Centrale solare a Chernobyl: E’ tutto oro ciò che luccica?

Il comunicato di Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in cammino, sulla centrale a energia solare costruita di fronte all’impianto nucleare di Chernobyl

La tecnologia solare sacrificata sull’altare del nucleare. E’ tutto oro quello che luccica?

LA TECNOLOGIA SOLARE SACRIFICATA SULL’ALTARE DEL NUCLEARE

Come un mantra, le notizie della rinascita di Chernobyl, grazie ad un impianto  funzionante ad energia solare (http://www.eastjournal.net/archives/92514), hanno fatto il giro del mondo. Soddisfazioni, applausi, entusiasmo.

Come si può contestare l’energia solare? Tutta l’attenzione viene incanalata su un messaggio positivo…e cosa c’è di più positivo dell’energia solare, dell’energia naturale?

Anche quegli irriducibili ambientalisti ora non avranno più niente da ridire: finalmente quel tanto sbandierato sole che ride nelle loro bandiere, slogan e manifesti, finalmente ride davvero!

Ma è semplicemente così?

A nessuno è venuto in mente che l’infido messaggio sotteso è quello della sicurezza del nucleare, ovvero il nucleare non deve fare più paura? E per dimostrarlo, cosa di più convincente che costruire un impianto ad energia solare proprio vicino alla centrale di Chernobyl, che – per simbologia – ne ha rappresentato il fallimento? Finora, ma adesso non più!

Passa così in secondo piano  la pericolosità presente proprio in quella zona e causata, soprattutto d’estate, dai vari incendi  che rimettono in giro i radionuclidi e creano un fallout che si diffonde in tutta Europa; passa in secondo piano l’ “eternità” del nucleare (200.000 anni perché finisca la pericolosità dei radionuclidi rilasciati dall’incidente); passa in secondo piano la sicurezza per l’uomo (l’effetto delle basse dosi).

Passa in secondo piano la dose di radioattività subita dai lavoratori durante la costruzione dell’impianto (pensiamo alle torbiere che dopo gli incendi rimangono fumanti anche per 6 mesi rilasciando lentamente e costantemente radionuclidi, tanto che possono essere considerate veri e propri rifiuti radioattivi); passa in secondo piano la mobilizzazione del terreno causata dalla costruzione dell’impianto e la messa in circolo di ulteriori radionuclidi ancora di più ri-contaminanti le falde acquifere che confluiscono nel fiume Dnepr e che, a sua volta, passando per Kijv, nel suo percorso verso il Mar Nero, ha un bacino di 30 milioni di abitanti.

In questa sfida fra nucleare e solare, subdolamente vince il nucleare e con esso la minimizzazione del rischio che l’impianto solare fa presupporre.

A chi pensa che questi ragionamenti siano dietrologia,  pongo semplicemente una domanda:  perché la centrale ad energia solare non poteva essere costruita in altrettanti appezzamenti di terreno della regione di Kiev e al di fuori della zona di esclusione, ugualmente abbandonati dopo l’incidente di Chernobyl, ma con radioattività notevolmente inferiore?

Non si tratta, forse, del gioco ipocrita di dare un colpo al cerchio e un altro alla botte? Da una parte, infatti, si fa “rinascere” Chernobyl dietro la copertura di una centrale a energia solare, dall’altra si apre la strada per destinare a coltivazione campi abbandonati, ma ancora contaminati, non solo della regione di Kijv, ma di tutta l’Ucraina, grazie a questo semplicistico assioma: se ora a Chernobyl è tutto “normale”, come non può esserlo in tutti gli altri territori?

Ma la buona tecnologia del solare non viene solo immolata sull’altare del nucleare, ma anche su quello dell’affarismo che unisce in attori coesi sia i vecchi nuclearisti che i nuovi imprenditori “ecologisti”. Ecologia e nucleare uniti da un patto in cui il profitto è il primo obiettivo, non certo la salute delle persone o il riscaldamento delle case di alcune migliaia di persone.

Di nuovo dietrologia? E allora che dire della Ekotes che, a onta della centrale ad energia solare posta di fronte allo shelter del vecchio reattore esploso, contamina – come una nuova Chernobyl – tutta  la provincia di Ivankov, ai confini di Chernobyl, e provoca fallout ancora più diffusi?

La Ekotes è una centrale a biomasse, finanziata dalla Banca Europea per lo Sviluppo e la Ricostruzione (sigh!) e costruita nei pressi della città di Ivankov, ovvero in zona di contaminazione radioattiva. La centrale è in funzione dal 2014 ed è stata costruita nonostante i pareri negativi di 3 ministeri ucraini (Ambiente,  Agricoltura e Foreste), di importanti Istituti di radioprotezione e nonostante l’opposizione degli abitanti di Ivankov. La centrale funziona usando legna raccolta nei boschi circostanti o, addirittura illegalmente, nella zona di esclusione con cui confina: legna, ovviamente, radioattiva e che produce fumi che si spargono tutt’attorno e oltre, contaminando ambiente, persone, animali e cose. Per di più, la cenere radioattiva prodotta dalle migliaia di tonnellate di legna bruciata, viene distribuita ad aziende agricole ucraine per usarla come fertilizzante su terreni da cui, successivamente, ha inizio una catena per prodotti alimentari, indubbiamente contaminati, distribuiti – attraverso vari canali – anche al di fuori dei confini ucraini.

Come è possibile tutto questo? Semplicemente perché in Ucraina non esiste una normativa che regola il contenuto di radionuclidi nelle emissioni, e quindi anche nella cenere, per quanto riguarda i volumi del legno bruciato a fini industriali. Tutto legale, anche se contaminato: una contaminazione legalizzata!

Non sarebbe, forse, meglio che gli istituti della Comunità Europea richiedessero una normativa ucraina conforme, almeno, a quella del Vecchio Continente, piuttosto che finanziare uno stabilimento che, per assurdo, produce contaminazione per legge?

Troppo dire che prima di costruire una centrale a energia solare bisognava bloccare la Ekotes che, ironia della sorte, contamina con il suo fallout proprio quell’impianto stesso, quando addirittura non contaminato dai fallout dei numerosi incendi che si propagano dalla zona di esclusione (1.200 negli ultimi 20 anni)?

Dietrologia anche parlare della contaminazione ad Ivankov e dintorni? Allora, andatelo a dire all’èquipe del prof. Bandazhevsky che, negli ultimi anni, attraverso un’indagine condotta su oltre 3.000 bambini delle province ucraine di Ivankov e Polesie sottoposti a screening sanitario, ha constatato livelli elevati di Cesio 137 all’interno dell’organismo in oltre il 30% di loro, turbe del ritmo cardiaco nell’ 82% dei bambini esaminati, il 55,2% di alterazioni tiroidee, il 79,1% di livelli oltre la norma di omocisteina e, soprattutto – partendo proprio dall’analisi dei valori elevati di questo aminoacido – un 97% di manifestazioni di alterazioni genetiche indotte dalle conseguenze del fallout dell’incidente nucleare in questa seconda generazione dei “bambini i Chernobyl”. Numeri, non fantasie, a 32 anni dall’incidente nucleare di Chernobyl!!!

La centrale a energia solare a Chernobyl – non togliendo nulla al fatto che produce riscaldamento e che è un’energia pulita da perseguire in tutto il mondo laddove siano rispettati i parametri di eticità e coerenza che dovrebbero ad essa essere connaturati, è – prima di tutto – un’operazione di cosmesi o, meglio, uno specchietto per le allodole.

Dipende da noi fino a quando decideremo di rimanere allodole. Per quanto mi riguarda, preferisco volare altrove.

Massimo Bonfatti

Presidente di Mondo in Cammino ONLUS

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