Il Nucleare in Italia: I porti italiani a rischio nucleare

La propulsione nucleare navale

L’uso dell’energia nucleare in ambito militare non si è limitato nel corso degli anni alla produzione di armamenti di potenza devastante, che tuttora insidiano il mondo; l’energia nucleare è stata utilizzata anche per scopi meno distruttivi ma comunque notevolmente pericolosi come la propulsione di navi e sottomarini. Il pericolo consiste nel fatto che, come vedremo, l’uso dell’energia atomica in ambito militare non viene fatto seguendo i criteri di sicurezza e precauzione applicati nel campo civile, con conseguenti gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente.
Senza entrare nel merito della validità del nucleare come fonte di energia, anche i suoi fautori concordano sulla necessità di applicare tutte le misure necessarie a proteggere quanto più possibile l’ambiente e le persone.
Nel caso specifico della Marina, l’energia nucleare viene utilizzata come sistema di propulsione, però solo le navi e i sottomarini militari ne sono dotati, mentre nel civile questa possibilità è stata utilizzata solo in rarissimi casi (alcuni rompighiaccio russi e qualche sottomarino a scopo scientifico/oceanografico).

Quali sono i vantaggi della propulsione nucleare?

Fondamentalmente una prolungata autonomia e nel caso dei sottomarini la possibilità di restare per lungo tempo sommersi; ciò era particolarmente importante ai tempi della guerra fredda, perché i sottomarini nucleari potevano così garantire una presenza tattica e strategica altrimenti impossibile con i sottomarini a propulsione convenzionale (diesel).
Gli svantaggi però sono notevoli e spiegano l’assenza di propulsione nucleare nella marina civile.
Innanzitutto gli alti costi di progettazione e di produzione. Poi c’e’ il problema della gestione delle scorie e del reattore una volta decommissionata l’unità. Anche solo sotterrare un reattore (non è una bella idea ma certo migliore dei russi che ne hanno buttati molti in mare) costa di suo 15 milioni di euro.
Il secondo rilevante svantaggio della propulsione nucleare marina è la sicurezza, ovvero il garantire che non vi siano rischi ambientali dovuti all’emissione di radioattività o ad eventuali incidenti.
Purtroppo però ambedue gli svantaggi vengono fortemente ridimensionati in campo militare, dove non mancano i soldi e dove la sicurezza è subordinata ad altri interessi.
Per questi motivi dal 1953 sono stati prodotti centinaia di sottomarini nucleari e oggi ci ritroviamo con circa 150 sottomarini in giro per il mondo, svariati incidenti avvenuti, catastrofi evitate per un pelo, inquinamento radioattivo presente nei porti e nei mari dove transitano.

L’insicurezza intrinseca e i possibili incidenti

Per sicurezza intendiamo l’applicazione di tutti quei sistemi tecnologici in grado di prevenire o rimediare ai possibili problemi che possono insorgere durante il funzionamento del reattore nucleare e che possono provocare gravi ripercussioni sulle persone e sull’ambiente.
In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza obbligatori, però su un sottomarino tutto questo non è fisicamente possibile, per ragioni di spazio e di funzionalità.
Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza in nessuno dei paesi che utilizzano l’energia atomica, circolano invece liberamente nei mari.
Inoltre questi sottomarini affrontano condizioni operative pericolose per via del loro impiego militare anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento ecc ecc ) che possono comportare altri incidenti (esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale) dalle conseguenze catastrofiche per l’impianto nucleare a bordo.

Brevi cenni sul funzionamento del reattore di un sottomarino

Un reattore nucleare è un sistema notevolmente complesso che si basa sulla reazione a catena innescata dalla fissione di atomi di uranio in seguito al bombardamento di neutroni.
L’uranio rompendosi genera altri neutroni che contribuiscono a propagare la reazione (per l’appunto a catena). Il grande calore che si sviluppa, sia per la rottura dell’atomo di uranio che per l’urto con i neutroni in circolo, viene poi convogliato tramite liquido a dei generatori di vapore a sua volta convertito in corrente elettrica.
Il tutto funziona senza scambio di gas con l’atmosfera, e per questo possono essere usati sott’acqua.
Nei reattori dei sottomarini il liquido che trasporta il calore è l’acqua e per questo vengono chiamati reattori ad acqua pressurizzata (PWR).
L’acqua raggiunge temperature altissime (oltre 300 gradi) e per impedirne l’evaporazione viene mantenuta ad alta pressione (155 bar) da un pressurizzatore. Il circuito di raffreddamento primario è un anello di tubature molto resistenti (per via dell’alta pressione) che trasporta l’acqua dal nocciolo del reattore all’esterno, contribuendo sia alla trasmissione dell’energia che al raffreddamento del nocciolo del reattore.
La reazione nucleare deve essere controllata altrimenti, essendo a catena, potrebbe innescare un’esplosione o la fusione del combustibile (il nocciolo del reattore).
Il controllo avviene mediante l’inserimento di alcune barre di controllo che catturano i neutroni e impediscono che alimentino ulteriormente la reazione. L’inserimento totale delle barre porta allo spegnimento del reattore.
Il combustibile nucleare è uranio arricchito (U235) che viene sostituito ogni 7-8 anni (invece che 18 mesi come i reattori commerciali).

Rischi di incidenti

Tutto questo sistema così complesso può subire vari tipi di incidenti.
Il surriscaldamento del nocciolo (dovuto a un errato controllo con le barre o al mancato funzionamento del circuito di raffreddamento) comporta un danno del nocciolo che renderà meno efficace il reattore e una contaminazione dell’acqua di raffreddamento che poi dovrà essere in qualche modo gestita. Lo stesso reattore diventa poi problematico da gestire una volta ultimato l’uso, al punto che spesso sono stati scartati (sottoterra o sottacqua) perché era troppo costoso o rischioso rimuovere il combustibile dal reattore spento.
Un eccessivo surriscaldamento del nocciolo può portare all’esplosione del reattore o alla fusione del nocciolo; ambedue questi scenari sono catastrofici perché comporterebbero la diffusione di alti livelli di radioattività nell’ambiente circostante.
L’avaria all’impianto di raffreddamento (LOCA Loss of Cooling Accident) è un incidente pericoloso perché appunto può generare quanto sopra (il surriscaldamento del reattore) ed è difficile da gestire per via dell’alta pressione dell’acqua nel circuito primario. Per questo nei reattori commerciali di norma viene previsto un sistema di raffreddamento di emergenza (ECCS) che però non può esser implementato nei sottomarini.
Pertanto errori di progettazione sommati alla mancanza di sistemi di emergenza e all’operatività critica, rendono questi reattori delle potenziali bombe ambientali.
Gli incidenti verificatisi in questi anni sono tanti. Al momento 6 sottomarini nucleari sono in fondo al mare, 2 statunitensi e 4 russi .
Lo statunitense Tresher per cedimento strutturale mentre l’altro (Scorpion) per motivi ignoti.
Un russo (K219) è affondato per l’esplosione di un siluro, altri 2 (K8 e K278) per incendi a bordo, l’ultimo russo (K141 Kursk) per motivi ignoti.
Un altro sottomarino nucleare russo (K27) aveva il reattore danneggiato e impossibile da gestire per cui è stato intenzionalmente affondato nel mare di Kara.
Ricordiamo che i sottomarini in genere sono progettati per resistere alla pressione del mare non oltre i 500 metri di profondità, quindi possiamo immaginare cosa succede se un sottomarino affonda e finisce a profondità maggiori.
In alcuni casi i sottomarini trasportavano testate nucleari; in tutti i casi “si dice” che il reattore sia stato spento in tempo e fino in fondo
Occorre, a onore del vero, raccontare che in alcuni incidenti vari marinai russi hanno sacrificato la propria vita per spingere manualmente le barre di controllo fino in fondo e assicurare lo stop del reattore
Questi appena elencati sono i casi eclatanti, ma sono molti di più gli incidenti noti che pur senza provocare l’affondamento del sottomarino hanno però provocato una diffusione di radioattività.

L’incoscienza militare

Come se ciò non bastasse, la sicurezza operativa delle navi a propulsione nucleare è secondaria ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di presenza della flotta. Proprio questa secondarietà della sicurezza rispetto agli interessi militari rappresenta l’aspetto più inquietante e preoccupante.
Alexander Nikitin è un ex ufficiale della marina militare russa che ha fornito molte informazioni sulla produzione dei sottomarini nucleari russi e su come questa fosse condizionata dalle pressanti richieste dei militari; pur di far fronte ai tempi di consegna non venivano svolti i necessari controlli, sia al termine della produzione che durante la manutenzione.
Specifichiamo che tutto questo succedeva ai tempi della guerra fredda e non solo ora che l’economia russa è in notevole difficoltà e di conseguenza la marina militare ha subito fortissimi tagli.
Viene da chiedersi perché non dovrebbe essere così anche in occidente.
C’e’ forse più consapevolezza dei rischi ambientali nei militari occidentali che in quelli russi?
Ce lo auguriamo, però la storia sembra indicarci che i militari sono tali e quali, sia di qua che di là; gli incidenti dovuti a irresponsabilità (come lo Scorpion i cui problemi erano noti o come Tireless, della cui classe da tempo si denunciava i possibili problemi al circuito primario) e gli atti intenzionalmente lesivi dell’ambiente e delle popolazioni (si pensi all’uso dell’uranio impoverito da parte della Nato). L’elenco potrebbe diventare lunghissimo se andiamo a vedere tutti i vari campi di attività militare.
Allora forse il fatto che in Russia siano emerse queste allarmanti verità sull’uso del nucleare in ambito militare è solo per la particolare situazione in cui si trova la Russia oggi, allo sbando e con l’apparato militare che non è (fortunatamente) più in grado di nascondere l’informazione a riguardo; Nikitin stesso è stato sottoposto a pressioni e processi, dai quali solo recentemente è stato assolto però è innegabile che ora in Russia si parla molto di più di questi temi rispetto al passato.
Qui in occidente probabilmente viviamo gli stessi pericoli, ma la segretezza militare fa sì che di tutto questo non si sappia niente.

I porti in Italia

Il Mediterraneo è da sempre luogo di passaggio anche per la navi militari; negli ultimi anni poi gli eventi nei Balcani hanno ulteriormente aumentato la presenza della varie marine militari a volte impegnate in vere e proprie operazioni da guerra.
Ogni 6 mesi la flotta atlantica statunitense prevede lo schieramento di un gruppo di battaglia nel Mediterraneo, comprensivo di una portaerei, due sottomarini e altre navi da guerra. La portaerei e i sottomarini sono a propulsione nucleare e molto spesso transitano anche nei porti italiani, che per posizione e per motivi operativi sono frequentemente visitati.
Inoltre nei mari italiani si svolgono spesso esercitazione che coinvolgono tutte le navi da guerra della Nato in quel momento nel Mediterraneo.
Non è possibile conoscere con precisione i dettagli dei passaggi delle navi e dei sottomarini perché coperti da segreto militare; però sfogliando il sito della US Navy, leggendo i vari bollettini e altre informazioni tutte disponibili su internet si è riusciti a ricostruire una parte dei passaggi che è già di per sé significativa.
L’Italia ha concesso 11 porti per l’ingresso di navi a propulsione nucleare; di questi i più visitati sono due: La Maddalena e, per l’appunto, Napoli.
La Maddalena ha particolare importanza in quanto vi è dislocata permanentemente una nave in grado di effettuare riparazioni e manutenzione (anche all’impianto nucleare) ai sottomarini USA. Napoli invece sembra essere molto gradita per l’aspetto turistico.

I PORTI ITALIANI A RISCHIO NUCLEARE SONO: Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia.

I piani di emergenza

Come conseguenza alla concessione dei porti militari per il transito di navi a propulsione nucleare, sono stati approntati dalla marina militare italiana dei piani di emergenza che dovrebbero prevedere tutte le modalità operative nel caso dei vari tipi di incidenti possibile.
Sarebbe opportuno che questi piani venissero diffusi preventivamente alla popolazione, almeno parzialmente per quanto riguarda le misure organizzative che non possono certo essere attuate immediatamente, ma purtroppo questi piani sono stati classificati e così ci si trova nella palese contraddizione tra la volontà militare di mantenere il segreto su cosa succede realmente nei porti e nei mari italiani, e la necessità (stabilita dalla legge) di informazione per la sicurezza della popolazione e dell’ambiente.
Intanto dalle poche pagine dei piani di emergenza che sono state diffuse, a La Spezia occasionalmente e a Taranto su richiesta di PeaceLink, siamo venuti a conoscenza di scenari apocalittici ma sui quali le autorità competenti non sono informate (e quindi diventano incompetenti) e per di più alcune misure previste nel piano sembrerebbero inadeguate.
La situazione è quindi parecchio sconfortante: sottostima dei reali rischi, militari preoccupati solo di nascondere, disinformazione, violazioni della legge, autorità non competenti.

La misurazione dell’inquinamento

Per completare il quadro sconfortante restano da valutare gli effetti di questo andirivieni di sottomarini nucleari. Indipendentemente dai possibili incidenti, il sistema di propulsione dei sottomarini rilascia nel mare dei radionuclidi che aumentano col tempo e sono rilevabili sia nell’acqua che nei sedimenti marini.
Il valore della loro presenza è spesso ritenuto “al di sotto della soglia”. E’ però ben difficile stabilire una soglia al di sotto della quale ci si può ritenere tranquilli, ma soprattutto non è la presenza puntuale di radionuclidi in un ambito che è pericolosa. La complessità dell’ecosistema marino e costiero, unità alla varietà dell’alimentazione e della vita umana, rendono molto difficile valutare gli effetti molteplici che si hanno sulla salute dell’essere umano, sia perché si tratta di un insieme enormemente complesso sia perché l’ambito temporale è notevole e purtroppo gioca tutto a favore dell’inquinamento radioattivo (i radionuclidi hanno tutti tempi molto lunghi di dimezzamento, ovvero di perdita delle proprietà radioattive). Purtroppo non mancano i casi in campo militare di clamorose sottovalutazioni degli effetti ambientali delle operazioni militari, con gravi rischi sia per la popolazione che per i militari stessi. Si pensi alla sindrome del golfo e a quanto sta succedendo del Kosovo bombardato con uranio impoverito.
In merito alla misurazione dell’inquinamento, occorre segnalare una grave carenza metodologica.
L’approccio alla valutazione del rischio ambientale resta fortemente riduzionista, basandosi solo sulla presenza dei radionuclidi nell’acqua o nei sedimenti.
In realtà si potrebbe avere una valida analisi della situazione ambientale utilizzando dei bioindicatori, ovvero organismi presenti in ambito marino o anche terrestre e che assorbendo i radionuclidi per varie vie possono rappresentare un valido segnale per comprendere come i radionuclidi arrivano poi all’organismo umano.
Purtroppo però, nonostante questo aspetto sia stato segnalato da tempo, sembra persistere una volontà di tranquillizzare la popolazione evitando la diffusione di notizie allarmanti e l’applicazione di metodi efficaci per valutare l’inquinamento.
(fonte: Peacelink)

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