Autore Topic: Conseguenze geopolitiche elezioni ucraine sul piano interno ed internazionale  (Letto 3301 volte)

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Dossier-Policy brief

Le conseguenze geopolitiche delle elezioni ucraine sul piano interno ed internazionale
di Gregorio Baggiani*


Introduzione

L’Ucraina si trova nell’ultimo periodo al centro dell’attenzione della comunità internazionale a causa della sua importanza geopolitica e delle trasformazioni politiche che potenzialmente potrebbero ripercuotersi su tutta l’area postsovietica a seconda del fatto  che vi permanga un governo di tipo ibrido, cioè democratico-oligarchico oppure si annunci una trasformazione in senso più compiutamente democratico secondo il modello europeo occidentale. Il quadro complessivo è particolarmente complicato a causa del retaggio storico e culturale del Paese e anche per le numerose implicazioni geopolitiche  riguardanti questo Paese al confine tra due diverse aree culturali e politiche che vi si incontrano.
Le elezioni del 7 febbraio scorso hanno decretato la vittoria  di Viktor Yanukovich. Questi ha ottenuto la vittoria per un margine del 3,5% su scala nazionale e con una percentuale più elevata nelle zone meridionali ed orientali del Paese. Si sono avute  voci di brogli a favore di Yanukovich in alcune circoscrizioni  elettorali dell’est, basati sulla minaccia agli elettori della possibile perdita  del posto di lavoro se non avessero ottemperato alle istruzioni ricevute, ma queste accuse non  hanno trovato pressoché alcun riscontro a livello internazionale.
Il governo ucraino si trova ora di fronte al compito di fare affluire nelle casse dello Stato ucraino il necessario prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale che consentirebbe di tamponare la grave crisi economica che il Paese attraversa da alcuni anni a questa parte. Una possibile impasse politica andrebbe quindi giocoforza a danno di Yanukovich che si vedrebbe costretto a non potere mantenere la promessa fatta in campagna elettorale di aumentare i salari dei lavoratori a causa della mancanza di fondi, con il rischio di un aggravamento della situazione economica  generale e quindi di una  rapida crescita del malcontento popolare. Il tempo lavora quindi a suo sfavore e su questo può quindi contare la sua  dichiarata avversaria Yulia Timoshenko, ora all’opposizione. Nei prossimi mesi sarà possibile osservare quale sarà l’esito della lotta tra i due acerrimi avversari, da cui dipende la stabilità politica del Paese ed anche la collocazione strategica dell’Ucraina sul piano internazionale, al di là delle reiterate dichiarazioni da parte dei candidati presidenziali di equidistanza rispetto ai maggiori attori presenti sulla scena internazionale, in particolare rispetto a Russia, Stati Uniti ed Unione Europea. Il Paese, più esteso della Francia, si trova quindi nella condizione di un difficile equilibrio tra esigenze di politica interna e di collocazione strategica sul piano internazionale, in una sorta di  complessa interazione tra fattori interni ed internazionali che il Presidente Yanukovich, dovrà necessariamente tenere  nella dovuta considerazione. In primis vi è in prospettiva la questione della futura adesione del Paese all’UE, questione che appare al momento al di là da venire,  con l’adesione a data da definire, condannando perciò l’Ucraina ad un eterno limbo che non può che danneggiarla anche sul piano interno perché, come è noto, le conditionalities poste dall’UE per l’adesione di uno Stato all’Unione obbligano quello Stato ad una politica di rigore economico ed anche ad una maggiore trasparenza del processo politico. E’ quindi evidente che una condizione di caos politico non aiuterebbero affatto l’introduzione di riforme capaci di fare uscire il Paese dalla crisi economica in cui si trova attualmente, rinviandone perciò a data indefinita la sua possibile adesione alla UE. Alcuni commentatori, tra cui l’importante settimanale britannico Economist, suggeriscono che l’Europa farebbe meglio a  mettere in atto una politica che permetta alla popolazione ucraina di conoscere meglio la realtà europea, ad  esempio attraverso le varie “European House” che sono presenti in Georgia od in altri Paesi ex sovietici dell’Asia Centrale, piuttosto che rivolgersi esclusivamente alla classe politica ucraina, spesso indifferente alle reiterate raccomandazioni di trasparenza politica ed amministrativa provenienti da Bruxelles. Ciò in particolare per quanto riguarda le numerose collusioni tra politica ed affari e che riguardano anche lo stesso Presidente Yanukovich,  principale protettore politico di un importante uomo di affari di Donetsk, Rinat Ahkmetov, proprietario di acciaierie ed impianti per l’estrazione del carbone. L’Unione Europea insiste infatti per il rispetto e l’applicazione della legge e quindi per un superamento dell’attuale stato di diffusa corruzione che caratterizza generalmente gli stati postsovietici, corruzione che impedisce o rallenta un sano e virtuoso sviluppo economico basato sul rispetto della  medesima. E’ infatti noto che le attività produttive ed in generale un sistema economico può crescere e svilupparsi solo se è assicurato il rigoroso rispetto della legge. Ciò è valido in particolare per Paesi che, come l’Ucraina, a differenza della Russia, non dispongono di ingenti risorse energetiche, ma soltanto di un’agricoltura in potenza prospera, di industrie di buona qualità collocate principalmente nell’est, di un ottimo livello di istruzione della popolazione e di un buon potenziale turistico. Al momento attuale il principale problema dell’Ucraina rimane la sua stabilità politica e la concreta attuazione di riforme economiche che contribuiscano a risolvere la crisi economica in cui si trova attualmente il Paese. Esse, a loro volta,  influenzano il suo orientamento in politica estera e quindi la sua collocazione internazionale, tra una Russia nuovamente assertiva ed un’Unione Europea che mette continuamente in atto nei suoi confronti una politica dilatoria per quanto riguarda una sua eventuale futura adesione. Ciò non può avere che conseguenze economiche molto gravi per un Paese stretto tra il potenziale ricatto energetico da parte della Russia ed una politica  esasperatamente attendista da parte dell’Unione Europea, poiché il costo delle importazioni energetiche dalla Russia si rivela molto pesante per il  bilancio statale ucraino, mente le importazioni UE si rivelano molto care per l’economia ucraina, in particolare per quanto riguarda il settore agricolo che non versa affatto in buone condizioni anche a causa degli alti costi delle suddette importazioni di prodotti destinati al settore agricolo ucraino. Dal punto di vista strettamente politico, l’Unione Europea spinge in Ucraina a favore di un cambiamento sistemico, mentre la Russia per comprensibili ragioni, vi è decisamente contraria perché teme l’esportazione di un tale sistema anche all’interno delle proprie frontiere e quindi la trasformazione  dell’Ucraina da “economic oligarchy led State” ad uno Stato effettivamente democratico secondo il modello europeo occidentale, pur con le necessarie limitazioni che anche questa definizione inevitabilmente comporta. La sconfitta della corruzione si rivela importante anche dal punto di vista dell’attrazione degli investitori esteri che altrimenti non hanno alcun incentivo ad investire in Ucraina perché verrebbero messi a rischio i loro investimenti non abbastanza tutelati dal punto di vista giuridico e politico contro la corruzione e la paralisi politica che impedisce il regolare funzionamento delle istituzioni statali ucraine.

1.La questione della base navale russa di Sebastopoli nell’ambito dell’equilibrio strategico regionale e continentale ed il ruolo della NATO
In questo già difficile contesto, si inserisce la delicata questione della base navale russa di Sebastopoli il cui affitto scade nel 2017 e che non ha  mancato nel corso degli anni di generare  gravi tensioni tra i due Paesi, tensioni che hanno toccato il loro culmine durante la crisi georgiana dell’agosto 2008 quando l’allora Presidente ucraino Yushenko tentò di bloccare il movimento della flotta russa che si muoveva verso la Georgia per appoggiare le truppe russe impegnate in combattimento. La  irrisolta questione di Sebastopoli  preclude anche per il futuro ogni residua possibilità di adesione dell’Ucraina alla NATO. E’ evidente che in Ucraina si gioca il futuro della sicurezza in Europa, sicurezza che è al centro della recente proposta del Presidente russo Medvedev per un nuova concezione della stessa in Europa poiché la Russia resta estremamente sensibile, forse anche per traumi bellici subiti in passato, nei riguardi di un ulteriore allargamento della NATO a ridosso delle sue immediate frontiere. Vi sono ovviamente meno problemi da parte della Russia se  l’Ucraina, invece di aderire  alla NATO, aderisse  ad un’organizzazione non militare come la UE, pur mandando definitivamente in pezzi l’idea russa di ricostituire una sorta di mercato comune integrato postsovietico che comprenda Ucraina, Russia, Kazachistan e Bielorussia. E' comunque evidente che, sebbene la Russia non sia pregiudizievolmente ostile all'Unione Europea quale entità politica sovranazionale, un'eventuale adesione dell'Ucraina alla UE la sottrarrebbe definitivamente ad un tentativo di reintegrazione nell' "orbita di influenza" russa. In più, dal punto di vista di Mosca, avvicinerebbe pericolosamente lo "spettro" di una rivoluzione democratica in un paese di cultura slava ortodossa con essa strettamente imparentato, con gli importanti effetti osmotici di trasmissione della democrazia e dei suoi valori , il cosiddetto “effetto di trascinamento” che, è facile prevedere, Mosca non gradirà particolarmente. A ciò possiamo aggiungere le inevitabili perdite economiche che l'economia russa subirebbe  nel caso in cui l'Ucraina, ed in particolare la sua parte orientale, aderisse all'Unione Europea. Infatti lo status giuridico delle imprese russe che operano in Ucraina cambierebbe radicalmente rispetto ad ora in cui  esse godono di un regime fiscale a loro piuttosto favorevole in presenza di un confine interstatuale relativamente permeabile che facilita i commerci ed il movimento delle persone in una regione ucraina di confine, il Donbass, in cui l'importanza degli investimenti russi è immediatamente percettibile ed ha conseguenze politiche facilmente intuibili, tanto più in un contesto di prossimità culturale tra la parte orientale dell'Ucraina e la Russia stessa. L’Ucraina riveste per i russi un importante ruolo non solo strategico, ma anche culturale, in quanto condivide con la Russia anche  le  radici culturali e la medesima confessione ortodossa. Anche per questo motivo religioso-culturale la maggior parte dei russi, ma anche degli stessi ucraini, non approva una sua eventuale adesione alla NATO, vista essenzialmente come un’emanazione minacciosa degli Stati Uniti e della loro aggressiva politica estera orientata in senso fondamentalmente antirusso Per di più essa viene rafforzata anche dalla presenza di una nutrita comunità di oriundi ucraini occidentali stabilitisi negli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra mondiale, (quando i territori ucraini occidentali, allora appartenenti alla Polonia, furono annessi all’allora ex Unione Sovietica) ed orientati generalmente in senso filoccidentale ed antirusso. Questa funzione dell’Ucraina di  Paese di transizione tra Europa occidentale e mondo slavo-ortodosso,  è d’altronde ben evidenziata in Ucraina occidentale anche sul piano religioso dalla presenza della Chiesa uniate, ortodossa nella liturgia, ma  obbediente alla Chiesa di Roma.
Sul piano geopolitico resta diffusa in Ucraina, in particolare in quella  sudorientale, una percezione della NATO legata essenzialmente agli archetipi risalenti alla Guerra Fredda che, viceversa, non ne comprende la valenza antiterroristica, di sicurezza od altre minacce alla sicurezza. Tra queste possiamo comprendere la presenza di “Stati falliti” come ad esempio la Transdnistria, confinante ad occidente con l’Ucraina e motivo di preoccupazione per la comunità internazionale a causa dei loschi traffici che vi si svolgono pressoché impunemente. L’appoggio della Russia per motivi strategici alla Repubblica autonomista transdnistriana si rivela  determinante  per la sua sopravvivenza politica e proprio questo fatto dovrebbe portare l’Ucraina ad appoggiarsi alla comunità internazionale per risolvere in sede diplomatica e politica l’annosa questione dell’enclave russofona distaccatasi agli inizi degli anni ’90 dalla Moldova. La possibile, quanto al momento lontana, adesione dell’Ucraina alla NATO non manca di allarmare seriamente la Russia e non  gode dell’assenso di una buona parte della popolazione ucraina, in particolare nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina, storicamente ed economicamente maggiormente legate alla Russia fin dai tempi di Caterina II. Ciò vale in particolare per  la Crimea, ceduta da Chruscev dalla Russia all’Ucraina soltanto nel 1954 ed abitata quindi prevalentemente da russi. All’epoca dell’Unione Sovietica si trattava soltanto di un cambiamento amministrativo all’interno dello stesso Stato, mentre ora la Crimea, pur godendo di uno status di ampia autonomia, si trova all’interno di un altro Stato, fatto che non ha mancato in passato di creare alcune serie tensioni tra  Ucraina e Russia.
 A questo fattore interno all’Ucraina, si somma anche la apparentemente minore aggressività ideologica e geopolitica dell’Amministrazione Obama che si dimostra meno interessata di altre Amministrazioni statunitensi del passato a circondare la Russia mediante una serie di Stati a lei irrimediabilmente ostili, perseguendo quindi un programma di accerchiamento militare che tuttora preoccupa molto i dirigenti civili e militari russi. Essi sono consci della sostanziale impreparazione del loro esercito in confronto a quelli delle maggiori potenze occidentali e della crescente importanza strategica del controllo delle vie energetiche a causa della scarsa competitività dell’economia russa in altri settori economici rispetto a quella delle maggiori potenze mondiali.
L’Ucraina comunque rimane importante per gli Stati Uniti, ed in particolare per la NATO, organizzazione di cui detengono de facto la leadership, non soltanto in funzione del progetto di accerchiamento della Federazione Russa, ma  soprattutto quale  Paese chiave per il controllo dei traffici provenienti dal Caucaso e anche dal punto di vista politico-economico quale trampolino di lancio soprattutto verso il Medio, ma anche verso l’Estremo Oriente. Nell’ambito della strategia statunitense l’adesione dell’Ucraina andrebbe a completare l’arco delle alleanze che, oltre alla Turchia, si rivelano essenziali per una proiezione della NATO verso il Medio Oriente in funzione della protezione degli interessi energetici occidentali, ma anche in funzione anticrisi e di dialogo e collaborazione con il mondo islamico moderato, progetto geopolitico che però, su un altro versante, non trova concorde, o perlomeno piuttosto tiepida l’Unione Europea, pur nell’articolazione delle diverse posizioni al suo interno. Questa differenza nelle posizioni tra Unione Europea e Stati Uniti rende evidente quanto le rispettive visioni geopolitiche siano ancora distanti.
A questa parziale diminuzione di ostilità ideologica e geopolitica nei confronti della Russia da parte dell’Amministrazione statunitense si aggiunge la contrarietà o l’attendismo dei maggiori alleati europei occidentali come Italia, Francia, Gran Bretagna e soprattutto la Germania che non vedono  in alcun  modo l’urgenza e la necessità di estendere anche all’Ucraina la copertura militare della NATO, ben sapendo che ciò comprometterebbe seriamente, e forse irrimediabilmente, la collaborazione  economica e politica con Mosca, in particolare per quanto riguarda il delicato dossier afgano, caucasico o quello iraniano in cui la collaborazione russa può rivelarsi determinante. Diverso atteggiamento assumono invece alcuni Paesi est europei, in particolare la Polonia, che premono tradizionalmente per un allargamento della NATO anche all’Ucraina,  considerato Stato cuscinetto tra l’Europa e la Russia, percepita da alcuni Stati dell’est, a torto o  a ragione, come una potenziale minaccia per gli Stati circostanti. Che si tratti di realtà oggettiva, di proiezione psicologica o di esperienza storica sedimentatasi nel corso dei secoli che presuppone un cieco determinismo non è dato qui di  discutere. Si evidenzia  comunque chiaramente che la paura di un’aggressione militare è comunque speculare sia in Russia che negli altri paesi esteuropei. Ciò evidenzia  come nell’Europa orientale la Storia (con le sue pesanti ombre) continui a esercitare una notevole influenza, mentre in Europa occidentale essa è perlopiù slegata dal dibattito politico su tematiche di attualità. Da ciò si deduce però facilmente come la comunità internazionale sia divisa nei confronti delle politiche da adottare verso l’Ucraina, siano esse di breve o di lungo periodo.

2.La politica interna di Yanukovich
Sul piano interno, il voto popolare che ha premiato Yanukovich indica quindi un desiderio da parte della popolazione di una ripresa economica di cui il Paese ha fortemente bisogno, ma anche di un allontanamento dalle politiche accesamente antirusse messe in atto dall’ex Presidente Yushenko, rappresentante di un’Ucraina occidentale connotata da un forte nazionalismo e mossa da sentimenti esacerbatamente antirussi basati sulla storia del secolo scorso (Holodomor, la carestia provocata artificialmente dai sovietici negli anni Trenta del secolo scorso per soffocare l’irredentismo ucraino, la ambigua resistenza antisovietica degli ucraini occidentali a fianco degli invasori nazisti durante la Seconda Guerra mondiale, la russificazione forzata dal punto di vista linguistico e culturale durante l’epoca sovietica etc.) che non tengono  sufficientemente conto dei sentimenti e degli interessi della parte orientale e meridionale del Paese. E’ evidente che la politica della memoria riveste un ruolo importante nella coscienza nazionale  ucraina ma, che al tempo stesso, non è saggio né  politicamente opportuno strumentalizzarla per fini politici antirussi. L’ex Presidente Yushenko, recentemente  pesantemente penalizzato dagli scarsi risultati elettorali ottenuti, ha infatti in più occasioni richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale  con azioni visceralmente antirusse,  non condivise dagli altri principali attori della scena politica ucraina, che hanno invece messo in atto una politica connotata da una minore emotività e da un maggiore pragmatismo nei confronti del vicino orientale. Ciò soprattutto nell’ottica degli essenziali rifornimenti energetici di cui l’Ucraina ha bisogno per mandare avanti il suo apparato industriale e anche l’indispensabile riscaldamento delle utenze private. Da ciò si evince il  notevole potenziale di ricatto politico ed economico che la Russia può esercitare nei confronti del suo vicino occidentale. Oltre al ricatto energetico, la Russia può fare ricorso all’utilizzo delle minoranza russe e russofone presenti in Crimea e nella parte orientale del Paese, eventualità che in una qualche misura turba  il governo di Kiev poiché esse, se opportunamente sobillate dal governo russo, potrebbero rivendicare l’indipendenza e chiedere l’annessione alla Russia, fatto chiaramente assolutamente inaccettabile per il governo ucraino. E’ una fortuna che finora la Russia si sia astenuta dal ricorrere a questo atto estremo che potrebbe provocare gravissime conseguenze a livello internazionale.
Il nuovo Presidente Yanukovich tenterà perciò  nei prossimi mesi di inaugurare una politica di equidistanza tra Russia, Europa e Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale, cercando di sfruttare al massimo le opportunità che gli verranno offerte, senza per questo legarsi eccessivamente ad uno od all’altro interlocutore statuale o istituzionale che gli porrà necessariamente delle condizioni più o meno stringenti. Il  presumibile gioco di Yanukovich sarà quindi quello di alzare il più possibile la posta tra i diversi contendenti interessati ad esercitare un’influenza determinante in Ucraina, senza però lasciarsene condizionare oltre una certa misura. È probabile che Yanukovich porti avanti un forte riavvicinamento con la Russia motivato su basi essenzialmente pragmatiche, senza però precludersi la possibilità di avviare rapporti di fattiva collaborazione con l’Unione Europea in vista di una, seppur lontana nel tempo, adesione dell’Ucraina a quest’ultima. Egli si rivelerà senz’altro un accentratore del potere nelle sue mani, anche se finirà per concedere un qualche margine di autonomia a ministri  tecnicamente capaci oppure a propri protetti dalle non sempre eccelse qualità di governo. Si può, a ragione, seriamente dubitare delle credenziali democratiche di Yanukovich, ma si può ritenere con una certa sicurezza che egli intenderà pragmaticamente introdurre alcune riforme al fine di migliorare la competitività economica del Paese. Forse anche lo stesso big business dell’est che lo appoggia potrebbe ritenere necessario l’aumento del tasso di legalità all’interno del Paese, sia per aumentare il grado di competitività economica del sistema nel contesto internazionale, sia soprattutto per aumentare il grado di sicurezza giuridica dei propri beni  ed il loro valore di mercato internazionalmente riconosciuto. Come molti altri leader postsovietici, Yanukovich non è certamente nell’intimo un fervente sostenitore della democrazia, tuttavia è sufficientemente dotato di istinto politico da adottare, del tutto strumentalmente, misure che incidentalmente vanno nella direzione di una maggiore trasparenza del sistema economico ucraino, al fine di ottenere una ripresa economica che consenta all’Ucraina di ottenere prestiti dalle maggiori istituzioni internazionali occidentali e anche dagli Stati comunque interessati alla stabilità geopolitica dell’Ucraina e che quindi non gli faccia perdere in tempi piuttosto brevi la popolarità acquisita con la vittoria elettorale dello scorso febbraio, ma per mantenere il consenso sul lungo termine, Yanukovich tenderà a mantenere immutate le tradizionali logiche assistenzialiste e di poca trasparenza dell’amministrazione pubblica, cioè non toccherà la burocrazia statale per non alienarsene le simpatie a discapito della cittadinanza.
Egli, presumibilmente, porterà avanti anche una promozione della lingua russa al rango di seconda lingua ufficiale dello Stato dopo l’ucraino, esaudendo così un sentito desiderio della numerosa popolazione russa o russofona presente in Ucraina, cifra che secondo alcuni esperti ammonterebbe al 30-40% della popolazione ucraina.
La questione linguistica in Ucraina è, solo apparentemente, di trascurabile importanza,  ma costituisce invece un indicatore preciso dell’elaborazione della questione nazionale che nel caso ucraino continua rimanere piuttosto ambigua, a volte addirittura problematica, soprattutto inscindibile dall’orientamento politico assunto dal Paese nell’ambito del contesto internazionale. Una  gestione equilibrata della questione linguistica  presuppone un raggiunto equilibrio della questione nazionale, troppo spesso oscillante tra un nazionalismo ucraino-occidentale esasperatamente antirusso ed una compresente tendenza antagonista a volere stringere legami troppo stretti con il vicino orientale a causa dei forti legami economici e culturali esistenti tra Russia e la parte orientale e meridionale dell’Ucraina. Il fatto che Yanukovich tenga i suoi discorsi presidenziali esclusivamente in russo è indicativo di come questo equilibrio non sia stato ancora raggiunto.
 Comunque sia, è indubbio che la vittoria di Yanukovich ha posto per  molti anni fine alla fase storica delle “rivoluzioni arancioni” nell’ambito dello spazio postsovietico, sostituendole con un governo accentratore ed autoritario, interessato a introdurre modifiche in senso democratico a fini prevalentemente estetici o, più concretamente, per realizzare un maggior grado di  efficienza amministrativa e  quindi di modernizzazione economica del Paese che sia in grado di competere a livello internazionale. Sarà una modernizzazione economica avalutativa rispetto ai valori democratici, calata dall’alto dall’”uomo forte” al governo in cui  archetipicamente si  identifica una componente rilevante della società ucraina, senza che essa stessa nel suo complesso possa evolversi liberamente in senso democratico attraverso un costante feedback tra cittadinanza ed istituzioni che dovrebbero efficacemente rappresentarla. Si protrarrà ancora quindi nel tempo, coniugato con una qualche forma di  superficiale modernizzazione economica, l’autoritarismo di fondo connesso ad una forma di paternalismo con sfumature populiste, rafforzato al tempo stesso da uno sterile assistenzialismo nei confronti di un tessuto industriale ormai irrimediabilmente obsoleto che ha caratterizzato le società postsovietiche negli ultimi  due decenni. Ciò risulta dannoso anche per il debole senso di imprenditorialità della popolazione che, almeno per quanto riguarda le generazioni più anziane e meno istruite come pensionati, operai e contadini continueranno a guardare alla politica autoritaria di Yanukovich e del suo poco raccomandabile entourage politico-clientelare con un misto di tradizionale, atavica diffidenza e di mal riposte, quanto illusorie, aspettative in un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Condizioni  che spesso andranno inevitabilmente deluse perché basate unicamente su promesse populiste non fondate su un reale rinnovamento del sistema economico e politico nell’ambito del competitivo sistema economico internazionale che mal tollera una società rurale ancora per alcuni aspetti legata a valori collettivi e dipendente dall’intervento dello Stato per la sua sopravvivenza. Proprio la nascita di una borghesia imprenditoriale è connessa ad un maggiore sviluppo della democrazia poiché essa ha bisogno di un sistema economico funzionale e di regole certe che sono alla base del corretto funzionamento dell’economia di mercato. La passività politica di molti cittadini dello spazio postsovietico è in una qualche misura attribuibile all'atteggiamento di diffidenza  verso la politica e l'ideologia introiettato durante il periodo sovietico ed anche alla volontà di  molti cittadini  di rinchiudersi nella sfera privata per tentare di raggiungere un limitato benessere dopo le difficoltà economiche che hanno caratterizzato l'area nel periodo seguito alla fine dell'Unione Sovietica nel 1991. Anche il fatto che il sistema comunista tendesse a guidare ed a deresponsabilizzare il cittadino ha sicuramente influito su quest'atteggiamento di sostanziale disinteresse  della  maggior parte della popolazione degli stati postsovietici nei confronti della politica e della democrazia. In questa differenza si rispecchiano le due anime del Paese, quindi anche la sua divisione sociale e culturale: una parte, spesso meno istruita ed anziana, è infatti più intimamente tradizionalista e ancora legata ad una visione del mondo essenzialmente sovietica e quindi statalista, l’altra più giovane, dotata di istruzione tecnica e più aperta al mondo ed alla modernizzazione economica di tipo europeo-occidentale che si è espressa maggiormente in favore dell’ex candidata presidenziale Timoshenko. La domanda pressante  che viene da parte della popolazione è infatti quella di aumentare stipendi e pensioni ma, sul come ottenere  ciò, è lasciato spesso interamente a formule  vaghe e populistiche di cui  Yanukovich è stato particolarmente abile ad approfittare. In Ucraina, è importante ricordarlo, esiste ancora una numerosa popolazione rurale, generalmente poco informata sulle reali questioni politiche e che perciò vota sulla base della fiducia ispirata dal candidato più che sulle sue reali competenze politico-amministrative od il suo programma di governo illustrato durante la campagna elettorale. Un sistema economico e politico ha però bisogno del rispetto di regole formali e proprio questo elemento si rivelerà assai problematico per il governo di Yanukovich, con le gravi conseguenze di medio e lungo periodo che è lecito attendersi da questo stile di governo autoritario e caratterizzato da un sostanziale disprezzo per le regole formali delle procedure amministrative e di governo. In Yanukovich si rispecchia perfettamente la antica tradizione slava dell’autocrate, dell’uomo forte come vediamo anche in Bielorussia ed in Russia, dell’archetipo del “silny celovek” che decide in base al suo istinto, alla sua volontà politica ed in  totale spregio delle regole formali vigenti. Si assiste in Ucraina ad una forte personalizzazione della politica. Essa viene quindi intesa non più come l’applicazione da parte di un uomo politico di una serie di regole formali ed istituzionali che regolano l’attività di governo, ma  come il potere di un uomo solo al comando e del suo entourage che ne condivide e ne attua meccanicamente le decisioni nell’ambito di un rapporto di fedeltà personale o clientelare. E’ il carisma personale che fa di Yanukovich in primis un capo, più che un capo di governo che prende le sue decisioni politiche rispettando le procedure formali di governo. Del resto, Yanukovich non possiede una  rigorosa formazione accademica di tipo economico come la sua ex avversaria, (l’ex primo ministro Yulia Timoshenko, recentemente sfiduciata e estromessa dall’attività di governo), per cui  il suo notevole istinto politico e la sua altrettanto notevole forza caratteriale sono le uniche risorse su cui può contare realmente nella sua attività di governo. Gli unici elementi che avranno la concreta possibilità di influenzare il governo autoritario e accentratore di Yanukovich saranno perciò persone, in particolare l’attuale primo ministro ed ex ministro dell’economia Sergej Tihipko che godranno della fiducia di Yanukovich, ma soprattutto dotate di una forte expertise in campo amministrativo ed economico-finanziario che ne rendono imprescindibile l’operato.
In questo contesto, i tecnici al governo sono quindi gli unici che potrebbero spingere in favore di una possibile razionalizzazione del sistema economico ucraino, caratterizzato, come è noto, da una forte collusione tra politica ed oligarchia economico-industriale, residente soprattutto nell’est dell’Ucraina. Un governo di tecnici economicamente responsabile avrebbe perciò l’effetto di tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale ed i rispettivi governi e soprattutto gli investitori internazionali sulle possibili derive populiste o filorusse di Yanukovich. Questi ha tutto l’interesse a conservare il consenso popolare anche a costo di procrastinare impopolari riforme economiche altrimenti indispensabili per la salute economico-finanziaria dell’Ucraina, oppure, al medesimo scopo, ad accettare aiuti economici o politici dalla Russia che inevitabilmente richiederebbero una pesante contropartita come la gestione della politica estera o economica del Paese, in particolare per quanto riguarda le sue industrie o la sua rete di gasdotti in cui la compartecipazione russa aumenterebbe notevolmente.

* Gregorio Baggiani. Laurea e Dottorato in Storia Contemporanea con indirizzo Storia delle Relazioni Internazionali. Assistente universitario presso Università Roma Tre in materie storiche contemporaneistiche relative all'Europa Orientale ed alla Russia.Osservatore elettorale OSCE e collaboratore sito di politica internazionale "Politicaestera.info"diretto da Franz Gustincich. Editorialista della rivista online "Lettere Internazionali" de "Il Mulino". E' socio di MONDO IN CAMMINO.  http://centrostudieuroasiatici.wordpress.com/
« Ultima modifica: 22 Mag 10, 09:27:59 am da Administrator »