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Autore Discussione: IL PAESE DELLE APPARENZE  (Letto 588 volte)
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« inserito:: 12 Nov 09, 22:07:59 »

IL PAESE DELLE APPARENZE
Report missione Caucaso primi di novembre 2009
di Massimo Bonfatti

C’è qualcosa che unisce Vladikavkaz, Nazran, Grozny? In 200 km. tre repubbliche, tre presidenti diversi, tre etnie maggioritarie diverse.
Ossezia del Nord: si respira l’identificazione con la cultura russa, un autoconvincimento collettivo radicatosi negli ultimi tre secoli e che è ormai stile di vita e che relega le caratteristiche di un popolo a puro ornamento, a folclore, o che ne esalta volutamente l’antico orgoglio per compararlo a quello russo e porlo al primo posto. Ossezia del Nord: baluardo della Federazione Russa nel Caucaso Settentrionale, ma soprattutto baluardo per la sua stessa sopravvivenza.
Inguscezia: troppo debole ed angusta per pretendere l’indipendenza e la fuoriuscita dalla Federazione Russa; troppo forte l’orgoglio nazionale per impedirle di non evocare un triste passato di deportazioni, biglietto da visita e giustificazione per un dissenso controllato che sfuma in generiche accuse verso Mosca, tollerate da entrambe le parti.
Cecenia: gli eccessi della scientifica distruzione e della compulsiva ricostruzione, scelte entrambe strategiche di un potere che non può immaginare la Cecenia al di fuori della Federazione Russa e che negli eccessi cerca di mortificare o di mettere il silenziatore ad un popolo che ha la memoria lunga e che sedimenta di ricordi il proprio passato e il proprio presente per farne la storia del domani.
Repubbliche diverse e storie diverse, ma attualmente un unico paese: IL PAESE DELLE APPARENZE.
Questo è il filo rosso di congiunzione.
È una strategia sottile che sfugge ai più. Da più parti si sente parlare di cecenizzazione del Caucaso del Nord. Questa è una valutazione da macroelemento: va bene per delle disquisizioni di “politica estera” o per chi esamina da lontano o da “esterno”. Non è un errore: è semplicemente una valutazione più generica, più facilmente comprensibile, di stampo “giornalistico”.
Il termine più corretto, anche se più ostico, è: “russificazione dissimulata”.
In essa si dilava e si espande il divide et impera, il gioco delle carte fra Medvedev (che sostiene Yerkurov, presidente dell’Inguscezia) e Putin che sostiene Kadyrov (presidente della Cecenia), la strategia della tensione verso i nemici interni ed esterni…in pratica il paese reale sostituito dal paese delle apparenze che filtra e si appropria delle “verità di Mosca” e che le dissimula diversamente in ogni repubblica caucasica. Dissimulazione, sposa fedele, di volta in volta, dello scopo da raggiungere, sia nella gestione interna che esterna (vedi la “turbolenza” dell’Inguscezia, non solo come regolatore interno, ma anche come “regolatore esterno” per la contiguità con la Georgia e con lo scopo di mantenere enclavi di instabilità che rendano difficile scelte diverse di influenza geopolitica e geostrategica nel Caucaso del Sud).
La missione di inizio novembre 2009 di Mondo in Cammino è stata tutta all’insegna di questa strategia delle apparenze.
La difficoltà ad intervenire con progetti umanitari nel villaggio di Tarskoe che, dal sud della capitale osseta, Vladikavkaz, si protende verso le vette caucasiche che confinano con la Georgia, viene dissimulata dal fatto che siamo stranieri e che le autorizzazioni devono essere richieste con anticipo (anticipo che varia di volta in volta per tempistica e procedure); in realtà, nei dintorni di Tarskoe vi sono truppe scelte, costanti e segrete operazioni ed esercitazioni militari in attesa (“sperata”) di un improvviso nuovo conflitto con la Georgia.
In Inguscezia l’apparente (e anche reale, per certi aspetti) apertura del presidente Yerkurov verso i difensori dei diritti civili (eravamo nel palazzo presidenziale a Magas, mentre il presidente era a colloquio con Liudmila Aleksieva del “Gruppo di Helsinki”), come ci è stato anche confermato dai rappresentanti di Memorial di Nazran, simula il gioco del poliziotto buono (Medvedev) e di quello cattivo (Putin) o di una effettiva ed iniziale incrinatura di rapporto fra i due che porta l’uno a cercare di costruire una propria base di consenso e di supporto ed il secondo a creargli situazioni di complessità governativa (vedi lo spostamento “incanalato”, con l’aiuto di Kadyrov, dei guerriglieri dal fronte ceceno al fronte in guscio, le cadenzate “sparizioni” di civili, lo stesso attentato a Yerkurov, ecc.)?
In Cecenia il grande impulso alla ricostruzione è l’albero imponente, rigoglioso, impattante che nasconde la grande foresta di corruzione (ad imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi ed oltraggio dei diritti civili (con maggiore intelligenza criminale nella capacità e nel potere “selettivo” rispetto al passato). Una ricostruzione ed un miglioramento della qualità di vita (non per tutti) ripagati con il “silenzio” determinato non solo dalla paura di offendere il piccolo burattino del grande burattinaio, ma dal non volere più vedere e sentire gli echi di una guerra sanguinaria e distruttiva. Ma l’albero non dissimula sola la foresta, ma anche l’antipatia sempre maggiore fra le forze del FSB e le milizie di Kadyrov e le manovre (fra cui quella dell’assassinio della nostra collaboratrice Zarema Sadulaeva e di suo marito) incomprensibili, se non nell’ottica di gettare le basi e creare i casi “eccellenti” per lo spodestamento del “ras”, qualora si renda improvvisamente necessario (con buona pace di uno dei due duellanti o con pieno accordo fra i due). Ed i tempi, secondo alcuni, sembrano che stiano maturando.
E noi che ci stiamo a fare? Noi, piccola associazione….
Sembra quasi impossibile, ma c’è un senso alla nostra presenza nel Caucaso del Nord, soprattutto in Ossezia, Inguscezia e Cecenia.
Va oltre alla nostra intrinseca convinzione di essere presenti laddove va il nostro interesse; va oltre ai nostri ostinati sforzi di volere costruire microprogetti e percorsi indirizzati alla riconciliazione interetnica ed interreligiosa.
DOBBIAMO ESSERCI, DOBBIAMO ESSERE PRESENTI, nonostante la grande fatica di questa ultima missione, nonostante il senso di disagio e malessere che ancora mi porto addosso. DOBBIAMO TORNARCI.
Siamo un piccolissimo cuneo per impedire che la porta del Caucaso si chiuda definitivamente; un piccolissimo cuneo per riuscire ad aprirla se sarà necessario o per ampliarne la luce. Quella luce che permette di guardarci in faccia reciprocamente: noi e gli abitanti cristiani e musulmani della zona contesa del Prigorodni (fra Ossezia del Nord ed Inguscezia); noi e gli studenti universitari di Nazran; noi e gli amici di Memorial di Nazran e Grozny; noi e i parenti delle persone scomparse; noi e gli amici di Ylias; noi e “Salviamo la generazione” di Grozny; noi e le bambine ed i bambini vittime di mina; noi e le mamme dei figli fuggiti in montagna; noi e la famiglia di Shakhman; noi e quella parte di  istituzioni disposte a qualche forma di collaborazione…
Ci torneremo in primavera, forse con una delegazione di imprenditori della provincia di Vercelli.
Un’opportunità, perché la pace passa anche attraverso l’economia.
Cercheremo di esportare un’economia etica che si inserisca in un quadro normativo/legislativo chiaro e che, in qualche modo, possa contrastare il potere corruttivo e corruttore dei clan dominanti. Un’economia di giustizia per quella giustizia che in alcune repubbliche non riesce ad attecchire e che sarà la cartina di tornasole su cui si giocheranno i veri processi di pacificazione e normalizzazione sociale o su cui si addenseranno fosche nuvole di nuovi conflitti.
Impresa molto difficile, forse un ennesimo ritorno a casa amaro.
Dobbiamo, però, tentare perché questo vuole intimamente e di questo ha bisogno la gente comune e perché senza tentativi di cambiamento, il cambiamento non può avvenire.
E poi come volontari ed idealisti ci possiamo permettere, ancor più di altri, il lusso di aspirare a qualcosa di nuovo, anche se sembra irraggiungibile. Senza rinunciare alla organizzazione, alla disciplina, alla perseveranza ed all’analisi delle situazioni che si presentano di fronte, ma anche senza rinunciare a cercare nuove modalità e nuove vie d’uscita nella realtà caucasica, consapevoli che la creatività, i sogni e la ostinazione sono nostri grandi alleati.
L’unico aiuto che chiediamo a tutti è di sostenerci e collaborare nel tenere quel cuneo saldamente piantato negli infissi della porta Caucaso: porta socchiusa come speranza per questa nostra comune Europa e monito ed aiuto a non chiudere gli occhi con una indifferenza che ormai ha superato il limite.

>>>NEWS DALLA MISSIONE DI MIC IN CAUCASO OTTOBRE-NOVEMBRE 2009
« Ultima modifica: 13 Nov 09, 09:07:49 da Administrator » Registrato
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