CHERNOBYL E NUCLEARE, UNA STORIA DI BUGIE

Chernobyl 32 anni dopo

Riflettendo su Chernobyl, 32 anni dopo l’incidente.

La storia di Chernobyl e del nucleare è piena di bugie.

Diceva Bertold Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”.


CHERNOBYL E NUCLEARE, UNA STORIA DI BUGIE

di Massimo Bonfatti*

   Chernobyl (nel senso di incidente nucleare, come di seguito verrà sempre usato) è un termine che racchiude in sé non solo un dramma, ma ambiguità, ipotesi, speculazioni.

   Confinare semplicemente Chernobyl alle modalità degli avvenimenti succedutesi fra il 25 e il 26 aprile 1986 o al dibattito sulle cifre delle vittime (comunque drammatiche da qualsiasi parte le si guardi) è riduttivo: è il giochetto della lobby nucleare che, di fronte all’ineludibilità di quanto accaduto, prova a spostare la responsabilità sulle contraddizioni e su altri piani investigativi.

   Così le varie ricostruzioni dell’incidente, non essendo univoche, lasciano aperte diverse supposizioni e una studiata confusione in cui l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) cercano di nascondere e diluire il proprio peccato originale fondato sulle menzogne.

La legge truffa

   A 14 anni dalla fine della seconda guerra mondiale l’uomo aveva già sperimentato il potere distruttivo dell’eredità atomica e si apprestava a nobilitarne l’uso dando il via al programma Atomi per la Pace.

Era il 28 maggio 1959 e l’AIEA e l’OMS, entrambe agenzie dell’ONU, adottarono un accordo denominato legge WHA 12-40.

   A differenza degli accordi di collaborazione stipulati normalmente tra le Agenzie specializzate dell’ONU, l’Accordo OMS-AEIA impedisce all’OMS di agire liberamente nel settore nucleare, se non dietro preventivo assenso dell’AIEA. Inoltre, secondo l’articolo 3 dell’accordo, l’OMS e l’AIEA “riconoscono di potere essere chiamate a prendere alcune misure restrittive al fine di salvaguardare il carattere confidenziale di alcuni documenti, la cui divulgazione potrebbe compromettere in un qualunque modo il buon andamento dei suoi lavori”. Di fatto, quest’accordo conferisce un diritto di veto asimmetrico e unilaterale all’AIEA: è essa soltanto a esercitare questo diritto, in quanto soltanto essa può minacciare la salute pubblica. In caso di incidente lieve o anche grave, l’AIEA ha interesse ad assumere quelle misure restrittive di cui sopra. Una vera e propria sottomissione dell’OMS al potere nucleare.

Prima di questo Accordo, nel 1956, l’OMS riuniva un gruppo di brillanti esperti nel settore della genetica, compreso il vincitore del Premio Nobel per la genetica, H. J. Muller.

   Questo gruppo ha collettivamente messo in guardia la comunità scientifica nei confronti del rapido sviluppo dell’industria nucleare commerciale: “Il patrimonio genetico è il bene più prezioso dell’essere umano. Esso determina la vita dei nostri discendenti, lo sviluppo sano ed armonioso delle generazioni future. In qualità di esperti, noi affermiamo che la salute delle future generazioni è minacciata dallo sviluppo crescente dell’industria nucleare e dalle fonti di irraggiamento nucleari… Stimiamo ugualmente che le nuove mutazioni che si manifestano negli esseri umani avranno un effetto nefasto su di loro e sulla loro discendenza”.

   Quest’avvertimento fu vano, in quanto l’OMS non indugiò a firmare l’Accordo del 1959, contravvenendo al suo mandato, cioè “fornire tutte le informazioni, dare tutti i consigli necessari e tutta l’ assistenza nel settore della sanità pubblica; aiutare a formare, tra i popoli, un’opinione pubblica che disponga di tutte le informazioni necessarie per quanto riguarda i provvedimenti da adottare in materia di salute pubblica”.

   L’accordo AIEA/OMS rappresenta quindi il peccato originale che ha determinato tutto lo sviluppo del nucleare nel mondo e che ha assunto vere e proprie connotazioni di colpevolezza dopo l’incidente di Chernobyl.

   Il potere di veto dell’AEIA è venuto alla luce, in maniera palese, durante la Conferenza Internazionale organizzata dal Dott. Hiroshi Nakajima a Ginevra, nel novembre del 1995, a cui parteciparono settecento esperti e medici, oltre ai ministri della Sanità dei Paesi più colpiti dalle conseguenze della catastrofe nucleare di Chernobyl (Ucraina, Federazione Russa, Bielorussia). L’argomento della conferenza era: “Le conseguenze di Chernobyl e di altri incidenti radiologici sulla salute”. Gli atti del congresso erano attesi per il marzo 1996. E all’epoca sarebbero stati un best seller. Il loro fine, formulato per iscritto da Hiroshi Nakajima, sarebbe stato quello di fissare le basi in vista della conferenza dell’AIEA a Vienna nel 1996. Questi documenti furono censurati. Fino ad oggi non sono ancora stati pubblicati. Hiroshi Nakajima, ex direttore generale dell’OMS, puntualizzò, alla televisione svizzera di lingua italiana a Kiev nel 2001, che la sospensione di questa pubblicazione derivava proprio dai vincoli giuridici che legavano l’OMS all’AIEA.

   Cosa avevano detto gli scienziati che lavoravano sul campo e che stavano verificando direttamente le conseguenze del fallout di Chernobyl sulle popolazioni coinvolte e sull’ambiente (e a soli 9 anni di distanza dall’incidente)?

   Dal momento che le relazioni, i dibattiti e i poster presentati a Ginevra non sono stati oggetto di nessuna pubblicazione, è interessante e utile ricordare ciò che avevano espresso certe personalità, come il dottor Martin Griffiths del Dipartimento degli Affari umanitari dell’ONU a Ginevra, il quale segnalava che la verità non era stata detta alle popolazioni e ricordava che molte persone vivevano ancora in zone contaminate. Inoltre chiedeva che l’assistenza e gli studi proseguissero, perché senza soldi tutto sarebbe cessato e indicava che 9 milioni di persone erano state colpite e che le conseguenze sanitarie nefaste non facevano che aumentare.

   Il Dr. Y. Korolenko, Ministro della Sanità dell’Ucraina, faceva notare che una grande porzione del suo paese era stata inquinata dalle ricadute radioattive, che l’acqua potabile di 30 milioni di persone era contaminata e che tutta la popolazione era stata esposta allo Iodio131 e si tentava di stimare la dose di Cesio137 ricevuta da questa popolazione. Il ministro evocava inoltre le lesioni ai sistemi endocrini e segnalava un aumento del 25% del diabete (certo non conseguente a un’alimentazione eccessiva). Conoscendo il costo sociale del diabete insulino-dipendente, erano comprensibili i timori del ministro che precisava che l’Ucraina non poteva affrontare tutto da sola, ma aveva bisogno dall’aiuto degli altri paesi.

   Il Prof. E. A. Netchaiev del Ministero della Sanità e dell’Industria Medica a Mosca, segnalava invece che 2,5 milioni di persone erano state irradiate nella Federazione Russa in seguito a Chernobyl, e che 175.000 vivevano ancora nelle regioni contaminate. Egli constatava un aumento di una forma molto aggressiva di cancri della tiroide nei bambini e un aumento delle malformazioni congenite che erano passate, nelle zone contaminate, da 220 a 400 su 100.000 nascite, mentre l’incidenza rimaneva intorno a 200 nelle zone pulite.

   Il Prof. Okeanov, bielorusso, presentava i risultati di inchieste epidemiologiche di un gruppo di ricercatori di Minsk, in particolare dei dati derivati dal registro nazionale dei cancri, riconosciuto dall’OMS stessa e che esisteva dal 1972. A Hiroshima le leucemie sopraggiungevano già dopo pochi anni con un picco tra il quinto e l’ottavo anno, mentre a Cheliabinsk il massimo fu raggiunto dopo 15 – 19 anni. Nei liquidatori (i lavoratori che si erano fatti carico di liquidare le conseguenze dell’incidente) Okeanov osservava, invece, un raddoppio dell’incidenza delle leucemie dopo 9 anni (ma questo ben inteso non era ancora il picco). Egli precisava che nei liquidatori che avevano lavorato più di 30 giorni sul sito contaminato, l’incidenza della leucemia era già triplicata. Sicché la durata dell’esposizione costituiva un fattore importante. I cancri solidi erano ugualmente aumentati: raddoppio dell’incidenza dei cancri della vescica nei liquidatori e aumento dei cancri dei reni, dei polmoni e di altri organi, negli abitanti della regione di Gomel, zona particolarmente contaminata dalle ricadute radioattive.

   La relazione di questo gruppo di ricercatori bielorussi indicava ancora che nei liquidatori le malattie cardiovascolari erano passate da 1.600 a 4.000 su 100.000 abitanti e a 3.000 nelle popolazioni che vivevano nelle zone fortemente contaminate. Si notavano alterazioni del sistema immunitario, un aumento delle aberrazioni cromosomiche, dei problemi della vista, dovuti in particolare a delle opacizzazioni del cristallino e delle cataratte in soggetti giovani. Okeanov segnalava inoltre un raddoppio dell’incidenza del ritardo mentale nei bambini e alterazioni psichiche negli adulti, insistendo sulla necessità di seguire l’aumento delle malattie digestive constatate.

    Questi dati, così come l’insieme delle informazioni presentate a Ginevra nel novembre del 1995, non furono, però, disponibili nel marzo 1996, come era stato previsto. L’AIEA, infatti, aveva già deciso di mettere un punto finale ai dibattiti su Chernobyl in occasione della sua Conferenza dall’8-12 aprile 1996 a Vienna. La pubblicazione del documento, da parte dell’OMS, avrebbe impedito all’AIEA di raggiungere il risultato perseguito: mettere fine alle discussioni concernenti le conseguenze sanitarie di Chernobyl.

Chernobyl 32 anni dopo
foto Pierpaolo Mittica

Fra bugie e crudeltà

   Ma Chernobyl è solo la punta dell’iceberg delle bugie nucleari: bugie connaturate fin dal suo nascere all’uso dell’energia nucleare per arrivare fino a Fukushima, la cui verità resa pubblica è figlia dell’accordo truffa OMS/AIEA (dalle bugie sull’affidabilità dell’impianto fino alla scoperta inquietante della sparizione di 6.000 tonnellate di combustibile fuso).

   E le bugie del nucleare generalmente sono correlate a misfatti indicibili secretati o minimizzati o a bugie sempre più ingigantite solo per giustificare quelle precedenti: un omertoso circolo vizioso che non ha fine e che alla luce degli avvenimenti si ammanta di una colpevolezza che apparenta l’era nucleare a quella nazista.

Durante l’era nazista venivano condotti criminali esperimenti sugli ebrei. E nell’era nucleare?

Ecco un sommario elenco di esperimenti nucleari.

  • 1944: nel quadro del programma Manhattan, che porterà poi alla produzione della bomba atomica, i ricercatori iniettano 4,7 microgrammi di plutonio ai militari del centro di Oak Ridge;
  • fine seconda guerra mondiale: esperimenti con plutonio iniettato in pazienti ignari allo Strong Memorial Hospital;
  • 1946/1947: a) Università di Rochester, iniezione di uranio234 e 235 a 4 uomini e 2 donne; b) a sei impiegate di un laboratorio metallurgico di Chicago viene fatta bere acqua contaminata con plutonio239 per consentire ai ricercatori di scoprire come la sostanza venga assorbita nel tratto digestivo;
  • 1946-1953: a) Progetto Sunshine. All’inizio della guerra fredda un team composto da scienziati americani, australiani e inglesi viene incaricato di verificare in quale misura la pioggia radioattiva avrebbe potuto rendere la Terra inabitabile. L’occasione per tali verifiche è data dal fatto che gli esperimenti sulla bomba atomica, condotti non molti anni prima, avevano pesantemente contaminato l’atmosfera terrestre provocando una serie di piogge radioattive che erano già state assimilate dall’essere umano causando le più disparate conseguenze. L’elemento preso in maggiore considerazione fu lo Stronzio90 assimilato dalle ossa; i neonati furono la prima serie di soggetti testati perché avevano l’opportunità di incominciare a vivere in un contesto già contaminato. Come risultato di questi propositi furono raccolti una serie di corpi da tutto il mondo (in particolare corpi di neonati) le cui ossa venivano cremate per permetterne l’analisi delle ceneri. Le finalità degli esperimenti non vennero rese note neanche ai parenti dei deceduti perché altrimenti si sarebbe causata una serie di eventi di paranoia collettiva sulla tragica situazione dell’atmosfera in quel periodo; b) la Commissione Energia Atomica (AEC) sponsorizza i ricercatori della Harvard Medical School, del Massachusetts General Hospital della Boston University School of Medicine, i quali alimentano ogni mattina per colazione gli studenti mentalmente disabili della Fernald State School Quaker Oats con cereali mischiati con traccianti radioattivi e con budini a base di latte radioattivo; vengono anche praticate iniezioni di calcio e ferro radioattivi allo scopo di studiare il funzionamento del metabolismo;
  • 8/01/1947: il colonnello E.E. Kirkpatrick, dell’AEC, prepara un documento ultrasegreto (707075), nel quale afferma che si stanno mettendo a punto alcune sostanze radioattive da iniettare per via endovenosa a esseri umani, nel quadro dell’attività prevista nel contratto;
  • anni ‘50 e ‘60: a) esperimenti nucleari a Semipalatinsk, 456 bombe nucleari equivalenti a più di 5.000 bombe di Hiroshima; un milione 600.000 persone contaminate, 67.000 in modo grave, 40.000 morte; b) programma sovietico Kontinent, programma di ricerca militare destinato a provocare terremoti artificiali, causati mediante esplosioni nucleari sotterranee da sfruttare come arma di attacco preventivo, prima di un attacco convenzionale. Gli esperimenti sono forse stati la causa di numerosi terremoti registrati negli Urali in quel decennio, di cui si ricorda quello di nono grado della scala Richter, che rase al suolo la città di Gasli;
  • 1948/1952: il Dipartimento della Difesa Americano diffonde deliberatamente nell’aria sostanze radioattive allo scopo di raccogliere dati per lo studio di fattibilità di armi radioattive;
  • 1953/1957: a) L’AEC sponsorizza studi sullo Iodio condotti dall’Università dello Iowa. Nel primo studio i ricercatori somministrano a donne incinte tra i 100 e i 200 microcurie di Iodio131 e analizzano poi i feti abortiti per capire a quale stadio e in che misura la sostanza radioattiva supera la barriera della placenta. Nel secondo studio i ricercatori somministrano a 12 maschi e 13 femmine nati da meno di 36 ore, e con un peso tra i 2,4 e i 3,8 kg, Iodio131 per via orale o con iniezioni intramuscolari e misurano in seguito la concentrazione della sostanza nella tiroide dei neonati; b) nel quadro del progetto Manhattan, a undici pazienti del Massachusetts General Hospital (Boston) viene iniettato uranio; c) nel corso di uno studio dell’università del Tennessee, sponsorizzato dall’AEC, i ricercatori iniettano circa 60 rad di Iodio131 a neonati sani di 2-3 giorni; d) in una serie di prove sul terreno note come Green Run, l’AEC sparge Iodio131 e Xenon133 su Hanford (Washington): 500.000 acri lungo il fiume Columbia in cui si trovano tre piccole città (Hanford, White Bluffs e Richland); e) nel corso di uno studio sponsorizzato dall’AEC per scoprire se lo Iodio radioattivo agisce in modo diverso sui neonati prematuri e su quelli a termine, i ricercatori dell’Harper Hospital di Detroit somministrano per via orale dosi di Iodio131 a 65 neonati prematuri o nati a termine, di peso tra 1 e 2,5 kg; f) per capire quanto le basse temperature influiscano sulla psicologia umana, i ricercatori somministrano 200 dosi di Iodio131, che si concentra quasi immediatamente nella ghiandola tiroidea, a 85 eschimesi e 17 indiani atapascani in buona salute residenti in Alaska; f) l’esercito americano lancia l’operazione Plumbbob nel sito di prove del Nevada, 65 miglia a nordovest di Las Vegas: 29 esplosioni nucleari che diffondono radiazioni sufficienti a provocare, secondo le stime, 32.000 casi di cancro alla tiroide tra i civili dell’area; g) circa 18.000 militari partecipano alle fasi Desert Rock VII and VIII, intese a controllare la reazione media mentale e psicologica della fanteria in caso di battaglia nucleare;
  • 1958: a) circa 300 membri della marina americana vengono esposti a radiazioni quando il distruttore Mansfield fa esplodere 30 bombe nucleari al largo delle Pacific Islands nel corso dell’operazione Hardtack; b) l’AEC rilascia materiale radioattivo su Point Hope (Alaska), dove vivono gli Inupiat, nel corso di un esperimento sul terreno denominato Project Chariot;
  • 1961: l’esercito francese utilizza i suoi soldati come cavie durante i primi test atomici nel deserto del Sahara e nella Polinesia francese;
  • 1954: dopo il test nucleare di Castle Bravo, il governo americano analizza i cittadini delle Isole Marshall che erano stati esposti alla pioggia radioattiva per il valore di 180 rad; 236 cittadini furono seriamente esposti alla pioggia radioattiva, uno morì e tutti gli altri manifestarono enormi problemi da esposizione alle radiazioni che si diluirono nel tempo creando in particolare la nascita dei cosiddetti bambini gelatina;
  • 1963: i ricercatori dell’Università di Washington irradiano direttamente i testicoli di 232 detenuti per studiare gli effetti delle radiazioni sulle loro funzioni. Quando più tardi vengono liberati e procreano, i figli di almeno quattro mostrano difetti alla nascita. Il numero esatto non è noto perché i ricercatori non hanno mai effettuato un follow up per verificare gli effetti a lungo termine degli esperimenti;
  • 07/02/2000: la Nato ammette di aver lanciato durante il conflitto kosovaro almeno 31.000 proiettili all’uranio;
  • dal 2001 al 2010, almeno: tonnellate di sementi vengono irradiate in Tatarstan con Cesio137 per aumentarne la resa quantitativa;
  • 1991 e 2003: durante la prima guerra (1991) del golfo vengono riversate in Iraq 300 ton. di uranio impoverito; durante la seconda (2003) da 1.000 a 2.000 ton. L’incidenza dei tumori maligni infantili passa da 3,98 su 100.000 a 10,7 su 100.000 in soli 10 anni (1990-1999).

   E, senza parlare delle 2.031 testate nucleari fatte esplodere fra il 1945 4 il 1993, fra cui 511 test atmosferici di 438 megatoni, pari a 29.000 bombe come quelle di Hiroshima, mi fermo qui.

   Come si vede la storia del nucleare è costellata di nefandezze: alcune sono veri e propri crimini che evocano un passato che vorremmo sepolto.

   Un noto ricercatore statunitense ebbe a dichiarare, dopo la scoperta delle sperimentazioni su incolpevoli cavie umane negli USA: “Ha il tocco di Buchenwald”. Queste, invece, le parole di O’Leary, Ministro dell’Energia Statunitense, il 7 maggio 1993, denunciando le organizzazioni governative che, con lo stesso avvallo dell’AIEA, avevano condotto esperimenti segreti, pericolosi e certamente immorali su cittadini americani: Noi siamo stati avvolti in un sudario e annebbiati da un’atmosfera di segretezza. E direi di più: chiamerei tutto ciò repressione.

Chernobyl 32 anni dopo
foto Pierpaolo Mittica

Il vaso di Pandora

    Ma la follia nucleare ha incominciato ad essere disvelata solo con Chernobyl e, paradossalmente, proprio grazie a Chernobyl.

   Non è sull’evento e sulle sue modalità manifestatesi alle ore 1:23:58 del 26/4/1986 che va posta l’attenzione (o non solo!), così come vorrebbe l’accordo truffa OMS/AIEA.

   Digitando Chernobyl su un qualsiasi canale di ricerca online, si aprono decine e decine di pagine che, con analisi più o meno approfondite, spiegano i passaggi, sia tecnici che cronologici, dell’incidente.

   Sorvolo su quello che viene definito il complotto di Chernobyl che mette in relazione l’incidente con la vicina antenna satellitare Duga 3, ovvero sull’ipotesi che sia stato un incidente causato volutamente per nascondere un’altra verità: quella dell’inefficienza dell’antenna e dell’enorme spreco di risorse finanziarie e umane correlato. Ma, alla luce degli esperimenti nucleari elencati prima, è così fantasioso e surreale per non essere vero?

   Sorvolo anche sulla ringhiera da cui penzolava il corpo del fisico Valery Legasov, il chimico impiccatosi per il rimorso di non aver potuto dire tutto quello che aveva riscontrato indagando sull’incidente. La causa? La pesante censura governativa che lo aveva costretto a sostenere ufficialmente la tesi dell’ errore umano invece che i difetti di fabbricazione della centrale, ben noti prima dell’esplosione. Strano: un “suicidio di stato” nella storia del nucleare?

   Come sorvolo sul destino dell’ingegnere Anatoly Dyatlov che fu condannato come principale responsabile della tragedia per negligenza criminale sul lavoro e che – amnistiato dopo il crollo dell’URSS – ebbe a dire “Se avessi saputo allora quello che so adesso sul genere di mostro che era il reattore numero quattro, non sarei mai andato a lavorare a Chernobyl”e che testimoniò che lui e i suoi compagni di lavoro erano stati usati dalle autorità sovietiche come capri espiatori, per nascondere le responsabilità dei progettisti che avevano disegnato e costruito un tipo di reattore instabile, poco sicuro.

   Sorvolo su tutti questi drammi, ipotesi, censure, complotti (che legati assieme potrebbero dare una visione diversa dell’incidente e aprire scenari inquietanti, non per questo inverosimili) per accettare quella ufficiale dell’AIEA – diventata versione universale – che riconosce in un malaugurato test di sicurezza, nell’errore umano e nell’instabilità della centrale a grafite Lenin le cause dell’incidente, con l’unico scopo di sostenere implicitamente che  da altre parti e con altre tecnologie l’incidente non sarebbe successo.

  Se ci si volesse fermare qui, il cerchio si chiuderebbe: Chernobyl sarebbe solo il risultato di  un improvvido incidente.

   Invece Chernobyl è stato il Vaso di Pandora del nucleare: per questo la lobby nucleare sposta l’attenzione sull’inaffidabilità della centrale, per non ammettere – al contrario – che quell’incidente ha rivelato in maniera esplicita e conosciuta le vere conseguenze del nucleare. Chernobyl è stato talmente prepotente, massmediologico, da non potere essere tacitato o minimizzato nel breve termine. Ha dato il via a studi, ricerche indipendenti, approfondimenti che, a distanza di tempo, hanno rivelato l’ineludibilità di certi assiomi tecnici e filosofici, a prescindere dall’entità dell’incidente verificatosi, richiamando in causa, inoltre, anche i precedenti incidenti che erano stati volutamente ridimensionati.

   Il nucleare è diventato così patrimonio comune e non proprietà di una scienza di parte e di scienziati al suo servizio: sono diventati di dominio pubblico la consapevolezza dell’effetto dannoso nel tempo delle basse dosi di radiazioni, della necessità di fare i conti con le scorie radioattive per migliaia e migliaia di anni, dell’importanza del concetto e del principio di precauzione di fronte ad una tecnologia così difficile da domare, del dovere di sostituire il concetto di probabilità del rischio con quello della sua accettabilità. Ma non solo: lo stesso concetto di errore umano si è rivelato un boomerang perché si è avuta la certezza che è inalienabile da ogni processo. L’errore umano è tanto più espressione di vulnerabilità di una tecnologia, quanto più essa sia pericolosa e complessa, come – appunto – è il caso di quella nucleare.

   Insomma, il contrario di tutto quello che l’AIEA voleva che non fosse reso di pubblica accessibilità. Ed è così che, nel settembre 2005, l’AIEA ha cercato di contrastare queste nuove e diverse verità con il famoso rapporto del Chernobyl Forum (gruppo di scienziati al suo servizio) dal titolo Chernobyl’s Legacy: Health, Environmental and Socio-Economic Impacts. Nel rapporto veniva enunciato che il numero delle vittime provocate in totale dall’incidente non sarebbe stato superiore a 4.000: di fatto gli esperti dichiararono che Chernobyl aveva ucciso soltanto 56 persone, tra cui 47 soccorritori e 9 bambini deceduti per cancro alla tiroide.

   Nessun accenno e riferimento agli ultimi dati allora di pubblico dominio. L’ambasciata ucraina a Parigi, infatti, segnalava, il 25 aprile 2005, che questo Paese contava 3.500.000 di abitanti che avevano subito un forte irraggiamento in seguito alla catastrofe di Chernobyl e che, nel gennaio 2005, 2.646.106 cittadini ucraini erano stati ufficialmente riconosciuti quali vittime della catastrofe nucleare. Nel 2004, il 94% dei liquidatori ucraini erano malati, come anche l’85% della popolazione che abitava le regioni contaminate da Chernobyl. L’ambasciata ucraina, sul suo sito internet, in data 26 aprile 2004, rendeva noto il decesso di 25.000 persone tra i liquidatori di Chernobyl di nazionalità ucraina.

   Il rapporto basava unicamente la propria ricerca scientifica su dati impostati a priori e rispondenti al mandato di elevare i limiti per diminuire le spese.

   Il calcolo dei 4.000 morti enunciato dal Chernobyl Forum non teneva in considerazione che le radiazioni uccidono in differita. A Chernobyl 28 pompieri, intervenuti subito dopo l’incidente, sono stati vittime di una sindrome d’irradiazione acuta e sono morti nel giro di tre mesi. Ma la stragrande maggioranza delle persone che hanno ricevuto una dose tossica non sono morte sul colpo: potranno ammalarsi uno, cinque, dieci anni dopo, oppure non ammalarsi mai.

   Per stimare il bilancio di Chernobyl gli esperti avevano dunque fatto una proiezione basata su un modello che predice il numero di cancri mortali che si manifesteranno sulla popolazione di riferimento, su un periodo corrispondente alla durata massima della vita umana.

   Per di più l’AIEA, nel rapporto, ignorava i paesi dell’Europa occidentale colpiti anch’essi dalla nube radioattiva, sebbene in proporzioni molto più deboli dei paesi dell’ex URSS.

   Certo la disgrazia non si quantifica: un solo pompiere morto a Chernobyl, un solo bambino morto di cancro alla tiroide indotto dalle radiazioni rappresentano una perdita irreparabile. Ma è chiaro che agli occhi dell’opinione pubblica un bilancio di migliaia di vittime non ha lo stesso impatto se esse vengono quantificate in decine di migliaia.

   Inoltre, i dati sui decessi del rapporto del Chernobyl Forum rappresentavano e rappresentano un’affermazione pesante: significa che solo la morte è considerata un danno, e ciò evita di prendere in considerazione la severa e debilitante morbilità. Per di più, questi scienziati avevano accettato senza obiezione che gli unici effetti concernenti la salute e attribuibili alla radiazione fossero le morti da cancro. I cancri non mortali non sono stati, di base, presi in considerazione. Sono state, pertanto, decisioni amministrative e non scientifiche. Con riferimento all’ampiezza dell’incidente nucleare e delle persone coinvolte, esisteva una grossa lacuna nel rapporto, quella di limitarsi agli abitanti delle zone contaminate a più di 1 Ci (curie)/km2 per il Cesio137, alle persone evacuate e ai liquidatori. Ciò è equivalso a dimenticare che il cibo contaminato prodotto nelle zone radioattive era stato commercializzato al di fuori di queste zone in tutta l’URSS (latte contaminato a livelli che vanno da 300.000 a più di 1 milione di Bq/l di Iodio131 è stato consumato nel sud est e nel nord ovest della Bielorussia; carne contaminata con Cesio137 e 134 è stata venduta in Russia, Mosca compresa; si è anche avuto uno sciopero da parte degli operai di una fabbrica di salumi di Leningrado ammalatisi per la manipolazione di carne contaminata bielorussa; il tè georgiano commercializzato dappertutto – salvo a Mosca, in Ucraina, in Bielorussia e nella regione di Briansk in Russia – e contaminato fino a 18.500 Bq/kg per quanto riguarda il Cesio137, è stato autorizzato nelle caffetterie d’impresa fino a 37.000 e addirittura a 185.000 Bq/kg. Ma nella stessa Russia il latte, nella regione di Kaluga, a meno di 200 km da Mosca, ha anche raggiunto più di 300.000 Bq/l in Iodio131).

   Anche sulle malattie genetiche il Chernobyl Forum è stato reticente. Gli studi di Lazjuk sulle malformazioni congenite basate su un registro che è in funzione in Bielorussia dopo il 1979, compresi i feti in seguito ad aborto, avevano già dimostrato un aumento delle malformazioni congenite a dichiarazione obbligatoria dopo il 1986.

   Quando, invece, il rapporto cita: “La povertà, le malattie dovute allo stile di vita ora dilaganti nell’ex Unione Sovietica e i problemi di salute mentale sono per il futuro una più grave minaccia che non l’esposizione radioattiva”, non tiene conto che lo stile di vita è un’opinione, non un accertamento scientifico in grado di dare a un individuo la possibilità di evitare un rischio ambientale.

   Lo stesso fisico americano Richard L. Garwin, convintissimo sostenitore dell’energia nucleare, bollò il rapporto AIEA come deliberatamente fuorviante, in quanto trascura di esaminare tutte le conseguenze umane del disastro di Chernobyl, valutando solo quante possano essere le vittime tra i liquidatori e le persone più esposte alle radiazioni emesse dalla centrale esplosa e non invece i casi mortali di cancro, molto più numerosi, indotti nelle popolazioni esposte a dosi inferiori. Il rapporto AIEA trascura totalmente di menzionare la valutazione prodotta nel 1993 dal Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche, che stimava in 600.000 uomo-sievert la dose collettiva efficace spettante a tutta la popolazione mondiale a seguito del disastro di Chernobyl e che porterebbe, almeno secondo questa fonte, ad un totale di 24.00 vittime (ma, secondo molte fonti, si parla di centinaia di migliaia di vittime: dalle125.000 secondo le stime CIPR del 1990 alle 430.000 secondo le stime RERF del 1987; dalle 475.000 secondo le stime di J.W. Gofman e Rosalie Bertell alle 985.000 – per il solo periodo 1986/2004 – sostenute da Yablokov e dai Nesterenko, padre e figlio, nel libro  Chernobyl: Consequences of the Catastrophe for People and the Environment pubblicato nel  2010. Questi autori sostengono che circa 550.000 europei, e un altro numero di persone che varia dai 150 ai 230 milioni dell’emisfero settentrionale, hanno ricevuto una notevole contaminazione).

   Garwin non esita a paragonare la riluttanza della lobby nucleare ad accettare già solo la stima di 24.000 vittime alla proterva insistenza dell’industria del tabacco, che fino al 1997 sosteneva che la nicotina non causava affatto dipendenza. Garwin interpreta questa caparbia e illogica posizione come un tentativo piuttosto spudorato di deresponsabilizzare l’industria nucleare, allontanandosi dal principio chi inquina, paga. Infatti, valutando il danno alle popolazioni in termini di un milione di dollari per persona deceduta, il costo umano di Chernobyl arriverebbe (nel caso di 24.000 vittime) alla bellezza di 24 miliardi di dollari. Ed è chiaro che il settore nucleare gradirebbe molto poter ridurre questa responsabilità economica da 24 a solo 4 miliardi (corrispondenti a 4.000 vittime).

   Vale la pena soffermarsi sulla tendenza, non solo evidente nel rapporto del Chernobyl forum, ma anche in altri rapporti di molti esperti e istituzioni, ad affermare che, sebbene vi possano essere alcune indicazioni di nuovi effetti sanitari o di effetti dovuti a valori di esposizione precedentemente ritenuti sicuri, i dati non sono sufficienti per dimostrare il collegamento di causa-effetto e a chiudere lì il discorso. Prudenza e curiosità scientifica vorrebbero invece che si applicasse il principio di precauzione, si facesse di tutto per raccogliere ulteriori dati e prove e, in attesa di conferme o di smentite, ci si comportasse in modo tale da prevenire per quanto possibile gli eventuali effetti sulla salute. Invece il modus cogitandi appare essere il seguente: i dati sono pochi e contraddittori, non c’è sicurezza scientifica certa e quindi neghiamo l’esistenza del fenomeno.

   Un atteggiamento simile, in passato, ha consentito alle multinazionali produttrici di sigarette di sostenere l’innocuità dei loro prodotti, anche a fronte di pesanti e crescenti evidenze. In entrambi i casi, del fumo e del nucleare civile, le industrie e i potentati coinvolti nel business sono assai influenti; a supporto del nucleare vi sono inoltre istituzioni nazionali e internazionali, che vedono negativamente qualunque sviluppo che ostacoli l’accettazione da parte del pubblico di questa forma di energia. Si accetta quindi di esporre i cittadini a qualcosa di potenzialmente dannoso, a fronte di un ipotetico beneficio per la società.

   In questa situazione il pubblico viene considerato come composto da individui incapaci di valutare da soli – persino se debitamente informati – quali siano le scelte da fare e quali da rifiutare. Il contrario di quel che la democrazia imporrebbe.

Chernobyl 32 anni dopo
foto Pierpaolo Mittica

Perché parlare ancora di Chernobyl

Per gli abitanti direttamente coinvolti

   Il motivo è semplice: Chernobyl non è ancora finita. Solo da poco sono incominciate le conseguenze sulla seconda generazione di Chernobyl: e parlare di queste vuole dire riaprire un nuovo capitolo sulle bugie del nucleare.

   Come è risaputo, la Bielorussia è la nazione che è stata più colpita dal fallout di Chernobyl. La situazione demografica in Bielorussia negli anni ‘50 del ventesimo secolo aveva un trend positivo. La natalità (nonostante la decimazione del popolo bielorusso durante la seconda guerra mondiale – meno 25%) superava la mortalità. Nel 1960 in Bielorussia si è registrato il periodo di maggiore crescita naturale della popolazione dal dopoguerra, equivalente a un tasso del 17,8%. Tuttavia, a partire dal 1965, si è cominciata a verificare una costante diminuzione della natalità; a essa si è affiancato, progressivamente, un aumento della mortalità. Nel 1985 il valore dell’indice di crescita naturale della popolazione si era abbassato al tasso del 5,9%. Dopo l’incidente di Chernobyl, nel 1986, la situazione demografica continua a peggiorare ancor di più, fino al 1993 quando la mortalità in Bielorussia inizia a superare la natalità e l’indice di crescita naturale della popolazione diventa negativo. La riduzione progressiva della natalità e l’aumento della mortalità producono tali valori negativi negli anni successivi: nel 1999 il – 4,9%, nel 2002 il – 5,9%, nel 2003 il – 5,5%, nel 2005 il -5,9% (senza dimenticare, per esempio, che nella confinante Ucraina, patria di Chernobyl, negli ultimi venti anni si ha avuta una diminuzione di 6 milioni di unità di popolazione).

   Questi dati negativi, prima di Chernobyl, non venivano presi in considerazione (erano considerati, dagli esperti demografici governativi, come normali fluttuazioni in attesa della definitiva stabilizzazione, in seguito alla grande falcidia della seconda guerra mondiale); dopo Chernobyl, invece, furono considerati come la naturale conseguenza dell’incidente nucleare del 26 aprile 1986.

   Negli anni 80 un giovane e brillante scienziato, il professore Yuri Bandazhevsky, rettore dell’Università di Medicina di Gomel, stava lavorando per capire come aiutare, nel migliore dei modi, le popolazioni colpite dal fallout dell’incidente nucleare di Chernobyl. Lo aiutava nelle sue ricerche la moglie Galina che, durante la sua attività di pediatria nel policlinico di Gomel, aveva rilevato la presenza di diverse anomalie del ritmo cardiaco nei bambini e negli adolescenti e, in alcuni casi, la comparsa di episodi infartuali.

   Sollecitato dalle informazioni e dai dati clinici della moglie, il professore avviò una ricerca su cavie per verificare l’accumulo di radionuclidi nel cuore. I risultati confermarono la tendenza delle fibre cardiache a incorporare, soprattutto, il Cesio137.

   Il professore studiò due classi di cavie: cavie con presenza di mutagenesi indotta da basse dosi di Cesio137 (primo gruppo) e cavie senza mutagenesi in corso (secondo gruppo).

   Il primo gruppo non presentava segni di patologie in quanto, nonostante la mutagenesi presente ed evidenziata nelle varie coppie di geni della cavia, riusciva a non dare manifestazione di patologie per il potere vicariante di uno dei due geni di coppia. In pratica in ogni coppia di geni, in corso di mutagenesi, uno svolge un ruolo energetico maggiore che supplisce alle carenze dell’altro: un super lavoro che pone il gene vicariante in situazione stressata, senza evidenziarlo in sintomi o modificazione esterni.

   A un successivo contatto, anche a dosi basse, con isotopi radioattivi, il gene vicariante scoppia, non riesce, cioè, più a supplire alla normale attività e dà segni di compromissione: malformazioni e/o patologie.

   Anche nel secondo gruppo di cavie, inducendo una prima mutagenesi con basse dosi di radioisotopo, si evidenzia, nel tempo, lo stesso processo e meccanismo del primo gruppo.

   Ma il rigore e la curiosità del professore non si fermarono qui. Nel suo ossessionato e ossessionante lavoro di ricerca per conoscere e poter sostenere la verità, Bandazhevsky trova un libro in una biblioteca: Il fallout globale del Cesio137 e l’uomo.

   Il libro, edito nel 1974 da Atomizdat di Mosca e stampato in 1.655 esemplari, riporta gli studi e le osservazioni di diversi studiosi sulla migrazione del Cesio137, a seconda del tipo di terreno, nelle varie radici delle piante e, di conseguenza, esamina le cause dell’aumento dell’incorporazione del Cesio137 nel corpo degli abitanti rurali di alcune province dell’Unione Sovietica. In più a pagina 37 riporta una cartina con il fallout del Cesio137 in una zona particolare, definita Poles’e, ovvero, lungo la linea Brest- Gomel, quella fascia di territorio che comprende i confini meridionali della Bielorussia e quelli nord occidentali dell’Ucraina. Per quanto riguarda la Bielorussia la cartina assume un respiro più ampio inglobando gli ultimi territori meridionali delle province di Minsk e Mogilev e completamente quelli delle province di Brest e Gomel.

   È sufficiente questa cartina per far capire al professor Bandazhevsky che c’è uno stretto legame fra i risultati delle sue ricerche e i contenuti del libro.

   Due sono i ragionamenti su cui si sofferma.

   1) il Cesio137 non esiste in natura; la sua presenza deriva dall’attività dell’uomo. Ma quale attività? La risposta la dà la Guerra fredda, ovvero il periodo che dopo la seconda guerra mondiale arriva fino all’inizio degli anni ‘90 del ventesimo secolo. Tra il 1945 e il 1993, le cinque potenze nucleari dichiarate (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina) fecero esplodere 2.031 testate sperimentali. I 511 test atmosferici, per esempio, raggiunsero una potenza totale di 438 megatoni, pari a 29.000 bombe come quelle di Hiroshima. Più di metà del valore complessivo dei megatoni fu concentrato in un periodo di sedici mesi, da settembre 1961 a dicembre 1962. Alla fine del 1958, gli esperimenti nucleari avevano prodotto sul pianeta circa 65 chili di Stronzio90, con una radioattività totale di 8,5 milioni di curie; la radioattività del Cesio137, alla stessa epoca, ammontava a 15 milioni di curie. Il fallout degli esperimenti americani e britannici, di grande potenza e tutti senza eccezione in località nei pressi dell’equatore, si sono distribuiti uniformemente sopra l’intero globo. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, fra il 1949 e il 1990 furono eseguite sul proprio territorio – ed esclusivamente lì – 715 esplosioni nucleari, in cui furono fatte esplodere in totale 969 cariche nucleari.

   Non era necessario aggiungere altro per far capire al professore l’origine del fallout del Cesio137, di cui il libro in questione dava evidenza e su cui gli autori avevano svolto le proprie ricerche. Inoltre, ai suoi occhi, trovavano finalmente spiegazioni quelle linee di mortalità e natalità su cui si era già soffermato più volte. E l’evidenza non poteva che essere agghiacciante.

   L’inversione delle linee, rispetto al normale trend positivo di accrescimento naturale, inizia proprio a partire dai primi anni ’60, quando si manifesta il massimo livello di sperimentazione nucleare e dispersione dei radionuclidi nell’ambiente. In quegli anni la presenza nell’ambiente degli elementi radioattivi (o da fallout atmosferico o da incorporazione nei terreni da esperimenti sotterranei) è stata massiva, ancor di più laddove sono stati effettuati i test. Fra le regioni interessate, quelle dell’ex Unione Sovietica avevano, tristemente, il primato. Anche la Bielorussia, parte di questo immenso impero, fu interessata, o perché raggiunta (con i capricci atmosferici) dal fallout atmosferico o perché direttamente interessata (anche se a tuttora diversi luoghi dei test sotterranei sono sconosciuti e, forse, non si conosceranno mai; ma, come prova indiretta e allo stato attuale, la Bielorussia, anche dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, ha mantenuto e sta mantenendo sul proprio territorio testate nucleari in luoghi segreti; queste testate, durante la guerra fredda, sono state movimentate diverse volte e sono state al centro di un’attività sconosciuta).

   2) Nella cartina riportata nel volume Il fallout globale del Cesio137 e l’uomo, è evidenziata una grande parte della Bielorussia e, soprattutto, quella parte che, secondo la cartografia ufficiale dell’AIEA, è stata colpita dal fallout di Chernobyl. Osservandola attentamente si notano, fra le altre, le seguenti località: Brest, Kobrin, Pinsk, Luninets, Recitsa, Bobruisk, Baranovichi. Bragin, Khoiniki, fino giù alla stessa Chernobyl in Ucraina. Il professore ha un sobbalzo. Terrificante! Le cartine sulla diffusione della radioattività dopo l’incidente di Chernobyl non sono nient’altro che la riproposizione del fallout precedente, di cui si era taciuto e di cui si era tentato di farne sparire le tracce. Un gioco terribile, in linea con lo spregiudicato accordo OMS/AIEA. Un cinismo giocato sulle spalle della popolazione. Il messaggio è chiaro: se proprio il nucleare può fare male, ciò non è dovuto ai criminali esperimenti nucleari degli anni precedenti (che uniscono le massime potenze nella stessa colpevolezza), ma a un incidente inusuale causato da un errore umano, estraneo alla tecnologia nucleare in senso lato e ascrivibile alla rozzezza e spregiudicatezza delle persone che avevano deciso di portare avanti un esperimento improprio all’interno del blocco n° 4 della centrale di Chernobyl. Un mistificatorio e mistificante colpo al cerchio e colpo alla botte per cancellare con una passata di spugna, grazie alla provvidenziale cartina sul fallout di Chernobyl, i misfatti nucleari dei decenni precedenti.

   Troppo per il professore. E per di più non gli sfugge perché subito dopo il fallout di Chernobyl si registra una percentuale notevole di cancri tiroidei in Bielorussia. La situazione, creatasi in seguito alle ricadute degli isotopi dopo l’incidente, non è nient’altro che lo specchio fedele delle risultanze dei suoi esperimenti: il fallout, precedente all’incidente di Chernobyl, aveva già innestato un processo di mutagenesi in molti individui; dopo Chernobyl un isotopo labile come lo Iodio131 colpendo, in questi individui, le cellule in preda a mutagenesi, si trasforma in isotopo provocatore dei geni che, fino a quel momento, erano riusciti a svolgere una funzione vicariante senza manifestazioni in malattie o malformazioni. Appunto: proprio come nelle cavie degli esperimenti del professore! E l’agente provocatore su cui lavorava il professore non era il labile Iodio131, bensì il più temibile Cesio137.

   La natura stessa del suo carattere e la convinzione del dovere etico derivante dalla propria professione, non potevano permettere al professore di tacere. E così decise di parlare, esponendosi al rischio più grande: quello di svelare lo scellerato accordo OMSAIEA, e la natura assassina di quest’ultima, trasportando sul terreno della concretezza e dell’evidenza le sue accuse. E la risposta da parte del potere bielorusso, sensibile ai finanziamenti AIEA, non si fece attendere: con motivazioni pretestuose e create ad arte (e senza nessun testimone contro), nel giugno del 2001, sulla base del decreto speciale numero 21 per la lotta al terrorismo, Bandazhevsky viene condannato da un tribunale militare bielorusso a 8 anni di prigione con l’accusa non provata di aver ricevuto tangenti dai suoi studenti. Il Parlamento Europeo protesta e un appello per l’immediata scarcerazione viene sottoscritto da Josè Maria Gil-Robles Delgado, Mario Soares, Michel Rocard. Amnesty International lo riconosce prigioniero di coscienza. Nel 2001 Bandazhevsky diventa il 25mo possessore del Passaporto della Libertà europeo; nel 2004 è inserito nell’Albo d’onore dei Prigionieri per la Pace. In conseguenza della pressione di un vasto movimento diplomatico europeo, viene liberato per amnistia nel 2005 e allontanato dal suo paese.

   Ma, come se non bastasse, il professore, dopo la sua liberazione e aver soggiornato in Francia e Lituania, decide di dedicarsi completamente al popolo di Chernobyl, e prende residenza a Ivankov, in Ucraina, una delle zone più contaminate dal fallout di Chernobyl. Fonda il centro di ricerca Ecologia e salute e svolge un approfondito follow up sanitario su 3.088 bambini della stessa provincia di Ivankov e della confinante provincia di Polesie. Riesce a dimostrare, a 30 anni dall’incidente nucleare, che oltre il 90% dei bambini esaminati ha disturbi cardiaci, che il 30% ha livelli elevati di incorporazione di Cesio137, che il 55,2% ha processi patologici che coinvolgono la tiroide e che il 79, 1% ha livelli elevati di omocisteina. L’omocisteina è un aminoacido che, all’interno dell’organismo, viene tenuto sotto controllo dal ciclo dei folati (vitamine del gruppo B) e nel 79,1% dei bambini esaminati è stato riscontrato un danno degli alleli deputati alla loro sintesi a causa del danno genetico indotto dalle radiazioni.

   Per di più, oltre al danno genetico, influiscono sui livelli di omocisteina, gli effetti diretti delle radiazioni (oltre agli effetti delle basse dosi di radiazioni costantemente presenti, vi è un rilascio aggiuntivo causato dai fallout degli incendi nella confinante zona di esclusione nel periodo primaverile/autunnale) e la funzionalità alterata della tiroide.

   L’omocisteina elevata causa gravissimi problemi in giovane età (dai 20 ai 40 anni): infarti del miocardio, ictus, tromboembolie, arteriosclerosi, malformazioni feto-placentari, aborti, patologie oncologiche.

   A margine dei risultati di queste ricerche del professore Bandazhvsky che dimostrano la tragicità delle conseguenze di un incidente nucleare, non vorrei che fosse dimenticato che le stesse centrali sono pericolose anche senza incidente, nel loro normale regime di funzionamento. Fra i tanti studi in merito è degno di attenzione quello pubblicato nel 2007 e noto con l’acronimo KIKK (Kinderkrebs in der Umgebung von KernKraftwerken = Cancro Infantile nelle vicinanze di impianti nucleari). Lo studio ha riscontrato un incremento di 1.6 volte di tumori solidi e di 2.2 volte dei casi di leucemia nei bambini residenti entro un raggio di 5 km da tutti gli impianti nucleari presenti in Germania. Esso ha esaminato tutti i casi di tumore presso le 16 sedi di impianti nucleari tedeschi fra il 1980 e il 2003 e comprende 1.592 casi di tumore sotto i 5 anni su 4.735 casi controllati e 593 casi di leucemia sotto i 5 anni su 1.766 casi controllati. Lo studio conferma che esiste una correlazione fra la distanza della residenza dal più vicino impianto nucleare al tempo della diagnosi, e il rischio di sviluppare il cancro (in particolare: leucemia) prima del 5° anno di vita.

Chernobyl 32 anni dopo
foto Pierpaolo Mittica

Perché parlare ancora di Chernobyl

Per noi

   Innanzitutto il noi è intrinsecamente legato a loro, ovvero alle popolazioni di Chernobyl e, in principale modo, ai bambini di Chernobyl.

   C’è un patrimonio che è comune a tutta l’umanità: è il patrimonio genetico. Un patrimonio che lentamente, nei secoli, si è adattato alle mutazioni, naturalmente come – riportandolo ad una scala di valori esemplificata e comprensibile – lo è la crescita graduale di un bambino e poi di un uomo. Non potremmo mai immaginare che nel giro di un mese un bambino cresca di un anno! Ma ciò che è inimmaginabile, sta diventando reale a causa del fallout nucleare, oramai infinito. Nella seconda generazione dei bambini di Chernobyl c’è già, infatti, quella mutazione accelerata dei geni causata dalla radioattività e che, prima o poi, riguarderà anche noi lasciandosi dietro una scia di tumori, patologie, sindromi di immunodeficienza e che prima di permetterci l’adattamento richiederà anni, difficili da conteggiare, ma che, presumibilmente, non saranno pochi e coinvolgeranno più generazioni.

   Per questo aiutare i bambini di Chernobyl e sostenere le ricerche dell’èquipe del professore Bandazhevsky diventa fondamentale per investire nel nostro comune futuro, per potere usufruire di una corretta prevenzione: grazie sia agli studi del suo centro di ricerca che ai bambini di Chernobyl, i quali non vanno considerati inconsapevoli cavie, ma – al contrario – devono essere oggetto delle nostre attenzioni e cure, del nostro sforzo e impegno solidaristico, ovvero di una solidarietà che è l’etica della reciprocità, un vero e proprio do ut des di ritorno. Non dovremo mai dimenticarlo!

   Passano i decenni e Chernobyl ancora ci riguarda. Meno di un mese dopo l’incidente nucleare incominciò la costruzione del sarcofago per coprire il reattore saltato in aria: l’esplosione aveva sbriciolato i muri di contenimento che essendo molti alti – anche oltre i 70 metri – non avevano quelle caratteristiche di robustezza e tenuta che avrebbero dovuto avere, semplicemente per il fatto che il reattore produceva anche plutonio per uso militare che per essere estratto, senza spegnere il reattore, doveva usare grandi gru sopra il nocciolo, richiedendo, quindi, mura adeguate in altezza per contenerle. Il sarcofago doveva durare 100 anni. Fu costruito in meno di sette mesi: furono utilizzati più di 400.000 m3 di calcestruzzo e 7.300 tonnellate di carpenteria metallica. All’interno del sarcofago vi sono 740.000 m3 di detriti contaminati, 200 tonnellate di combustibile nucleare fuso, 30 tonnellate di polvere radioattiva e vi sono punte di 1.000 gradi centigradi in prossimità del nocciolo. Dopo meno di 10 anni il sarcofago presentava già 1.000 m2  di crepe sulla propria superficie da cui uscivano fumi radioattivi e in cui  filtravano la neve e l’acqua piovana che si riversavano all’interno della struttura, per un totale di circa 2.200 m3 di acqua all’anno, aumentando di almeno 10 volte il peso che gravava sulle fondamenta già sprofondate di 4 metri per il peso del sarcofago. Insomma un magma attivo e incandescente all’interno del sarcofago con produzione di lava semiliquida talmente radioattiva che potrebbe essere in grado di aprirsi un percorso verso terra o le falde acquifere causando un’altra esplosione dagli esiti inimmaginabili; una minaccia che durerà per secoli.

   Per porvi rimedio si sta costruendo un nuovo sarcofago: una cupola che scivolerà su quello precedente e che lo ingloberà. Un’opera faraonica alta 105 metri, lunga 150, con una campata di 257, pesante 29 mila tonnellate e dal costo di 2,5 miliardi di dollari. Da progetto questo nuovo sarcofago dovrebbe garantire la messa in sicurezza per 100 anni. E dopo? Un altro sarcofago ogni 100 anni fino a raggiungere i 200.000 anni, tempo necessario per uscire dall’emergenza nucleare di Chernobyl?

  Chernobyl, quindi, per 200.000 anni riguarderà le future generazioni: tempi che la nostra mente non riesce a racchiudere e delimitare.

   Ma ancora prima, però, Chernobyl ci potrà riguardare, se già non ci sta riguardando. Se state leggendo queste note e lo fate con tranquillità, è anche perché, subito dopo l’esplosione del 26 aprile 1986, sono intervenuti – nell’arco dei primi anni (compresa, quindi, la costruzione del primo sarcofago) – 600.000 liquidatori, militari e civili provenienti da Russia, Bielorussia, Ucraina e dal vasto impero sovietico con lo scopo di liquidare le conseguenze dell’incidente.

   Per giorni e giorni il reattore non smise di bruciare. Nelle ore immediatamente successive all’esplosione, in sequenza, decisero di pompare acqua nel cratere del reattore per raffreddarlo, poi sparare azoto liquido e iniettarlo nel suolo, poi si tentò di seppellirlo con carichi di sabbia e boro gettati dall’alto da 1.800 elicotteri. L’azoto liquido iniettato nel terreno funzionò. Non così l’acqua, che anzi reagì con la grafite e il metallo incandescente dei tubi producendo idrogeno, cortocircuiti ed altre esplosioni, né la sabbia degli elicotteri, la gran parte della quale si disperse mancando il bersaglio, ma che soprattutto aumentò il riscaldamento del nocciolo impedendo lo scambio di calore con l’atmosfera. Il 9 maggio 1986, le 5.000 tonnellate di boro, dolomia, argilla e carburo di boro scaricate nei primi giorni sul reattore per tentare di soffocare l’incendio della grafite e tamponare la fuoriuscita di radiazioni, gravarono sulle strutture già incrinate e crollarono ulteriormente dentro la voragine. Da questo nuovo crollo si sprigionò un’ulteriore, più debole, colonna di fumi radioattivi in un raggio di 35 chilometri (già evacuati) attorno alla centrale.

   All’inizio l’URSS nascose la notizia. Solo il 27 aprile, alcuni operatori della centrale Forsmark, in Svezia, si accorsero degli elevati livelli di radioattività. Pensarono a una responsabilità del proprio impianto, ma, dopo ampie verifiche e ricerche, risalirono ai veri responsabili e chiesero informazioni. Il governo sovietico all’inizio minimizzò l’accaduto, ma ormai l’allarme era stato diramato in tutta Europa e la tragedia era sotto i riflettori del mondo. L’evacuazione dell’intero territorio iniziò solo la notte del 27 aprile, con la promessa alla popolazione che presto avrebbero potuto far ritorno a casa. Nessuno era consapevole della gravità della situazione. Anche i primi soccorritori erano ignari del pericolo convinti di dovere spegnere un semplice incendio dovuto a un corto circuito. Armati di badile, o semplicemente delle proprie mani, ogni giorno i liquidatori raccoglievano e rastrellavano quintali di detriti radioattivi, sollevando a braccia anche blocchi di 50 chili di grafite, che poi scaraventavano nella voragine aperta dall’esplosione. Ogni manovra durava al massimo 40 secondi per cercare di contenere il più possibile la dose di radiazioni a cui ciascuno veniva esposto. I liquidatori scavarono nel terreno, per pochi metri di profondità, buche dove interrare i rifiuti radioattivi: buche non impermeabilizzate, subito ricoperte e non mappate. Si calcola che ne furono scavate 800 e non tutte, per la difficile localizzazione, furono svuotate allo scopo di trasferire i rifiuti in un luogo sicuro e vigilato.

   Ora, sia le buche che il concomitante sprofondamento delle fondamenta del reattore, stanno causando la contaminazione delle falde acquifere sottostanti e del fiume Pripyat che fungeva da bacino idrico per la centrale. Uscendo dalla zona di alienazione, il Pripyat va a sfociare nella parte del fiume Dnepr che forma a nord della capitale ucraina – grazie ad una diga – il cosiddetto mare di Kiev, un serbatoio d’acqua grande 110 chilometri.  Ebbene, a 30 anni di distanza dall’incidente nucleare, nel mese di aprile 2016, lo scienziato ucraino Igor Mahnyov ha rilevato, grazie ad un robot galleggiante in grado di rilevare i raggi gamma, la presenza di Cesio137 nei sedimenti di questo enorme bacino idrico. A parte il timore per il rischio di un’eventuale tsunami radioattivo su Kiev qualora le vecchie paratie della diga collassassero, non è da escludere, se non già in atto, un possibile inquinamento radioattivo del Mar Nero e attraverso le sue acque, pazientemente nel tempo e così come sosteneva lo scienziato bielorusso Vasili Nesterenko, un futuro inquinamento del bacino del Mediterraneo.

   Passano i decenni e Chernobyl ancora ci riguarda. Attorno alla centrale di Chernobyl esiste la cosiddetta zona di esclusione, un territorio di 4.200 km2  (quasi come il Molise) ricco di foreste, istituito nel maggio 1986 e in cui è vietato (e lo sarà per secoli) l’inurbamento umano. Negli ultimi 20 anni (dati del Centro Monitoraggio Incendi della Regione dell’Europa Orientale – REEFMC) si sono sviluppati 1200 incendi, di cui i più devastanti – 2001, 2008, 2010, 2015 – hanno mobilizzato dal 2 all’8% del Cesio137 liberato dall’incidente del 1986; le nuvole generatesi si sono spinte, al nord, fino alla Scandinavia e, al sud, fino alla Turchia (come risulta da una ricerca del Norvegian Institut for Air Research). Tutti gli incendi sviluppatesi, come ormai la storia del nucleare ci insegna, hanno riproposto sempre lo stesso copione: quello della minimizzazione del rischio, delle verità parziali, se non delle bugie. Quasi mai è stata lanciata un’allerta per le popolazioni della Russia, Ucraina e Bielorussia confinanti con l’area di esclusione; ancora di meno per quelle europee in cui il fallout generato dagli incendi si è distribuito. Per esempio, nel disastroso incendio del 26 aprile 2015 (ironia della sorte, la data dell’anniversario dell’incidente nucleare!) l’ Institut of Mathematical Machines and System Problems of the Ukraine Natioanl Academy of Sciences (IMMSP NASU) rilevò 150 Bq/m3 nell’aria di Kiev con proiezioni di aumento da 10 fino a 100 volte del fondo di radioattività per i successivi tre giorni; in Francia l’IRSN (Istituto di Radioprootezione e Sicurezza Nazionale) dichiarò che dall’incendio si sarebbe dovuto aspettarsi un aumento di 3 volte della radioattività nel Paese, a partire dalle due settimane successive all’evento.

   Le poche volte che i dati vengono diffusi, riguardano soprattutto i livelli di contaminazione radioattiva gamma aerea. Dati teoricamente corretti, ma ingannevoli; un irraggiamento esterno debole, può risultare un irraggiamento interno dannoso, come nel caso della presenza poco rumorosa, ma molto tossica, del plutonio nell’aria. L’attenzione prestata unicamente alla contaminazione aerea come realtà a sé stante, distoglie da quella sulle ricadute al suolo e dall’effetto cumulo con i radionuclidi già presenti. Ogni volta che si sviluppa un incendio nella zona di esclusione, è inevitabile che un maggiore numero di radionuclidi, sia in qualità che in quantità, si renda disponibile per l’alimentazione umana attraverso le colture, i prodotti del sottobosco, i pascoli e le varie preparazioni alimentari in ambito domestico.

   Gli incendi nella zona di esclusione pongono di fronte ad una certezza: ognuno di essi solleva radionuclidi, la cui successiva diffusione e deposizione sul terreno dipendono unicamente dalla vastità dell’incendio, dalla porzione di area interessata (il 65-70% della zona di esclusione, su 260.000 ettari, è rappresentato da foreste), dallo sviluppo in altezza e  dagli eventi atmosferici (velocità del vento, precipitazioni).

   Dovere della Comunità Europea è, quindi, quello di mettere in sicurezza la zona di esclusione vincolando apposite risorse finanziarie. Nella parte ucraina della zona di esclusione sono presenti, nel momento in cui scrivo, solo 6 torri per l’avvistamento degli incendi e queste riescono a monitorare unicamente il 40% del territorio interdetto; solo il 20% del territorio della zona di esclusione ucraina è raggiungibile facilmente con l’acqua in caso di incendio; il 50 viene raggiunto nel giro di 3-4 ore e più; il 30% non è raggiungibile (fonte REEFMC).

Con la situazione attualmente presente, tutta l’Europa é a rischio di non indifferenti fallout provenienti dalla zona di esclusione di Chernobyl: in definitiva, non soli i dati statistici sull’ emivita dei radionuclidi rilasciati (da centinaia a migliaia di anni) e le ricerche del professore Bandazhevsky sulle modificazioni genetiche nelle future generazioni, ma anche fenomeni sottovalutati o volutamente minimizzati, come quelli degli incendi, ci pongono di fronte ad un futuro da fallout subdolamente infinito e, con esso, alla reiterazione delle bugie che accompagnano tutta la storia del nucleare.

Ma c’è di più. Proprio a Ivankov, in Ucraina, dove lavora il professore Bandazhevsky e dove i bambini si contaminano ingurgitando cibi contaminati dal Cesio137, dall’Americio e dal Bario, si sta sviluppando una seconda Chernobyl che non aggrava solo il loro stato di immunodeficienza, ma che minaccia tutti noi. Dal 2014, finanziata dalla Banca Europea per lo Sviluppo e la Ricostruzione, è in funzione una centrale a biomasse. Una centrale apparentemente ecologica, perché usa ogni giorno per il suo funzionamento 1.000 tonnellate di legna: legna, però, che viene raccolta attorno alla zona di esclusione, se non addirittura clandestinamente al suo interno. Legna, pertanto, radioattiva; legna delle foreste di Chernobyl. Le indagini indipendenti degli attivisti del movimento contro la centrale termoelettrica hanno dimostrato, con analisi certificate, una forte emissione di elementi radioattivi, fra cui Cesio137 e Stronzio90. Quello che risulta estremamente grave è che un anno di lavoro della centrale equivale all’emissione di sostanze radioattive per una dose aggiuntiva, rispetto ai valori di fondo, di un ulteriore millisievert per 500.000 bambini. Una realtà drammatica che si aggiunge e implementa quella già grave riscontrata dalle ricerche del prof. Bandazhevsky.

Ma non basta! La cenere radioattiva, che viene prodotta come rifiuto dalla combustione del legno, viene distribuita dalla centrale a diverse aziende agricole dell’Ucraina come fertilizzante, entrando così – attraverso l’assorbimento nei terreni sui quali viene usata – nella catena alimentare umana e varcando, in molti casi, i confini della stessa Ucraina. Un problema, quindi, sovranazionale. Ma gli effetti negativi riguardano anche le abitazioni domestiche: secondo il progetto di utilizzo del ciclo produttivo della centrale, la cenere viene usata anche per amalgamare meglio il calcestruzzo per la costruzione delle case.

In definitiva, una situazione terribile non solo per la realtà di Ivankov, ma per tutta l’Ucraina e per l’Europa che è minacciata sia da un secondo lento, ma progressivo, fallout chernobyliano che dalla possibile introduzione di cibi contaminati dai residui radioattivi della centrale a biomasse, usati come fertilizzanti da aziende agricole ucraine che trattano prodotti che andranno a fare parte – direttamente o indirettamente – della catena alimentare umana (così come, d’altro canto, avviene già clandestinamente per i funghi acquistati da emissari europei nelle riserve radioattive bielorusse a costi risibili e, esportati successivamente in Polonia e Germania, vengono diluiti con i funghi locali per permettere un alto ricavo economico dalla commercializzazione, pur rispettando – astutamente – i parametri di norma radioattiva in vigore all’interno della UE).

   Passano i decenni e Chernobyl ancora ci riguarda. In Italia, nel 1986, uno studio dell’Istituto Superiore della Sanità presentato dal fisico Eugenio Tabet – dirigente di ricerca presso lo stesso Istituto – nel corso di un convegno dell’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) dimostrò che nelle regioni settentrionali la radioattività era stata doppia rispetto al resto del paese e che le conseguenze della nube di Chernobyl sulla salute degli italiani non sarebbero state irrilevanti, come fu detto e ripetuto all’indomani della catastrofe da tecnici e ricercatori preoccupati di tutelare l’immagine dell’industria elettronucleare nel nostro Paese. Il numero dei morti per cancri indotti dalla contaminazione radioattiva non è stato e non sarà di appena qualche decina, come fu calcolato sulla base delle prime rilevazioni.

   Sosteneva Tabet, partendo dall’analisi del solo Iodio e del solo Cesio che tradotto in dose collettiva assorbita dall’intera popolazione italiana l’eredità di Chernobyl vale circa 60.000 Sievert/persona. Applicando a questa cifra la formula per l’incremento di rischio, assunta dall’ICRP (International Commission on Radiological Protection), si ricavano 3.000 casi di tumori letali. Questa cifra, unita a quelle delle conseguenze nei vari paesi colpiti dal fallout di Chernobyl, rappresentava – già solo 10 anni dopo l’incidente – un’enormità che non poteva essere avallata dall’AIEA e che doveva essere minimizzata e silenziata per evitare possibili cause di risarcimento e class action.

   Considerando, però, che lo Iodio e il Cesio erano solo due dei 70 elementi radioattivi presenti nella nube di Chernobyl e sapendo che nei primi 5 giorni di passaggio  della nube in Italia il rilevamento nell’atmosfera del Cesio137 era di 90Bq/m3 (Rapporto EUR 11226 IT), si può desumere – considerata la copresenza a tassi noti di tutti gli elementi contenuti nella nube – che la forchetta dei cancri letali si possa collocare fra i 120.000 e i 300.000 (dati AIPRI, Associazione Internazionale Protezione Radiazioni ionizzanti).

   Qualora, però, questi dati fossero considerati semplicemente teorici o addirittura non realistici, vale la pena ricordare i dati riguardanti le patologie tiroidee e diffusi il 25 maggio 2013 nel corso della giornata mondiale della tiroide: sei milioni di italiani sofferenti di una malattia della tiroide; un aumento del 200% dei casi di tumore negli ultimi 20 anni; triplicate le malattie autoimmuni (come la tiroidite di Hashimoto); presenza di noduli tiroidei nel 30-50% delle persone sottoposte a screening ecografico.

   Come diceva Tabet, esistono ormai chiare indicazioni che ogni incremento della dose, per quanto piccolo, provoca un aumento dei tumori. Se consideriamo il fallout primario di Chernobyl, il ri-fallout degli incendi, quello degli esperimenti nucleari, quello degli incidenti noti e tacitati, possiamo forse comprendere una delle ragioni – se non la più importante – di quell’epidemia di cancri che sta colpendo il pianeta.

Conclusioni

    Chernobyl e la menzogna formano un binomio indissolubile.

   In tutta la storia del nucleare, e quindi anche di Chernobyl, le bugie sono connaturate. L’intera tecnologia del nucleare si regge sulle bugie ed esse fanno talmente parte del suo sistema e della sua evoluzione che eliminarle significherebbe la morte stessa del nucleare.

   D’altronde il nucleare nasce bellico e, si sa, come diceva Eschilo, che la prima vittima di ogni guerra è la verità.

   Non è l’uomo che mente quando parla di nucleare, ma è il nucleare stesso che fa mentire l’uomo. All’uomo si può imputare sola la bugia originale: da essa, come per gemmazione, si sono propagate tutte le altre.

   La bugie sono il vero propellente dell’energia nucleare.

   E stiamo attenti!

   La logica perversa e menzognera dell’AIEA è disposta, però, anche a fare assurgere l’incidente di Chernobyl come evento simbolo, seppure grave, ma di improbabile ripetizione. L’AIEA è disposta ad accettare la polemica sui dati concernenti l’incidente nucleare del 26 aprile 1986, purché il discorso riguardi solo e semplicemente Chernobyl.

   L’assunto paradossale di cui l’AIEA si fa interprete è il seguente: bisogna parlare di Chernobyl per non parlare dei precedenti incidenti e per fare calare l’attenzione su quelli successivi (vedi Fukushima).

   Quindi, quando non ne può fare a meno, la politica di rimozione dell’AIEA passa anche attraverso Chernobyl.

   Ma gli incidenti di Kyshtym, Three Mile Islands, Sellafield, Tokaimura, Tricastin (per elencare solo i più importanti) sono solo cold case in attesa che vengano esperiti quei controlli che non sono mai stati fatti o che sono secretati o silenziati dallo sciagurato accordo OMS/AIEA.

   Ma di Chernobyl bisogna continuarne a parlare: denunciarne le bugie significa fare assurgere l’incidente a emblema incontrovertibile del modo di lavorare e di rappresentare la realtà della lobby nucleare e, allo stesso tempo, denunciare i colpevoli silenzi o le colpevoli disattenzioni degli incidenti nucleari del passato e di quelli (purtroppo) futuri.

   La colpevolezza dell’AIEA consiste nel fatto di conoscere la verità e di tacerla; peggio ancora, di censurarla.

   Ma una cosa è certa: un atteggiamento di tale genere non ammette alleati.

   E non può essere alleata la consapevolezza del lettore al termine di questa lettura. Scriveva Bertold Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”.


*Massimo Bonfatti. Vive e lavora a Carmagnola (TO). Impegnato da decenni in campo sociale, alterna la sua attività in campo sanitario (coordinatore infermieristico) con quella in ambito volontaristico. Giornalista pubblicista, diplomato in lingua russa ed esperto di tematiche dell’Europa Centro Orientale e dello spazio post sovietico, ha fondato nel 2005 l’Organizzazione di volontariato per la solidarietà “Mondo in cammino”, di cui è presidente. Fra le sue amicizie vanta quelle di Yuri Bandazhevsky e Vera Politkovskaya.

Mondo in cammino. L’organizzazione di volontariato Mondo in Cammino (www.mondoincammino.org) si occupa di progetti di cooperazione e solidarietà internazionali e nazionali: nello spazio postsovietico dal sostegno delle vittime del fallout di Chernobyl a progetti di riconciliazione interetnica /interreligiosa e di difesa dei diritti umani (Cecenia e Caucaso del Nord); in Italia è presente con progetti che coniugano solidarietà e giustizia, fra cui quello a sostegno delle “mense dei poveri”. E’ attiva a livello culturale con eventi e prodotti multimediali a supporto della democrazia dell’informazione.

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