comunicato, l’affermazione non tiene conto (come tutti gli incidenti nucleari hanno dimostrato e dimostrano, non ultimo quello di Chernobyl) che gli effetti di qualsiasi fallout radioattivo devono essere valutati nel tempo, in quanto il danno umano è dovuto agli effetti costanti e cronici dell’incorporazione delle basse dosi di radiazione, anche come causa indiretta nell’aggravamento o nell’esacerbazione di patologie precedenti a causa dei lenti effetti immunodepressori.. Gli studi del prof. Yuri Bandazhevsky hanno già dimostrato “in vivo” questi effetti. Per questo l’affermazione riportata suona, inconsapevolmente e incoscientemente per chi l’ha pronunciata, tragica: non è detto che non ci siano stati “morti” (e come ci dispiace riportare questo termine!) riconducibili all’incidente. Come non è detto neppure il contrario. Ma a fronte di ricerche scientifiche in merito all’effetto delle basi dosi di radiazione già così acclarate, sarebbe opportuno rispettare ed assumere un atteggiamento di precauzionalità,  condotta che è alla base di ogni serio processo e ricerca scientifica;

3) la preoccupazione da noi avanzata non si riferisce necessariamente ad un “preciso” fallout locale nell’area di Rovello Porro, ma ad un “certo” (nel senso di “incontrovertibile”) fallout locale i cui effetti, per via delle condizioni atmosferiche, potrebbero essere stati delocalizzati (anche a parecchia distanza). Non sta a noi dimostrare la localizzazione del fallout, ma agli enti certificatori dimostrare, e in primo luogo, l’entità e la qualità dei radionuclidi liberati per via aerea. Allo stesso modo va certificata l’entità e la qualità del percolamento di contaminanti radioattivi nel Lura, non limitandosi alla sola analisi delle acque, ma anche del fondo (e delle pietre) del letto del fiume e – ancora di più – verificando tutto il percorso del bacino idrico di riferimento che sfocia nel Po (non dimentichiamoci, infatti, che la contaminazione è stata riscontrata a ritroso partendo, appunto, dal Po);

4) l’attuale direttore dipartimentale dell’Arpa Lombardia ha affermato (come risulta dai giornali dell’epoca – anche questi riportati in calce al comunicato - e come non ha mai smentito) che prima dell’incidente in questione, c’è stato – pur essendone a conoscenza – un anno di omertà. La domanda da porsi è la seguente: l’inopportunità (e forse anche l’indecenza) sta in chi – partendo da fonti pubbliche ufficiali – dimostra uno stato di preoccupazione e si augura di essere smentito o in chi – senza smentire – denuncia un’omissione probabilmente da valutare in altre sedi?

5) riteniamo che di fronte ad una situazione così complessa, contraddittoria e ancora senza numeri e dati “certi”, bisognerebbe uscire dal limbo delle persone e degli enti (privati, pubblici, istituzionali) che, in qualche modo, sono stati interessati e coinvolti (e per certi versi anche “compromessi”) in questa vicenda, per assumersi la responsabilità di affidarsi ad enti indipendenti, in possesso dei requisiti per eseguire una seria ricerca senza dovere rispondere a mandati “di parte”. Fin da ora offriamo tutta la nostra disponibilità per una scelta “equa”.

Concludiamo ribadendo ancora una volta il leitmotiv della nostra denuncia: aspettiamo risposte “certe” (e non a caso abbiamo sempre virgolettato questo termine) non solo sui numeri, ma anche sulle omissioni e ci auguriamo – con onestà – di essere smentiti (non solo parzialmente, ma completamente).

MASSIMO BONFATTI
PAOLO SCAMPA


3) IL COMUNICATO: "ROVELLO PORRO, UNA CHERNOBYL DIMENTICATA ALLE PORTE DI MILANO?

ROVELLO PORRO: UNA CHERNOBYL ITALIANA DIMENTICATA ALLE PORTE DI MILANO?

Comunicato stampa congiunto Mondo in Cammino - AIPRI

L'ANTEFATTO. Dal "Corriere della Sera", 13 giugno 1998, pag. 9: "Otto anni fa l'allarme Cesio scatto' in Lombardia. Colpa, anche all'epoca, di rottami altamente radioattivi finiti in una fonderia. A far scattare l'allarme furono alcuni rilevamenti nel Po: la traccia venne seguita fino al torrente Lura e le ricerche si concentrarono su due stabilimenti di Rovello Porro e Gerenzano, non lontano da Saronno: la concentrazione di radioattivita' era 20 - 30 volte superiore a quella registrata in Italia dopo Chernobil." (1)

A 27 anni di distanza, nelle regioni contaminate dal fallout di Chernobyl, le persone continuano ad ammalarsi e i bambini a morire per cancri e leucemie.
Fra le tante Chernobyl (e adesso Fukushima) dimenticate, ci siamo imbattuti – a distanza di 24 anni  - in una Chernobyl tutta italiana.
Nel nostro lavoro di ricerca di classificazione degli incidenti nucleari, siamo soliti ricercare - per formazione e per quanto possibile – i dati di reale incidenza sull’ecosistema e sulla salute dei residenti.
La vicenda di Rovello Porro, però, ci ha colti di sorpresa e non ne abbiamo capito subito la portata, anche perché ci siamo trovati in presenza di una documentazione che ci ha reso attoniti per la sua carenza e per la difficoltà di venirne in possesso, pur essendo avvezzi alle censure in merito.
Scegliendo, però, di non abbandonarci ad  una teorica cultura del sospetto o a semplici ragionamenti dietrologici, abbiamo cominciato a volerne sapere di più estrapolando i maggiori dati possibile dalle poche informazioni presenti, facendo calcoli e proiezioni.  
E subito si è impossessato di noi un grande senso di apprensione e preoccupazione che ci porta oggi a chiederne spiegazioni e ragioni:  è possibile che, in 24 anni e dopo 24 anni, il silenzio sia l’unica giustificazione ad una situazione radiologica che, dall’interpretazione dei dati, sembra ancora oggi di una gravità che confina nel criminale?

Nel 1989 un grave incidente nucleare si è consumato alla Luigi Premoli e figli SPA, fonderia che forgiava i telai dell'Alfa 133 a Rovello Porro in Lombardia, tra Como e Saronno: una fonte radioattiva orfana, contenuta in un carico di alluminio proveniente dall’Est Europa, ed equivalente a una sorgente radioattiva stimata tra i 600 e i 6.000 Curie di Cesio 137 (pertanto da 8 a 80 volte superiore a quella di Algeciras in Spagna) fu inavvertitamente fusa immettendo nell’aria una enorme quantità di particelle radioattive altamente nocive, senza che nessun allarme scattasse.
Questa “fuga” nucleare, di cui non si conosce la data certa, è venuta alla luce - secondo la versione ufficiale -  nel 1989, in seguito a un controllo radiologico di routine delle acque del Po eseguito dai tecnici della centrale nucleare di Caorso: le acque risultarono grevi di Cesio 137 al di là di ogni aspettativa e norma e, rispetto alle ricadute di Chernobyl, con un rapporto isotopico anomalo con il Cesio 134.    Prima che scattassero indagini approfondite, ovvero prima che vi fosse un’allerta, passarono diversi mesi.  Finalmente, nel maggio 1990 e dopo aver risalito - come Pollicino - i fiumi col Geiger, i geologi e i tecnici del P.M.I.P. (Presidio Multizonale di Igiene e Prevenzione) milanese scoprirono che dal bacino di decantazione delle acque reflue della fonderia di Rovello Porro, situata a pochi metri dal torrente Lura,  erano percolati dai 60 ai 70 Curie di Cesio 137: 50 sedimentati nel Lura, nell’Olona e nel Lambro e 10 sfociati nel Po, circa 100 km più a valle. Una fuga enorme.
In seguito a questo tardivo riscontro la fonderia di Rovello Porro fu chiusa per quasi un anno e bonificata “alla meno peggio”: varie tonnellate d’asfalto, di terra e di detriti contaminati prelevati in loco furono traslocati nell’attualmente percolante discarica nucleare di Capriano del Colle (Brescia) che, confinando 39 Curie di Cesio 137 dispersi in circa 280 mila metri cubi di materiali, raccoglie i residui radioattivi di varie industrie.

Rapportando i 50 Curie depositati nei corsi d’acqua alla superficie dei fondali che si distendono per 100 km dalla fabbrica alla congiunzione con il Po, si può quantificare un deposito uniforme medio di 1,22 milioni di Becquerel/mq  pari a 32,89 Curie/kmq di Cesio 137.
É di fatto un tasso di contaminazione al metro quadro (e al kmq) che, per il Cesio 137, sorpassa di ben 2,19 volte la norma internazionale (555.000 Becquerel/mq  ossia 15 Curie/km2) che obbliga a confinare il luogo in quanto zona proibita  e che impone, tra l’altro, l’assoluto divieto di pesca e di pompaggio agricolo delle acque. Ma nulla è mai trapelato, nè nessuna mappa dettagliata della contaminazione radioattiva dei corsi d’acqua è stata pubblicata.
A 24 anni di distanza, sebbene l’attività radioattiva si sia ridotta del 42%,  la contaminazione atomica risulta ancora di circa 700.000 Becquerel/mq e quindi, a tutt’oggi, 1,26 volte superiore al valore imperativo di evacuazione della zona: si dovrebbe trattare, pertanto, di una zona acquifera proibita.  Ma, per quanto ne sappiamo, nessuna misura preventiva a tutela della popolazione è stata presa.
E non è tutto!
Una radioattività ben maggiore dovrebbe essersi sprigionata con i fumi della combustione. Come a Goiânia in Brasile e Algeciras in Spagna, l’incidente di Rovello Porro ha fatalmente liberato grandi quantitativi di Cesio 137 nell’aria: di ciò non c’è riscontro da nessuna parte, anche se, grottescamente, si parla di fallout come fenomeno limitato al perimetro dell’azienda, nonostante gli esperti dell’epoca stimassero trattarsi della fusione di una sorgente dai 600 ai 6.000 Curie. Rovello Porro dista, in linea d’aria, a meno di 30 km. da Milano. Supponendo la brutale fusione di una potente sorgente orfana e facendo un calcolo di tipo conservativo, cioè “stemperato” nella sua ipotetica gravità, significa che 500 Curie uniformemente diluiti nell' aria in una invisibile colonna iniziale di fumo lunga 30 km, larga 2 km e alta 1 km (30.000*2000*1000 = 6E10 mc) equivalgono a 308 Becquerel/mc di Cesio 137 inalato da decine di migliaia di soggetti e 6.000 Curie fanno 3.700 Becquerel/mc di Cesio 137 inalato da altre decine di migliaia di soggetti. Dopotutto  500 Curie di Cesio 137 (5,76 grammi) rappresentano, per inalazione, un potenziale letale acuto (“alla Litvinenko”) per quasi 18.000 soggetti e, per ingestione, per più di 48.000; 6.000 Curie (69,09 grammi) rappresentano più di 210.000 dosi letali per inalazione e più di 510.000 per ingestione. Si sa che una ricaduta perfetta di 500 Curie è in grado di trasformare in zona proibita un’area di 33,3 kmq e 6.000 Curie un’area di 400 kmq.

Vorremmo essere smentiti in questi nostri calcoli teorici e, pertanto, chiediamo, alle autorità competenti che ci certifichino che nessun particolato radioattivo è uscito dai camini dell’altoforno. Ne trarremmo un grande sospiro di sollievo, ma purtroppo nè la logica della fusione metallurgica che fa degli effluenti aerei la principale via di fuga del Cesio, nè i conti d’inventario tornano: è troppo chiedere spiegazioni sul destino dei possibili 600 o 6.000 Curie di Cesio che non si ritrovano sommando la radioattività depositata nei corsi d’acqua  (circa 60-70 Curie) a quella dei detriti smaltiti (circa 30 Curie)?
È troppo chiedere se una nube radioattiva, qualora fosse stata originata da un singolo episodio di fusione di Cesio e – fra l’altro - più concentrata di quella pervenuta in zona da Chernobyl, si sia diretta in Svizzera o in Francia oppure se si sia diretta verso la vicinissima Milano? È troppo chiedere la prova se i ratei Cesio 137/Cesio 134 delle radioanalisi eseguite in quella zona  dopo il 1989  presentassero valori anomali (deficit di Cesio 134) rispetto a quelli allora attesi di Chernobyl? È troppo chiedere di conoscere lo stato radiologico attuale della zona che dal Lura, all'altezza del bacino di decantazione della fabbrica, e insinuandosi in altri fiumi e navigli, giunge al Po?  È troppo chiedere gli indicatori di morbilità e di mortalità della popolazione che in questa area vive? È troppo, alla luce delle ricerche scientifiche del professore Bandazhevsky, sapere l’incidenza delle patologie cardiache, rispetto a questi dati di morbilità e mortalità? È troppo chiedere la certificazione nazionale ed internazionale della “normalità” del fondo radiologico, a fronte delle rilevazioni condotte dallo scienziato A. Paris in collaborazione con la CRIIRAD e che segnalavano, negli anni 1999/2000, valori di radiocontaminazione decisamente più elevati per la zona svizzera ed italiana del lago di Como rispetto alle zone confinanti (forse un “surplus” legato a Rovello Porro)? È troppo chiedere il rispetto delle norme internazionali di radioprotezione, a cui l’Italia ha aderito, anche qualora il quadro da noi presentato fosse a tinte meno fosche? Un grande interesse (come quello dell’AIEA e dei suoi rappresentati locali) o altri interessi vari (la voluta mancanza di controlli, l’assolutoria autoreferenzialità e convenienza politica/affaristica, gli interessi economici di vario tipo e le connivenze locali o di più alto rango) possono occultare la verità o tacere su rischi, i quali - trattandosi di radiocontaminazione - per quanto piccoli o limitati siano, chiedono e richiedono la presa in carico coerente di rigide misure di controllo e di protezione della salute del cittadino?

Sicuramente queste domande saranno considerate retoriche e cadranno nel silenzio. Ma c’è un’aggravante e un vuoto che nessuno riuscirà a colmare: i mesi (secondo alcuni, un anno) che sono passati dall’incidente alla sua scoperta. Per questa “amnesia”, per questa colpa dolosa nessuno pagherà. Come, sul versante Chernobyl in Bielorussa, per Lukashenko e l’AIEA non esiste nessun rischio radioattivo dopo oltre 20 anni dall’esplosione del reattore numero 4, così e a maggiore ragione, lo è e lo sarà anche per questa popolosa parte d’Italia, ormai a distanza di 24 anni dalla fusione radioattiva a Rovello Porro. La letargica politica in materia di radioattività (vedi anche il recente caso dei cinghiali radioattivi) può continuare…e poi l’incidente di Rovello Porro è addirittura del secolo scorso. Vale la pena preoccuparsene?

Massimo Bonfatti – Mondo in cammino; Paolo Scampa, AIPRI (Associazione Internazionale Protezione Raggi Ionizzanti)

DI SEGUITO LA RELAZIONE COMPLETA

LA NUBE DEI VELENI. ROVELLO PORRO O LA VERITÀ A PERDERE
 
PREMESSA
Con colpevole ritardo e nonostante l’accaduto fosse in parte documentato anche da interpellanze parlamentari (2) e da pubblicazioni della AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica), a 24 anni di distanza veniamo a conoscenza di un gravissimo incidente nucleare avvenuto nel 1989 in una piccola fonderia a 30 km di Milano. Ci sembra doveroso fare il punto radiologico della situazione ambientale perché la contaminazione conclamata dei corsi d’acqua che ne è scaturita è inquietante e - fino a prova contraria - quella probabile delle terre, in ragione delle immancabili ricadute locali degli effluenti aerei, è preoccupante.  Ci sembra doveroso richiamare gli organismi preposti alla radioprotezione al dovere di chiarezza e di trasparenza sull’accaduto.

IL FATTO
Nel 1989, tre anni dopo Chernobyl (tragedia che, con la sua nube radioattiva, ha lasciato sul territorio italiano circa 15.000 Curie di Cesio radioattivo) (3),  un grave incidente nucleare è avvenuto in una fonderia di alluminio che forgiava i telai dell'Alfa 133 a Rovello Porro in Lombardia, tra Como e Saronno. Secondo un articolo dell’Espresso del 3 luglio 1990 (4), una sorgente radioattiva stimata tra i 600 e i 6.000 Curie (5) di Cesio 137 (ossia dal 4% al 40% delle ricadute globali  di Chernobyl in Italia) (6) è stata inavvertitamente fusa immettendo fatalmente nell’aria una immane quantità di particelle radioattive, e altamente nocive, senza che scattasse il minimo allarme a tutela della vita nella regione più popolosa dell’Italia

LA RADIOATTIVITÀ NEI FIUMI
Questo incidente nucleare, di cui non si conosce la data certa, è venuto alla luce - secondo la versione ufficiale (7) - nel 1989 a seguito di un controllo radiologico di routine delle acque del Po eseguite dai tecnici della centrale nucleare di Caorso (nota 8 - le acque risultarono grevi di Cesio 137 al di là di ogni aspettativa e norma e, rispetto alle ricadute di Chernobyl,  con un rapporto isotopico col Cesio 134 anomalo (9).
Prima che scattassero indagini approfondite, ovvero prima che vi fosse un’allerta, il preoccupante fenomeno durò parecchi mesi.  Finalmente, nel maggio 1990, dopo aver risalito come Pollicino i fiumi col Geiger, si scoprì che dal bacino di decantazione delle acque reflue della fonderia di Rovello Porro, situato a pochi metri del torrente Lura (10), erano percolati dai 60 ai 70 Curie di Cesio 137 - una fuga enorme - 50 dei quali sedimentati nel Lura, nell’ Olona e nel Lambro e 10 altri Curie (11) invece sfociati nel Po, circa 100 km più a valle della sorgente industriale.  A seguito di questo tardivo riscontro, la fonderia di Rovello Porro fu chiusa per quasi un anno e bonificata “alla meno peggio”  (12).  
Stando alla documentazione della AIEA, varie tonnellate d’asfalto, di terra e di detriti contaminati prelevati in loco furono traslocati nell’attualmente percolante discarica nucleare di Capriano del Colle - BS (13) che, confinando 39 Curie di Cesio 137 dispersi in circa 280.000 metri cubi di materiali, raccoglie i residui radioattivi di varie industrie.
La gravità del danno ambientale provocato da questi riversamenti appare senza veli non appena si rapportano i 50 Curie depositati nei corsi d’acqua alla superficie dei fondali che si distendono per 100 km. dalla fabbrica alla congiunzione con il Po. In effetti, considerando il letto coinvolto di questi 3 corsi d’acqua occupante un’area stimabile di circa 1,52 milioni di mq (1,52 kmq), si può quantificare un deposito uniforme medio di 1,22 milioni di Bq/mq,  pari a 32,89 Curie/kmq di Cesio 137. É un dato a dir poco sconvolgente. Anche se a monte nel torrente Lura la contaminazione è probabilmente più elevata che non a valle nel fiume Lambro,  questo valore medio rappresentativo sembra alquanto angosciante.
Di fatto un tasso di contaminazione al metro quadro (e al kmq) che, per il Cesio 137, sorpassa di ben 2,19 volte la norma internazionale (555.000 Becquerel/mq  ossia 15 Curie/kmq), obbliga a confinare il luogo come zona proibita  e impone, tra l’altro, l’assoluto divieto di pesca e di pompaggio agricolo delle acque. Ma nulla è mai trapelato, nè nessuna mappa dettagliata della contaminazione radioattiva dei corsi d’acqua è stata pubblicata. Migliaia di ettari sono stati di conseguenza scientificamente concimati col Cesio e migliaia di tonnellate di prodotti agricoli contaminati sono stati golosamente consumati col benestare delle istituzioni silenti. Diverse falde acquifere sono probabilmente marcate. Le leggi di radioprotezione a tutela dell’ambiente e della vita, alla prova dei fatti, non sono altro che carta straccia.
 
24 ANNI DOPO
24 anni dopo il disastro, nonostante l’attività radioattiva si sia ridotta del 42% (14), la contaminazione atomica risulta ancora di circa 700.000 Becquerl/mq (supponendo che essa sia uniformemente e saldamente sedimentata nei 100 km. di fondali che, passando per Milano, vanno da Rovello Porro alla giunzione col Po). É pertanto, tutt'ora, 1,26 volte superiore al valore imperativo di evacuazione del luogo. Nulla è purtroppo cambiato. Continua a trattarsi sempre di una zona acquifera proibita.  Ma nulla è stato detto e viene detto per la prevenzione della salute della popolazione, a discapito della quale questa tremenda verità rimane secretata.

LA RADIOATTIVITÀ NEI FUMI
La radioattività depositata nei fiumi non deve tuttavia fare dimenticare la radioattività ben maggiore sprigionata con i fumi della combustione. Il Cesio è in effetti un elemento molto volatile che bolle a 671°C. Se fuso, vaporizza in una quantità enorme di particelle sottili e mai più di una porzione ristretta permane nel metallo in fusione e nelle scorie della lavorazione. Come a Goiânia in Brasile e Algeciras in Spagna, l’incidente di Rovello Porro ha, quindi, fatalmente liberato grandi quantitativi di Cesio 137 nell’aria. Di questo gravissimo fatto non vi è tuttavia riscontro nè nelle interpellanze parlamentari, nè negli articoli di stampa, nè nei documenti dell’AIEA. Nessuno sembra  essersi preoccupato degli immancabili effluenti aerei e del conseguente temibile fallout, se non per presentarlo, grottesco non senso fisico, come fenomeno atmosferico limitato al perimetro dell’azienda (15). Questa inspiegabile disattenzione ci ha lasciati sconcertati ed allibiti allorché gli esperti all’epoca paventavano pubblicamente la fusione di una sorgente dai 600 ai 6.000 Curie.
A 24 anni dai fatti riteniamo pertanto legittimo esigere, al proposito, dati radiometrici qualificati e non solo risposte metrologiche evasive o generiche rassicurazioni. Riteniamo legittimo attendere dati obiettivi e puntuali. Rovello Porro dista, in linea d’aria, a meno di 30 km da Milano. Supponendo la brutale fusione di una potente sorgente orfana e facendo un calcolo di tipo conservativo, cioè “stemperato” nella sua ipotetica gravità, significa che 500 Curie uniformemente diluiti nell' aria in una invisibile colonna iniziale di fumo lunga 30 km., larga 2 km. e alta 1 km. (30.000*2000*1000 = 6E10 mc) equivalgono a 308 Becquerel/mc di Cesio 137 inalato da decine di migliaia di soggetti e 6.000 Curie fanno 3.700 Becquerel/mc di Cesio 137 inalato da altre decine di migliaia di soggetti. Dopotutto  500 Curie di Cesio 137 (5,76 grammi [16]) rappresentano, per inalazione, un potenziale letale acuto (“alla Litvinenko”) per quasi 18.000 soggetti e, per ingestione, per più di 48.000; 6.000 Curie (69,09 grammi [17]) rappresentano più di 210.000 dosi letali per inalazione e più di 510.000 per ingestione. Si sa che una ricaduta perfetta di 500 Curie è in grado di trasformare in zona proibita un’area di 33,3 kmq e 6.000 Curie un’area di 400 kmq. Dopotutto il Cesio è un ottimo promotore d’infarto in quanto l’organismo, confondendolo col potassio, lo trasporta anche nel muscolo cardiaco. Dopotutto il cancerogeno e teratogeno Cesio137 è temutissimo da tutti, AIEA compresa, che di certo non trasloca la propria sede a Chernobyl o a Fukushima.
 
CERCASI DATI OBIETTIVI
Di fronte a tutto ciò, non ci resta da chiedere che venga comprovata l’assenza, nel 1989, di pesanti ricadute di Cesio 137 su Milano o su altre parti del territorio italiano. Chiediamo prove che nessun particolato radioattivo sia uscito dai camini dell’ altoforno, perché nè la logica della fusione metallurgica che fa degli effluenti aerei la principale via di fuga del Cesio, nè i conti d’inventario tornano; chiediamo spiegazioni sul destino dei possibili 600 o 6.000 Curie di Cesio che non si ritrovano sommando la radioattività depositata nei corsi d’acqua  (60-70 Curie) e quella dei detriti smaltiti (circa 30 Curie); chiediamo se i rilevatori di radioattività atmosferica non fossero spenti per tacito decreto in un periodo così vicino al censurato Chernobyl (come era avvenuto tre anni prima durante il passaggio della nube proveniente dall’Ucraina) e, qualora fossero stati accesi, chiediamo la certificazione nazionale ed internazionale della “normalità” del fondo radiologico; chiediamo se la nube radioattiva, ben più concentrata di quelle giunte in loco da Chernobyl - qualora fosse stata originata da un singolo episodio di fusione di Cesio - si sia diretta in Svizzera o in Francia (poco portate ad allertare, pure loro), oppure se si sia diretta verso la vicinissima Milano. Chiediamo la prova che i ratei Cesio 137/Cesio 134 delle radioanalisi eseguite in quella zona,  dopo il 1989,  non presentassero valori anomali (deficit di Cesio 134) rispetto a quelli allora attesi di Chernobyl (18). Chiediamo infine di conoscere lo stato radiologico attuale di quella zona proibita che, fluttuando per i navigli, va dal Lura, all'altezza del bacino di decantazione della fabbrica, al Po; chiediamo di conoscere gli indicatori di morbilità e di mortalità della popolazione residente in questa area.

É chiedere troppo ?

“Poiché non v’è nulla di nascosto che non abbia a diventar manifesto, né di segreto che non abbia a sapersi ed a farsi palese.“ Luca 8:17.
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1. “L'episodio più eclatante in Italia è stato quello che coinvolse nel 1990 la ditta "Premoli" di Rovello Porro (CO), massicciamente contaminata da Cs-137, presente in rottami di alluminio.” pag 49. Valeria Casanova Borea, Mauro Magnoni, Piero Ossola, Massimo Pasquino, Mauro Peila, Franco Righino, Lorenzo Rossetti e Santi Tofani. L'esperienza del centro regionale di riferimento per il controllo della radioattività' ambientale di Ivrea nel controllo della radioattività' nei rottami metallici. In Problemi di radioprotezione connessi con l'importazione di rottami metallici. Convegno organizzato dall'associazione Italiana di Protezione contro le Radiazioni Brescia, 11-12 maggio 1995

2. X LEGISLATURA - DISCUSSIONI - SEDUTA DEL 14 MAGGIO 1990. RONCHI, TAMINO, RUSSO FRANCO e RUTELLI . — Ai Ministri dell'ambiente e della sanità.
http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0461/sed0461.pdf
X LEGISLATURA - DISCUSSIONI - SEDUTA POMERIDIANA DEL 15 MAGGIO 1990 TAGLIABUE, TESTA ENRICO, MONTANARI FORNARI, BENEVELLI, MOMBELLI, BERNASCONI, BIANCHI BERETTA e PERINEI. — Ai Ministri della sanità e dell'ambiente http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0463/sed0463.pdf
X LEGISLATURA - DISCUSSIONI - SEDUTA DEL 9 LUGLIO 1990. SALVOLDI, MATTIOLI e RONCHI . Ai Ministri della sanità e dell'ambiente.
http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0493/sed0493.pdf
X LEGISLATURA — DISCUSSIONI — SEDUTA DEL 17 LUGLIO 1990 Ronchi, Tamino, Russo, Franco, Andreani
http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0499/sed0499.pdf

3. V. tavola III p.23 Atlas on the caesium deposition across Europe after the Chernobyl accident.
http://rem.jrc.ec.europa.eu/RemWeb/pastprojects/atlasfiles/TEXT/ENGLISH.PDF

4. Articolo dell’Espresso, pag. 92, qui tradotto in inglese.  JPRS Report, 28 AUGUST 1990, Environmental Issues. U S. DEPARTMENT OF COMMERCE NATIONAL TECHNICAL INFORMATION SERVICE SPRINGFIELD, VA. 22161
http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a344182.pdf
Cfr.  anche "L’ Unità" del 15 maggio 1990: viene segnalato  il rilevamento  di  una attività di 27.000 Becquerel/kg. nel perimetro dell'azienda, attività che testimonia la gravità del deposito.
http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1990_05/19900514_0010.pdf&query=LUCA%20LANDO
I 27.000 Bq/kg. riferiti nell’articolo dell’Unità, considerati ad una profondità ipotetica di 5 cm. e per una densità media (e conservativa) del suolo di 1.250 kg/mc, corrispondono a 1,69E06 Becquerel/mq. Il rateo Becquerel/mq/ Becquerel/mc è, in questo caso, di 62,5. Inoltre, il Cesio 137 depositatosi, avendo un’attività specifica di 86,84 Curie/gr. ossia di 3,21E12 Becquerel/gr., fa supporre una massa di 8,40E-9 gr/kg., equivalente a 5,25E-7 gr/mq (0,525 microgrammo per mq). A un metro dal suolo quest’attività conduce all’assorbimento di una dose gamma di 5,473 microSv/h. Senza considerare la ben più grave ed ineludibile contaminazione interna dovuta alle particelle radioattive fatalmente sospese e risospese per aria, il limite di dose annuale di 1 milliSievert viene raggiunto, in queste condizioni, in 183 ore di esposizione gamma. In un intero anno lavorativo di 1.700 ore, questa attività condurrebbe all’accumulo di 9,3 milliSievert, 9 volte più del "consentito".  Secondo le norme internazionali sarebbe stato uno spazio da evacuare subito. La contaminazione al mq superava di 3 volte il valore d'evacuazione.
Informazioni sul Cesio 137: dal latino “caesius”, cielo blu; Cs; massa at. 136,9070895; n° at. 55; m.p. 28,44°C; b.p. 671°C; sp. gr. 1,873; semi-vita 30,07 anni; 86,84 Ci/gr; β-; 0,514 MeV; range nella materia del β- ~1560 μ; γ; 0,66164 MeV.  
In un reattore atomico il Cesio 137 è prodotto durante la fissione dell'Uranio 235  con neutroni lenti a un tasso del 6,22%, ossia 1 atomo ogni 16 fissioni; la sua occorrenza durante la fissione del Plutonio 239, ugualmente con neutroni termici, è di 6,59% ossia 1 atomo ogni  15 fissioni. Le sorgenti industriali e mediche di Cesio 137 sono intenzionalmente prodotte per attivazione (bombardamento neutronico) del Cesio 133 stabile.
Il Cesio 137 ha un periodo radioattivo di 30,07 anni, una costante di disintegrazione s-1 di 7,3096E-10 e in un anno decade del 2,279%, in un decennio del 20,587% ed in un secolo del 90,026%. Ha un'attività specifica di 86,84 Curie/gr. ossia di 3,21E12 Becquerel/gr. Il suo fattore di conversione di esposizione esterna in attività al suolo è dell'ordine di 300.000 Becquerel/mq per µSv/h-1. Secondo le norme internazionali di sicurezza nucleare, un deposito di 15 Curie/kmq (172,73 milligr/kmq), equivalente a 555.000 Becquerel/mq (172,73 nanogr/mq) obbliga all'evacuazione immediata del luogo.

5. Questa sorgente risulta, inoltre, da  8 a 80 volte superiore alla nota sorgente orfana fusa 9 anni dopo a Algeciras in Spagna

6. Dai 22,2 mille miliardi di Becquerel ai 222 mille miliardi di Becquerel.
Le sorgenti radioattive impiegate nell’industria e nel campo medico. Identification des sources et des dispositifs radioactifs. Manuel de référence. Collection sécurité nucléaire de l’AIEA Nº 5, 2009. http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/Pub1278f_web.pdf

7. Secondo una ricostruzione de “La Repubblica”, l’Enel aveva identificato il luogo dell’ incidente un anno prima (si suppone tramite immediati rilevamenti della radioattività atmosferica) senza dare l'allarme. “E sarebbe stata una confidenza arrivata dall'Enel di Caorso, con un anno di ritardo, a permettere di arrivare alla zona contaminata." Se questa ricostruzione fosse vera, costituirebbe un gravissimo atto di accusa contro le autorità preposte alla radioprotezione.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/20/cesio-nel-torrente-enel-gia-sapeva.html

8. During the latter half of 1989, just near the nuclear Power Plant of Caorso (Piacenza, Italy), an increase of Cs137 in the water of Po river was detected during routine controls. …. As the phenomena had been still continuing, in April 1990 a survey on the Po river sediments and some of its affluents started, in order to individuate, by means of a well known geochemical survey method, the origin of that contamination and to locate it. P. 157  http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/te_0865v1.pdf

9. Cfr. APAT, 2003, p. 12
http://www.arpa.umbria.it/au/sinanet/Radiazioni%20Ionizzanti/IR_03/AGF-T-RAP-03-15.pdf
NB. Trattandosi della combustione di una “vecchia” e dismessa sorgente di Cesio 137 impiegata nel campo medico o industriale, il Cesio 134 doveva essere praticamente esausto.

10. Cfr "Google Earth" tramite ripresa aerea.
NB. Le acque convogliate nel bacino di decantazione servivano, molto probabilmente, per lavare/raffreddare i pezzi lavorati ed è durante questo processo che si sono contaminate, raccogliendo parte delle particelle radioattive presenti sulla superficie dell’alluminio mescolato col Cesio durante la fusione.

11. “La radiocontaminazione della fase disciolta mostra un consistente incremento dei valori di Cs137 (circa 28 volte) durante maggio 1989 nel campione di Caorso monte, mentre il Cs134 rimane pressochè costante nel tempo. Tale incremento, non evidenziato a Pontelagoscuro, non è correlato a Chernobyl, ma ad un incidente dovuto alla fusione di una sorgente di Cs 137 in una fonderia di rottami in provincia di Milano, con contaminazione delle acque del Lambro, affluente del Po”. In questo importantissimo documento dell’ARPA Emilia-Romagna, che prova la "sovra-contaminazione a-tipica" del Po, si nota che nel maggio del 1989 il Cesio 137, e solo esso, si innalza brutalmente nelle acque del Po da 8 Bq/mc a circa 200 Bq/mc (5,4054 nCi mc) dopo l’affluenza del Lambro. Prima che i valori del Cesio 137 ritornino omogenei nel Po, il fenomeno durerà - seppure in nettissimo calo - fino a ottobre 1990; i valori del Cesio 134, invece,  sono risultati sempre omogenei. Moltiplicando queste "sovra-attività" al mc per i mc probabili defluiti in un solo mese (la portata media del Po a Caorso è di circa 900 mc/s), si giunge agevolmente a 10 Curie. (900 mc/s*30 g*24*60*60*190 Bq/mc = 4,43E11 Bq ossia 12 Curie). Entrando maggiormente nel dettaglio si giunge, con una proiezione media integrante le variazioni temporali delle "sovra-attività" attestate dall’ARPA, ad un transito desunto di più di 26 Curie di Cesio 137 nel Po: 12 Curie nel mese di maggio (190 Bq/mc), 10 Curie da  giugno a settembre (40 Bq/mc) e 4,5 Curie nei 9 mesi successivi (8 Bq/mc di "sovra-attività" rispetto al "fondo chernobyliano"). I calcoli, fondati sui rilievi dell’ARPA, non permettono pertanto di escludere che vi sia stato un inquinamento radioattivo maggiore di quanto già temuto.
Supponendo una radioattività media di 200 Bq/mc, come indicato nella pubblicazione dell’ARPA, sono sufficienti 10*37E9 Bq/200 Bq/mc = 1,85 miliardi di metri cubi d’acqua per trasportare 10 Curie: un flusso di 24 giorni con una portata media di 900 mc/s.
NB. Nel 1990 il Po, secondo i grafici presentati dall’Arpa-Emilia, ha scaricato in mare almeno 6 Curie di Cesio 137 proveniente "da Chernobyl".

12. Documento ISPRA/2003, pag. 160. Si legge  a proposito della bonifica effettuata: “Gli obiettivi individuati, nello specifico caso, potevano essere raggiunti, garantendo che la concentrazione superficiale di Cs137 fosse compresa nell’intervallo 10 - 100 kBq/mq“. Il luogo è tuttora decisamente contaminato, fautore di irraggiamento esterno ed interno nonostante la bonifica. E non potrebbe esserne altrimenti:  non esiste aspirapolvere per nanopolveri.
http://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00003200/3223-rapporti38-2003capitolo3.zip/at_download/file.

13. Cfr. C. Cochi, G. Masting Ente per le Nuove tecnologie, l'Energia e l'Ambiente. A PROJECT CARRIED OUT IN ITALY TO SECURE A SITE CONTAMINATED BY CS-137 OF UNKNOWN ORIGIN http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/te_0865v1.pdf
Cfr. anche le inchieste del giornalista Andrea Tornago: sono quelle che hanno indirizzato alla denuncia congiunta MIC/AIPRI.  http://bracebracebrace.wordpress.com/2012/11/05/incubo-radioattivo-nei-rubinetti-di-brescia/

14.  1-(EXP(24 * -Ln(2)/30,07)) = 42,4909%

15. Nota ironica: è universalmente risaputo che il particolato sub-micrometrico delle industrie metallurgiche ricade per intero e a velocità supersonica esclusivamente nei parcheggi di queste e non varca, mai e poi mai, i cancelli d'impresa.... Figuriamoci se il particolato si alza in alto per spargersi per via aerea in modo caotico dappertutto nell'atmosfera!!! Gli effluenti d'impresa sono talmente disciplinati e rispettosi dello spazio aereo altrui che, certi che i centri urbani godano di aria pulita e siano esenti di ricadute industriali, potremmo chiedere la pura e semplice demolizione di quegli ostentati quanto costosi camini, oltre che l'abolizione immediata delle leggi a tutela dell'ambiente. Tanto tutto rimane sul posto...

16. Se supponiamo questa massa frammentata in aerosol formata di particelle di 0,1 micron di diametro, allora ce ne sarebbero 5,81 milioni di miliardi. Ognuna di queste particelle avrebbe un'attività di 3,18 mBecquerel, un peso di 991,17 atto-grammi e conterrebbe 4,36 milioni di atomi. In un anno l'attività radioattiva di una sola di queste particelle ammonterebbe a più di 98.000 disintegrazioni β-: meglio non incorporarle perché la piccola zona istologica, irradiata da una di queste particelle immobilizzate, subirebbe gravi danni.

17.  Se questa massa fosse suddivisa in particelle di 0,1 micron di diametro, ce ne sarebbero 69,71 milioni di miliardi.

18. La mappa dei depositi al suolo di Cesio 137 post-Chernobyl realizzata da A. Paris, per conto del laboratorio indipendente francese CRIIRAD, nel 1999-2000, mostra valori nettamente più elevati per la parte svizzera ed italiana del lago di Como, rispetto alle zone confinanti (http://www.progettohumus.it/chernobyl.php?name=mappe4).   Chi sa dimostrare che questo localizzato surplus radioattivo non sia legato all'incidente di Rovello Porro ?

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4. I COMMENTI

Dal "Corriere di Como", articolo "Il Cesio di Rovello non è pericoloso" di Anna Campaniello, 04/04/13
( prime prese di posizioni ufficiali di chi si è occupato del caso di Rovello Porro)
Entro la fine dell’anno la messa in sicurezza contro il rischio dato da incendi e terremoti
«Il materiale conservato nel deposito della Premoli, a Rovello Porro, sarà messo in sicurezza entro la fine dell’anno, anche se rimarrà in loco fino all’individuazione di un sito nazionale idoneo al ritiro definitivo di questi rifiuti».
Giuseppe Sgorbati, direttore tecnico-scientifico di Arpa Lombardia, fa il punto della situazione sulla questione delle scorie radioattive depositate dal 1990 a Rovello Porro.
«I controlli costanti effettuati all’esterno del capannone - prosegue - dimostrano che non c’è alcun rischio per la salute, né alcuna contaminazione».
Complessivamente, si tratta di 240 metri cubi di materiale, parte in cumuli e parte in fusti, contenente Cesio 137. L’alluminio radioattivo era contenuto in una partita acquistata dalla nota fonderia comasca da una società molto probabilmente dell’ex Unione Sovietica. Nei giorni scorsi, ha suscitato preoccupazione una relazione redatta e diffusa da Massimo Bonfatti, referente di “Mondo in cammino” e da Paolo Scampa, responsabile dell’Aipri, l’Associazione Internazionale Protezione Raggi Ionizzanti. I due hanno parlato di una «Chernobyl italiana» e chiedono chiarimenti e dati certi su una situazione a loro dire «grave e allarmante», ma anche «sottovalutata e ignorata a lungo» con possibili «conseguenze dirette per la salute».
Un rischio però seccamente smentito dall’Asl e dall’Arpa. Dall’azienda sanitaria locale di Como assicurano che la situazione è costantemente monitorata.
«Facciamo periodicamente incontri con tutti gli enti coinvolti – fanno sapere da via Pessina – I sopralluoghi non hanno mai dato esiti preoccupanti. In particolare, poi, non è mai emerso alcun dato epidemiologico particolare tra i residenti della zona».
Il direttore dell’Arpa, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Lombardia, entra ulteriormente nel merito. «Negli ultimi anni sono stati svolti numerosi controlli congiunti tra Asl di Como e Arpa, e i test hanno dimostrato che non sussiste alcun pericolo radiologico all’esterno del capannone – sottolinea Giuseppe Sgorbati – Gli ulteriori interventi attualmente allo studio sono mirati solo ad aumentare il livello di sicurezza in caso di incidente, un’ipotesi remota, ma non del tutto escludibile, che possa comportare danni al capannone. Pensiamo, ad esempio, a un terremoto, una tromba d’aria o un incendio».
Al momento il materiale non può però essere spostato da Rovello Porro.
«Il materiale è ancora stoccato all’interno dell’azienda essenzialmente per l’indisponibilità di un sito nazionale idoneo al ritiro definitivo di questo tipo di rifiuti – spiega il responsabile dell’Arpa - L’operazione di messa in sicurezza è stata programmata e sarà eseguita probabilmente entro l’anno. I costi per portare all’estero i rifiuti sarebbero esorbitanti e il materiale, sistemato in contenitori già idonei anche per il trasporto, rimarrà poi nel magazzino in attesa che l’Italia individui un sito idoneo allo stoccaggio».
Esclusi comunque rischi per la salute.
«I ripetuti controlli effettuati già nel 1990 hanno dimostrato che la contaminazione all’esterno dell’azienda e il conseguente assorbimento da parte della popolazione fosse da giudicare non significativo dal punto di vista sanitario» commenta Sgorbati.
«Tutte le attività svolte finora sono state comunicate alla magistratura di Como e puntualmente seguite - conclude il direttore dell’Arpa Lombardia - L’azienda, pur non essendo responsabile dello stato di contaminazione, ha condotto con regolarità tutti i controlli radiometrici necessari per la verifica del livello di sicurezza dell’insediamento».

LA RISPOSTA DI MASSIMO BONFATTI - MONDO IN CAMMINO

In merito al comunicato stampa congiunto MIC/AIPRI cominciano ad apparire le prime risposte negazioniste, come si può rilevare dall'articolo riportato.
Ecco la mia lettera di risposta alla redazione del Corriere di Como.

"In merito all'articolo "Il cesio ci Rovello non è pericoloso" di Anna Campaniello del 4 aprile, a parte l'ossimoro del titolo (ovvero accostare il cesio alla non pericolosità), ribadisco che il vero problema è la mancanza di informazioni sull'evento.
E' su questo che vogliamo essere rassicurati. Le spiegazioni da parte di Giuseppe Sgorbati non sono sufficienti. Come dice il mio amico Scampa è come porre la domanda "Che ore sono?" e sentirsi rispondere: "Ieri ho mangiato patate".
Per chi non ha seguito la vicenda è facile rimanere interdetto. Noi che abbiamo cercato un po' di approfondire, poniamo con discrezione e umiltà una sola domanda "Quale è la verità?".
Nell'articolo c'è un passo importante. Dice Sgorbati, direttore dell'Arpa Lombardia: "I ripetuti controlli effettuati già nel 1990 hanno dimostrato che la contaminazione all’esterno dell’azienda e il conseguente assorbimento da parte della popolazione fosse da giudicare non significativo dal punto di vista sanitario".
Questa sua affermazione conferma la nostra preoccupazione, perchè i controlli sono giunti un anno dopo l'evento quando la contaminazione era già avvenuta e il fallout depositato.
Sgorbati dovrebbe, invece, dare risposte soddisfacenti proprio a quanto affermato alla stampa  nel 1990.
Dall'articolo de "La Repubblica" del 20 maggio 1990: "CESIO NEL TORRENTE 'L' ENEL GIA' SAPEVA'
MILANO Il primo allarme è scattato nove giorni fa. Sul fondo del torrente Lura, un corso d' acqua che solca le campagne comasche, ci sono tracce marcate di Cesio 137, un micidiale isotopo radioattivo. In poche ore i tecnici e gli esperti localizzano le aree più inquinate, la zona delle fonderie Premoli di Rovello Porro e Astra di Gerenzano, a cavallo tra le provincia di Como e Varese. Dopo una settimana di campionature ed analisi arriva la sorpresa: l' inquinamento radioattivo risale a 12-15 mesi fa. E sarebbe stata una confidenza arrivata dall' Enel di Caorso, con un anno di ritardo, a permettere di arrivare alla zona contaminata. Dice Giuseppe Sgorbati, uno dei fisici del Presidio di igiene e prevenzione di Milano: La notizia ci è arrivata confidenzialmente' ' e quindi informalmente dall' Enel di Caorso, alla fine del mese scorso. E' l' Enel che per legge deve effettuare monitoraggi periodici nella zona attorno alla centrale, comunicando i risultati all' Enea, l' ente di controllo. Non so se questa procedura sia stata seguita" (
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/20/cesio-nel-torrente-enel-gia-sapeva.html).
Non ci pare, quindi, di essere visionari, nè tantomeno vogliamo essere fautori di procurato allarme.
Ci auguriamo che tutto sia nella norma (per noi e per i nostri figli). Ma qualcosa non quadra. Peggio la nostra preoccupazione o la censura sull'evento? Peggio rilanciare il quesito 14 anni dopo o il silenzio tombale tenuto per 15 mesi, senza sapere quale sia stato il vero danno subito dalla popolazione? Peggio questa nostra insolenza o il pompaggio e l'utilizzo di acque radioattive, provenienti dal bacino fluviale del Lura e degli altri cointeressati, sulle colture, spandendo, spalmando e diluendo radioattività per 15 mesi, quando già si sapeva?  E' troppo volere sapere chi si è reso responsabile di questo silenzio con un atteggiamento che potrebbe essere da giustizia penale?
I conti non tornano. E' un delitto chiedere la verità?

LA RISPOSTA DI PAOLO SCAMPA - AIPRI

Alla cortese attenzione della Sig.ra Anna Campaniello.
Facendo seguito al suo “Il cesio di Rovello non è pericoloso”, mi permetto di indicarle che queste di seguito sono le domanda puntuali in merito al caso di Rovello Porro (e, francamente, i bidoni di Cesio radioattivo non c’entrano nulla).)
E’ vero come scrive l’Espresso nel 1990 che dai 600 ai 6000 Curie di cesio 137 sono andati inavvertitamente fusi ?
E’ vero come scrive l’Espresso nel 1990 che dal Lura al Lambro sono stati dispersi dai 50 ai 60 Curie di Cesio 137 che farebbero di questi corsi d’acqua delle zone proibite secondo le norme internazionali ? Dove sono le auspicate prove radiometriche che affermano il contrario ?
(Vedere p. 92 l’articolo de l'Espresso, qui tradotto in inglese.  JPRS Report, 28 August 1990, Environmental Issues. U S. Department of Commerce National Technical Information Service Springfield, VA. 22161.http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a344182.pdf)
 Se queste due cose sono vere (e non ce lo auguriamo!), dove sono andati a finire i Curie che non si trovano nè nell’acqua nè nei detriti portati a Capriano del Colle ?
 E’ vero che, come è scritto in una pubblicazione della AIEA che il cesio di Rovello Porro è arrivato fino al Po (circa 10 Curie) o i tecnici della centrale di Caorso dichiararono il falso ?
(During the latter half of 1989, just near the nuclear Power Plant of Caorso (Piacenza, Italy), an increase of Csl37 in the water of Po river was detected during routine controls. …. As the phenomena had been still continuing, in April 1990 a survey on the Po river sediments and some of its affluents started, in order to individuate, by means of a well known geochemical survey method, the origin of that contamination and to locate it. P. 157  
http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/te_0865v1.pdf)
 Hanno senso le diverse interpellanze parlamentari avvenute a proposito di questo incidente o sono dichiarazioni svianti ?
(X Legislatura - Discussioni - Seduta del 14 Maggio 1990. Ronchi, Tamino, Russo Franco e Rutelli. http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0461/sed0461.pdf
 X Legislatura - Discussioni - Seduta Pomeridiana del 15 Maggio 1990. Tagliabue, Testa Enrico, Montanari, Fornari, Benevelli, Mombelli, Bernasconi, Bianchi Beretta e Perinei.
 http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0463/sed0463.pdf
 X Legislatura - Discussioni  - Seduta del 9 Luglio 1990. Salvoldi, Mattioli e Ronchi.
http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0493/sed0493.pdf
 X Legislatura - Discussioni -  Seduta del 17 Luglio 1990. Ronchi, Tamino, Russo, Franco, Andreani. http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stenografici/sed0499/sed0499.pdf)
 Il responsabile dell’ARPA testimonia il fatto che la popolazione locale è stata contaminata. A quanto ammonta questa contaminazione definita “non significativa”? I calcoli fatti per stimare la contaminazione interna contemplano o meno l’anno 1989, dato che l’incidente è avvenuto un anno prima dell’intervento del 1990?
La fisica non è un opinione. A domande puntuali risposte puntuali!.
Saluti cordiali e salute
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Da Peacelink, sezione ecologia "Dalla Francia la Chernobyl italiana" del 03/04/13
un piccolo commento da parte di Alfonso Navarra
Mi viene francamente da dirlo, parlare di "Chernobyl italiana", come si fa nell'articolo sotto riportato, va oltre un adeguato senso delle proporzioni, anche se la denuncia è più che opportuna.
Senza voler nulla togliere alla scandalosità della vicenda di Rovello Porro (Milano), che suscita indignazione e preoccupazione, siamo però di fronte ad uno dei tanti incidenti occultati (ed ancor più spesso minimizzati) di cui è costellata la storia del nucleare, che sconta incredibilmente, tra tante altre cose, la supervisione, stabilita fin dal 1957, AIEA dell'OMS.
Un incidente di una certa gravità, ma non "maggiore", come viene tecnicamente definito un caso alla Chernobyl o alla Fukushima, in cui vanno a fondersi noccioli di grandi reattori.
Per quanto riguarda il nostro Paese c'è da stare attenti a Saluggia: "il posto più pericoloso, in Italia, per gli italiani tutti".
Altro posto in cui c'è poco da scherzare è il deposito di plutonio all'ENEA di Roma-Casaccia.
Ed, ancor più, al nucleare francese, che già gli stress test dell'UE appena conclusisi vedono 17 reattori al di sotto degli standard di piena affidabilità.
Senza contare la sciagurata decisione di Parigi di allungare di 20 anni la vita operativa degli impianti: se questa si attua è ragionevole dare per praticamente certa, prima o poi, una Fukushima francese che non risparmierà il nostro territorio.
La "Chernobyl italiana" ci verrà insomma, con ottime probabilità, senza nulla togliere alle altre "bombe ecologiche" innescate in giro per l'Europa, dalla Francia, se non diamo corpo ad una lotta comune europea per chiudere subito tutti i reattori atomici.
Quando poi avessimo ottenuto ciò, saremmo solo all'inizio del cammino per una autentica salvaguardia di popolazioni ed ambiente: il nucleare è veramente una bruttissima bestia ed una triste eredità che consegnamo alle generazioni future...
dalla URL : http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=21238

LA RISPOSTA DI MASSIMO BONFATTI - MONDO IN CAMMINO

Gentile Alfonso,
lei dice a proposito del comunicato stampa “Rovello Porro: una Chernobyl italiana alle porte di Milano?”: “Mi viene francamente da dirlo, parlare di "Chernobyl italiana", come si fa nell'articolo sotto riportato, va oltre un adeguato senso delle proporzioni, anche se la denuncia è più che opportuna”.
Non  per fare polemica, ma abbiamo volutamente citato Chernobyl e messo un punto interrogativo perché dai dati in possesso quello che potrebbe essere successo è decisamente superiore al fallout di Chernobyl in Italia e, come a Chernobyl, si dovrebbe anche trattare di zona interdetta per legge.  Se poi va a leggere gli ipotizzati becquerel che dovrebbero essere stati riversati nel Lura (e tutti gli altri dati radiometrici riportati) dovrebbe capire l’importante preoccupazione che ci ha assalito. Sappiamo di altri simili incidenti in Italia, ma nessuno – per quanto ne sappiamo - ha avuto le proporzioni di quello di cui parliamo (e ci è stato confermato da tecnici dell’Arpa!). Tenga anche conto che non abbiamo volutamente messo in circolazione altre notizie e deduzioni, per non allarmare più del dovuto (quanto riportato ci pare già sufficiente!) Parlare, poi, di “una Chernobyl” è anche voluto (ed era intuitivo!), per porre l’accento su altre “Chernobyl” di diversa portata che ci sono state in Italia. Sappiamo dei silenzi dell’AIEA, dello scellerato accordo fra OMS/AIEA (e siamo l’unica associazione italiana che da anni sostiene la petizione per l’emendamento dell’accordo del 28 maggio 1959 fra OMS/AIEA ( Rés WHA 12/40 ), vedi http://www.mondoincammino.org/index.php?name=formhumus).
Concordiamo poi con tutto il resto delle sue osservazioni, ma – mi creda –quanto riportato non va “oltre un adeguato senso delle proporzioni”; va, invece, oltre un adeguato senso delle proporzioni la mancanza di risposte da parte delle istituzioni deputate, la mancanza e l’insufficienza dei dati radiometrici, soprattutto per i 15 mesi di silenzio che precedono il maggio 1990. Mi creda: Paolo ed io vorremo sbagliarci e saremmo contenti che fossero sbagliati i precedenti dati da cui abbiamo tratto le informazioni; vorremmo ricevere dati inconfutabili in grado di minimizzare o annullare le nostre ipotesi derivate dagli unici dati fonte di dominio pubblico. Meglio un falso allarme che un’omissione! Ma non vorremmo che fossero dati taroccati e le solite minimizzazioni dell’AIEA (o del nucleare)“pro domo sua”. Noi siamo qui…e aspettiamo….

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